Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Contorni di Noir | June 26, 2017

Torna su

Alto

2 Commenti

Intervista a Roger Jon Ellory

| On 03, Feb 2012

R_J_Ellory-199x300

foto di R.J. Ellory

R.J. Ellory è autore di quattro romanzi: Candlemoth, Ghostheart, A Quiet Vendetta e City of Lies, che Giano pubblicherà per intero. Finalista del Crime Writers’ Association Steel Dagger for Best Thriller, tradotto in numerosi paesi, Ellory è sposato con un figlio e vive attualmente in Inghilterra.

I suoi libri sono disponibili in 24 lingue. E’ anche chitarrista e cantante del “The Whiskey Poets’ (http://www.whiskeypoets.net/) ed è ospite oggi su Contorni di noir.

1. Grazie di essere mio ospite e comincerei con il chiederti chi è R.J.Ellory e il suo background.
R.J.:Sono nato a Birminghan in Inghilterra nel 1965. Mio padre se ne andò prima che io nascessi, e tuttora non so chi sia. Sono stato allevato da mia madre e dalla nonna materna, in quanto mio nonno era annegato negli anni 50. Poi mia madre è morta quando avevo sette anni. E’ stata vittima di un’epidemia di polmonite che fece più di una dozzina di vittime. Così nel 1973 sono stato mandato ad una scuola residenziale per bambini orfani e sono rimasto là fino all’età di sedici anni.. Ho abbandonato la scuola a 16 anni, non avevo nessuna qualifica e ho incominciato a commettere piccoli reati . A 17 anni sono stato arrestato per bracconaggio; sono stato incriminato, processato e condannato ad un periodo in prigione che ho scontato senza creare troppi problemi. Dopo che sono stato rimesso in libertà, ho seguito i miei interessi in arte, fotografia, filosofia ed altro e poi ho iniziato a scrivere nella seconda parte del 1987, e ho lavorato a numerose cose fino alla metà del 1993. Deluso per la mancanza di successo, ho smesso di scrivere fino alla fine del 2001. Durante quei primi sei anni ho scritto all’incirca tre milioni e mezzo di parole, molte a mano o su una macchina da scrivere manuale, e penso che quella esperienza e quella perseveranza mi hanno veramente dato un’etica di lavoro che è tuttora rimasta in me. Quando ho iniziato a scrivere di nuovo nel 2011, ho scritto tre romanzi, il secondo dei quali è stato“Candlemoth”. Questo è stato pubblicato in Italia con il titolo “Due Piani Sopra L’Inferno”. Da allora pubblico un libro ogni anno e il decimo sarà dato alla stampa nel maggio 2012.

2. Quando hai realizzato che avresti voluto diventare uno scrittore?
R.J.: Molto semplicemente, verso la fine del 1987 ho avuto una conversazione con uno che stava leggendo un libro. Parlavano di questo libro con una tale passione ed entusiasmo, che pensai “Ecco ciò che voglio fare della mia vita. Voglio scrivere storie che fanno sentire le persone in quel modo.” Ho incominciato a scrivere il mio primo romanzo quella stessa sera.

3. Inglese d’origine, ami scrivere le tue storie negli Usa. Pensi che sia poco interessante ambientare i romanzi nel tuo paese?
Paul Auster ha detto qualcosa di molto intelligente su questo argomento. Ha detto che diventare scrittore non è legato alla “decisione di una carriera” come diventare dottore o poliziotto. Non la scegli ma ti fai scegliere e una volta che hai accettato il fatto che non eri adatto a fare altro devi essere preparato a percorrere una strada lunga e dura per il resto dei tuoi giorni. Credo anche che non scegli neppure il genere o l’argomento, in un certo qual modo ti sceglie. Penso che il peggior genere di libro che si potrebbe scrivere è il libro che pensi piacerà agli altri. Penso che il miglior libro da scrivere sia quello che credi piacerà a te stesso. Penso che il genere in cui scrivi deve raccontare i tuoi stessi interessi e le tue passioni. Scrivere un libro può richiedere un po’ di tempo e se non sei interessato a ciò che scrivi, ciò renderà il lavoro tanto più duro, forse persino impossibile. Penso anche che,passata l’infanzia, mi sono nutrito di cultura americana. Sono cresciuto guardando Starsky e Hutch, Haway Five-O, Kojak, insomma quel genere di cose. Amavo l’atmosfera, la diversità della cultura.

