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Contorni di Noir | August 19, 2017

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Shane Stevens – Io ti troverò

| On 17, Feb 2012

Editore Fazi

Anno 2010 (prima uscita nel 1979 in USA)
798 pagine – rilegato
Traduzione Giuliano Bottali e Simonetta Levantini[dividier]

1101La biografia di Shane Stevens è davvero misteriosa…presunta data di nascita il 1941 a New York e scrive cinque romanzi tra il 1966 e il 1981. Poi, scompare nel nulla. Presumibilmente, muore nel 2007 e rimarrà per sempre un giallo sulla sua identità. Persino il nome è uno pseudonimo.
Direi che basta per essere incuriositi e leggere il suo romanzo, no? Pubblicato da Fazi Editore, vi riporto la trama e la recensione:Era il novembre del 1973, una data di cui difficilmente se ne sarebbe perso il ricordo. Ma cominciamo dall’inizio.

Los Angeles: Sara Bishop era una ragazza come tante, cresciuta in fretta. Il suo corpo violato l’aveva messa in guardia dagli uomini fin da ragazzina, ma aveva anche tratto da quegli abusi un’esperienza per ottenere dagli stessi ciò che voleva. Fu per quel motivo che si ritrovò a sbaciucchiarsi, all’interno di un auto, con quel ragazzo che sembrava disposto a prendersi cura di lei. Si, aveva deciso che avrebbe anche potuto fidanzarsi con quel tipo, se avesse condotto nel modo giusto le fila del gioco. Purtroppo, quella stessa sera, Caryl Chessman, noto stupratore e rapinatore (finanche scrittore..), irruppe in mezzo all’idillio e, imprigionato il ragazzo all’interno del baule, violentò Sara.
Da quell’atto mostruoso, nacque un bambino, Thomas. La madre riuscì a farsi sposare comunque dal ragazzo, spacciando Thomas per figlio suo. Ma l’equilibrio psichico della donna, già precario, crollò definitivamente. Fu così che tutto l’odio e il rancore accumulati per così tanto tempo, trovarono libero sfogo nei confronti di Thomas, che personificava il maschio. Lei l’avrebbe plasmato, anche a costo di torturarlo, picchiarlo, frustarlo. Tutti i mostri che per tanto tempo si erano divertiti con lei e con il suo corpo, sarebbero stati distrutti. Chiunque avesse a che fare con quella strana donna e suo figlio, compresi gli insegnanti di Thomas, si erano accorti dei lividi e delle ecchimosi sul corpo martoriato del bambino, ma si giravano dall’altra parte, lasciandosi i dubbi alle spalle.
Molte donne subirono lo stesso trattamento di Sara da Caryl Chessman, anche se spesso tenevano la bocca chiusa e non denunciavano lo stupro. Fu finalmente arrestato e condannato. Alla pena di morte.
Chessman non aveva ucciso mai nessuno, ma fu giustiziato per una legge assurda che prevedeva la pena di morte per le rapine con lesioni personali. Lo stupro più brutale, con la ragazza pestata e abbandonata come morta, non era punibile con la morte. Ma dare uno schiaffo a qualcuno mentre la derubi di un penny. Quello era un reato da pena capitale!
Thomas Bishop, all’età di 10 anni, stanco dei maltrattamenti della madre, la uccise dandole fuoco. Fu trovato giorni dopo, mentre rosicchiava pezzi di carne bruciata. Fu subito internato in una struttura psichiatrica, dove avrebbe passato il resto dei suoi giorni. O almeno finché non comparve sulla scena Vincent Mungo.
Fecero subito amicizia, ma lo scopo principale di Bishop era organizzare una fuga dall’istituto, uccidere Mungo e prendere la sua identità. Thomas aveva acquisito una mente diabolica anche se restava, nonostante avesse circa 30 anni, un bambino cresciuto. Camaleontico e trasformista, riesce a far perdere le sue tracce subito dopo la fuga.
Il suo obiettivo era finalizzato a distruggere tutte le donne sulla faccia della terra.
“Una facciata tra la folla, perso nella massa, un lavoratore, capace di scivolare dentro e fuori, di apparire e scomparire, indistinguibile, irriconoscibile, invisibile. Intoccabile. Non come la lebbra, lenta e globale. Ma come la peste, rapida e mortale.”