Mi affascinava la politica. L’America è un paese giovane paragonato all’Inghilterra e semplicemente mi sembra che ci sia stato tanto colore e vita connessi alla sua società. L’ho visitata molte volte e onestamente mi sembra di andare a casa. E credo che, da non americano, ci sono molte cose sulla cultura americana che posso guardare da spettatore. La difficoltà nello scrivere su di una zona che ti è molto familiare è che tendi a smettere di notare le cose. Dai le cose per scontate. Le cose strane e interessanti riguardanti la gente e la zona cessano di essere strane e interessanti. Da osservatore esterno non perdi mai quel punto di vista di vedere le cose per la prima volta, e per me ciò è molto importante. A molti scrittori è stato detto di scrivere fatti con cui si ha familiarità. Non penso che sia sbagliato, ma penso che sia molto limitativo. Credo che si dovrebbe anche scrivere di cose che ti affascinano.

Penso che in quel modo si abbia una possibilità di permettere alla tua passione e al tuo entusiasmo per l’argomento di trasparire nella tua prosa. Credo anche che ci si dovrebbe mettere alla prova con ogni nuovo libro. Affronta argomenti diversi e svariati. Non permettere a te stesso di cadere nella trappola di scrivere cose in base ad una formula. Qualcuno mi ha detto una volta che c’erano due tipi di romanzi. C’erano quelli che leggi semplicemente perché è stato creato qualche mistero e tu hai dovuto scoprire ciò che è successo. Il secondo tipo di romanzo era uno dove si legge il libro semplicemente per il suo linguaggio, il modo in cui l’autore ha usato le parole, l’atmosfera e la descrizione. Penso che i libri veramente eccellenti siano quelli che perfezionano entrambe le cose presentandoti una narrazione così avvincente che non si possono leggere velocemente eppure sono scritti così bene che non che non si possono leggere lentamente.

Penso che qualsiasi autore voglia scrivere grandi romanzi. Penso che nessuno, nel profondo del cuore, scriva perché è una scelta consapevole di professione, o per un mero guadagno finanziario. A me semplicemente piace scrivere, e sebbene l’argomento di cui devo parlare mi porta negli Stati Uniti, è tuttavia più importante per me scrivere qualcosa che può commuovere qualcuno emotivamente, forse cambiare un’opinione sulla vita, e nello stesso tempo cercare di scriverla nel modo più bello possibile. Voglio anche scrivere di argomenti- siano complotti politici, serial killings, relazioni interraziali, assassini politici o indagini della CIA o FBI- che potrebbero funzionare solo negli USA. Il genere di romanzi che voglio scrivere semplicemente non funzionerebbero in villaggi piccoli, verdi e frondosi dove trovi gli Hobbit!

4. Sei appassionato di cinema e da ragazzino guardavi i film degli anni 40 e 50, con attori del importanti come Hitchcock, James Cagney ecc. Quali film di quegli anni abbineresti ai tuoi libri? Va bene citarne anche uno solo, se preferisci.
R.J.: Oh, ce ne sono molti. Devo citare due film in modo particolare, il primo è “Strangers on a Train”, basato sul libro di Patricia Highsmith, la sceneggiatura scritta da Raymond Chandler, e il film diretto da Alfred Hitchcock. Che cosa si potrebbe chiedere di più? Il secondo è “Double Indemnity” basato sul libro di James M. Cain. Ci sono molti film che sono importanti per me- film con Edward G. Robinson, James Cagney, James Steward, Cary Grant, Barbara Stanwyck e il resto dei grandi dell’età dell’oro di Hollywood ed è impossibile nominarli tutti!

5. Ho letto in una tua precedente intervista, che prima di riuscire a farti pubblicare un libro ambientato in America ne hai dovuti scrivere 22. Qual è stato il motivo? E soprattutto, col senno di poi, credi che questo sia servito in qualche modo alla tua maturità letteraria?
Ebbene, stavo spedendo i libri sia ad editori nel Regno Unito che negli Stati Uniti, e tutti mi dicevano la stessa cosa. Dicevano che a loro piacevano molto i libri, ma non vedevano come potevano vendere un romanzo americano scritto da uno scrittore inglese. Credevo di dover semplicemente perseverare, e l’ho fatto- per sei anni e venti romanzi- e poi ho smesso, credendo onestamente di non essere abbastanza bravo per raggiungere la meta. Penso di sapere che ci avrei riprovato. Penso di aver sempre saputo che era ciò che dovevo fare della mia vita. Penso che era importante fare quelle esperienze, non solo perchè tutto quello scrivere mi ha insegnato molto , ma anche perché mi ha insegnato che dovevo scrivere non importa se volevo scrivere o no, non importa se ne avevo voglia. Mi ha insegnato che posso lavorare ogni giorno , che se incontro delle difficoltà in un libro, devo semplicemente continuare ad andare avanti, continuare a lavorare e che tutto si sistemerà.

6. Leggo che spesso vieni in Italia e io stessa ti ho visto all’ultimo Festival Blues di Piacenza. Quali sensazioni ti trasmette il nostro paese e quali il blues?
R.J.: Be’, l’Italia è proprio un paese meraviglioso, e – come l’Inghilterra e la Francia, ed altre nazioni continentali Europee- si sente veramente il fortissimo presente storico in ogni cosa. Sono sempre stato accolto con calore ed entusiasmo e mi hanno sempre fatto sentire di essere il benvenuto. Piacenza è stata per me una grande esperienza per molte ragioni. Sono molto appassionato di musica, e qui ho la possibilità di incontrare alcuni dei miei eroi della musica, ma anche di trascorrere del tempo con autori che ammiro veramente, gente come Lansdale e Tim Willocks. E quanto ai miei sentimenti per il blues, che cosa posso dire? Dico che la musica è la mia religione, e scrivere è la mia filosofia, o forse è il contrario. La musica svolge un ruolo importante nella mia vita,ed io ho sempre la musica intorno a me. Da bambino ho iniziato ad ascoltare il blues, a dire il vero da quando avevo sette o otto anni, e il blues è sempre stato lì nel background di ogni cosa per me.

7. Sempre a proposito del tuo viaggio in Italia, eri in compagnia di scrittori del calibro di Victor Gischler, Antony Neil Smith, Joe R. Landale, Tim Willocks, Linwood Barclay (tranne Willocks, li ho intervistati tutti…) Quali caratteristiche pensi di avere in comune con loro? R.J.: E’ strano che nomini Joe, perché proprio ora sono ad Austin, Texas diretto a Phoenix, Arizona. Sto facendo un piccolo viaggio e ieri sera ero a Huston.
E Joe e sua moglie sono venuti a trovarmi, e siamo andati a cenare insieme. Tim è anche un mio grande amico, e spesso chiacchieriamo. Trovo che gli scrittori (e anche i lettori) siano le persone più intelligenti,colte, istruite, stimolanti ed interessanti. Hanno sempre un’opinione, e sono felici di essere in disaccordo e di discutere su tutto. Ascoltano sempre, prestano sempre attenzione a ciò che succede intorno a loro, ed è fantastico fare parte di quella comunità. Sono persone molto speciali e sono orgoglioso di chiamarli miei amici.

8. So che fai parte di una band. Quale strumento suoni e quanto la musica ti accompagna nella stesura dei tuoi romanzi?
R.J.: Suono la chitarra e canto in una band chiamata “the Whiskey Poets” (www.whiskeypoets.com), e sebbene la musica abbia un ruolo molto importante nella mia vita non ascolto la musica mentre scrivo. Devo avere il silenzio per scrivere, perché ci sono tanti pensieri e idee che fluttuano nella mia testa che i rumori esterni diventano proprio una distrazione. Quando, alla fine della giornata, ho finito di scrivere suono la chitarra per due o tre ore. Succede quando sono a casa.

9. Veniamo al tuo ultimo libro: Un Semplice Atto di Violenza. Quanto tempo hai impiegato per la stesura?
R.J.: Ho impiegato circa dodici settimane per scrivere “A Simple Act of Violence”.

10. L’argomento trattato è decisamente “tosto”: il coinvolgimento della CIA all’epoca dei disordini in Nicaragua. Hai avuto problemi nel reperire informazioni?Ma, soprattutto, non è stato difficile pubblicare un romanzo in cui si parla di un periodo del quale gli stessi americani si vergognano abbastanza? Almeno credo non sia facile da ammettere…
R.J.: Molto semplicemente, quando ho ultimato Vendetta nel 2004, ho deciso che avrei dovuto scrivere un romanzo sui criminali organizzati, e chi meglio della CIA? Ho un grande interesse per la politica e la cultura statunitense, e con le azioni intraprese oltremare dall’amministrazione Bush, il mondo aveva gli occhi focalizzati sulla politica estera degli stati uniti e il loro coinvolgimento negli affari degli altri. Mi interessava capire come una nazione così giovane avesse potuto creare una grande impressione in tutto il mondo e ho scelto di scrivere un libro su un aspetto di come gli Stati Uniti avevano influenzato le cose a livello internazionale. La struttura del libro- come Vendetta- secondo me, è un buon modo di raccontare più di una storia per volta e questo mi piace molto. Durante l’infanzia avevo interesse per il giornalismo e per le indagini giornalistiche. Sono stato ispirato da Woodward e Bernstein, “All The President’s Men”, le indagini sul Watergate nel suo insieme, da “Three Days of Condor”, da “the Parallax View”, dal”Salvador” di Oliver Stone. Ho un grande interesse per il complotto politico nel suo insieme, e dove il giornalismo preciso scopre interessi costituiti e secondi fini basati sui fatti, ne sono molto affascinato. Cosi, tutto ciò ha fatto nascere in me l’idea di una copertura da parte della CIA, e quando il libro fu pubblicato nel Regno Unito nel 2008, ho ricevuto proprio molte e-mail dai lettori americani, ed erano molto positive. Dicevano tutti la stessa cosa, che sentivano che erano stati mostrati loro pezzi della loro stessa storia dei quali non erano a conoscenza. E’ stato un grande complimento per me. La ricerca è stata considerevole , ma l’informazione, se la cerchi, è lì.

11. Parlami un po’ dei personaggi principali, Robert Miller e John Robey, tesi e antitesi, ma più si procede nella lettura, meno si evidenziano queste dicotomie….
R.J.: Mi ha sempre interessato più la psicologia degli esseri umani che qualsiasi altra cosa. Emozioni, atteggiamenti, opinioni, la provenienza della gente, le conseguenze delle loro azioni. Questo è molto interessante per me. Anche le emozioni umane. Penso che la giallistica sia capace di fare un commento sociale molto potente e diretto, e anche- siccome si sta mettendo qualcuno in una situazione difficile ed insolita- si è anche capace di descrivere vividamente l’intera gamma delle emozioni umane. Le mie idee nascono dalla vita, dal parlare con la gente, dall’incontro con le persone, dall’ascolto dei loro pensieri ed atteggiamenti verso le cose.

Penso che l’idea dei personaggi “colpevoli” che ripensano alla propria vita e che esaminano le proprie azioni e le loro conseguenze, sia una cosa umana naturale che tutti facciamo, e penso che sia un bel modo di raccontare una storia dal punto di vista emotivo e mentale. In realtà volevo creare due personaggi in questo libro, uno che era l’individuo “buono”, l’atro quello “cattivo”. Tuttavia, volevo ridurre sempre più la differenza tra loro man mano che il libro procedeva, così quando si arriva alla fine del libro, si vede che entrambi hanno ragione e che hanno anche torto. E’ stata la stessa cosa con “Vendetta”. Con “Vendetta volevo creare un personaggio (Ernesto Perez) che era il peggior essere umano che potessi avere in mente, eppure volevo far sentire al lettore un po’ di empatia e pietà verso la fine del libro. Nessuno è completamente buono, e nessuno è del tutto cattivo. C’è la luce nel più buio dei posti, e persino i santi hanno il buio dentro di loro. E’ la vita, e quando un romanzo mi presenta personaggi che hanno sempre ragione, allora sono insoddisfatto.

12. Ho letto che il nome di John Robey ti è stato ispirato dal personaggio di Cary Grant in “Caccia al Ladro”. Un omaggio al cinema di quegli anni?
R.J.: Si, certo. Penso che il cinema dell’Età dell’Oro” di Hollywood abbia avuto un’enorme influenza su di me durante la mia infanzia, e volevo proprio dare un po’ di riconoscimento.

13. Permettimi di citare un brano del libro, che è poi la frase di apertura della mia recensione:”La Metà Silenziosa”. Tutti noi abbiamo una Metà Silenziosa. E’ qui che si nascondono tutti i nostri peccati, le nostre trasgressioni, i nostri crimini e le nostre iniquità, il vacillare della ragione, della fede, della fede, dell’onestà, i nostri vizi e i nostri misfatti. E ogni volta cadiamo in disgrazia.” Siamo davvero così? Credi che la metà silenziosa possa prevaricare sull’altra?
R.J.: Si ,certamente. Penso che sia un punto di vista sulle persone molto preciso e sagace.. E si, la metà silenziosa potrebbe sempre prevalere, proprio come il male in un uomo può prendere il sopravvento sulla bontà e può rivelare azioni malefiche. Non credo che uno sia completamente cattivo. Penso persino che il più malvagio delle persone abbia una coscienza e una consapevolezza del bene insito dentro di loro, ma spesso è così ‘profondamente sepolto che non può censurare le azioni delle persone. Tutti noi abbiamo pensieri distruttivi e malvagi. La maggior parte di noi è capace di rifiutarsi di fare emergere quei pensieri.

14. Mi sono ricordata di un film di anni fa, intitolato “Nato il 4 Luglio”, con Tom Cruise, in cui un ragazzo voleva difendere la sua Patria e morire per essa. Credi sia così forte il senso patriottico che hanno gli Americani? E gli inglesi?
R.J.: Si. Ne sono consapevole ogni giorno quando sono negli Stati Uniti. Ci sono bandiere americane dovunque si vada, come un’affermazione “Siamo qui. Siamo americani e ne siamo orgogliosi”. L’Inghilterra è diversa. Credo che gli inglesi siano molto patriottici, ma lo dimostrano solo quando c’è un ovvio motivo di minaccia o una sfida al loro patriottismo. Si dice, per scherzo, che le uniche cose che rendono gli inglesi patriottici sono il calcio e la guerra! E, penso anche la regina. Credo che la maggior parte delle persone siano molto orgogliose della monarchia in Inghilterra. Ma qui , negli Stati Uniti, è ostentato in un modo di gran lunga più evidente. L’altra cosa da prendere in considerazione è che sembra che gli Stati Uniti siano in guerra dovunque. Sembra che siano sempre attenti per essere coinvolti in qualunque conflitto possa verificarsi nel mondo! Forse in Inghilterra siamo allo stesso modo cattivi, ma non penso si faccia tanta pubblicità.

15. Se dovessi dare un consiglio ad uno scrittore emergente, cosa gli diresti?

R.J.: Gli direi che il peggior libro che si potrebbe scrivere è il libro che si pensa la gente amerà leggere. Penso che il miglior libro che si potrebbe scrivere è il libro che piacerebbe a te stesso. Consiglierei anche ad un aspirante scrittore di scrivere su quelle cose che lo o la affascinano, non necessariamente cose che conoscono bene. Una ricerca è importante. La ricerca è facile. C’è sempre qualcuno che sa ciò che ti serve sapere, c’è sempre un modo per scoprire le cose, e gli esperti in tutte le zone sono di solito molto disponibili e felici di rispondere alle vostre domande. Come ultima cosa, e penso che questo dipenda dal genere di libro che si vuole scrivere pensate sempre all’emozione che state cercando di creare nel lettore. Se scrivete un capitolo in cui il vostro personaggio principale si ritiene sia addolorato, allora se non provate voi stessi lo stesso sentimento, perlomeno ad un certo livello, c’è probabilmente qualcosa che manca. Se scrivete su qualcuno che è terrorizzato, allora forse mentre state rileggendo il libro, dovreste provare quel senso di inquietudine. E’ ciò che ho sempre come obiettivo, ed è ciò che continuo a cercare di migliorare nella mia opera letteraria.

Di domande, come sempre, ne avrei ancora molte, ma spero di avere altre occasioni. Grazie a Roger Jon Ellory!

Questi i libri pubblicati con Giano:
Un semplice atto di violenza recensito sul blog
Vendetta
La voce degli angeli

Commenti

  1. Ecco l’intervista che aspettavo! 🙂
    Come ti ho scritto sul blog di Andrea (Pegasus), uno scrittore sicuramente da seguire
    Valter

  2. Grazie della visita, Valter! Sono d’accordo..è uno scrittore che merita più popolarità. Spero di leggere presto altri romanzi di Ellory!

Se vuoi... commenta