Ma in qualsiasi posto in cui si nascondesse, non riusciva ad addormentarsi senza che orribili mostri lo inseguissero, gli lacerassero la carne, lo lasciassero esausto a cercare di combatterli. Ed era sicuro che, distruggendo l’emisfero femminile, avrebbe avuto la pace che cercava.
“La distruzione era una forma di creazione. La morte era una forma di vita. Uccidere significava vivere, non morire. Era solo questione di chi uccideva e di chi veniva ucciso. E lui non aveva intenzione di essere tra questi ultimi.”
“Gli uomini avevano ragione. In nessun modo il maniaco doveva arrivare in tribunale. Era troppo pericoloso. E non solo per quello che stava facendo, ma perché scatenava la follia generale. La alimentava. Nutriva il mostro che è sin dall’inizio in ciascuno di noi, tenuto a bada per milioni di anni, ma sempre in attesa e pronto a essere liberato.”
Ci sarebbe ancora molto da raccontare della trama, ma vorrei raccontare le mie impressioni su un libro che mi ha davvero sconvolta e mi ha ricordato la campagna che Andrew Vachss, attraverso i suoi libri, continua a portare avanti sui maltrattamenti e le violenze sui minori. Non c’è mai fine all’orrore che viene perpetrato da esseri abominevoli nei confronti di creature innocenti, alle quali viene tolta ogni speranza di vita futura –nel migliore dei casi – e facendoli crescere nell’odio e nel risentimento.
La descrizione di Stevens è lo spaccato di un Paese controverso come solo l’America può essere, nel periodo tra gli anni ’50 e ‘70, rivolto verso espressioni contraddittorie di perbenismo, di libertà sessuale, pacifista e guerrafondaio. Mentre ci regala un’immagine di una popolazione quasi insensibile davanti a scene di violenza familiare, dall’altra fa campagne di sensibilizzazione contro la pena di morte. Questa, tra l’altro, fu ristabilita nel 1976 dalla Corte Suprema ed è oggi applicata ancora in molti Paesi degli Stati Uniti.
Interessante uno spunto trovato sul web (www.wikipedia.it), di uno studio effettuato da Franklin Zimring, penalista e criminologo dell’Università di Berkeley, in cui “nota come la percezione della pena di morte negli ultimi decenni in America abbia subito una “trasformazione simbolica”: da legittimo atto punitivo dello Stato, a rimedio diretto ad arrecare conforto alle vittime del reato, come “programma di sollievo” per i parenti delle vittime, e cioè per l’evidente fine di rendere l’idea della pena di morte più accettabile all’opinione pubblica. Zimring collega lo stesso fatto all’esperienza dei “vigilantes” che, alla fine dell’800, si occupavano di “rendere giustizia” alle vittime, anche al di fuori della legalità, sconfinando talvolta nel  linciaggio”.
Il romanzo è molto complesso e gli argomenti trattati sono innumerevoli, spaziando da quanto ho scritto finora, alla descrizione di personaggi come politici, poliziotti, mafiosi, giornalisti (molto spazio all’interno del libro verrà destinato al reporter investigativo che contribuirà alla ricerca di Bishop, Adam Kenton), assassini. Sembrano soggetti distinti, ma in realtà si fondono e si completano. Tutti alla ricerca di qualcosa, dalla verità alla giustizia, dalla fama alla vendetta.
Ma chi ne uscirà davvero vincente?
Partendo da una storia vera, Stevens è riuscito a creare circa 800 pagine di adrenalina pura, di crudeltà e di malvagità, a volte al limite del leggibile. Un romanzo di denuncia, che forse non ha avuto la giusta considerazione in un settore nel quale non sempre “Libro di successo” va a braccetto con “Ricchezza di contenuto”. E forse non ci sono riuscita neanch’io.
Un noir da cui sarà difficile uscire indenni, nel corpo e nello spirito perché, diciamolo, difficile stabilire se siano più numerosi i serial killer o gli indifferenti a questo mondo..

Commenti

  1. Bellissimo thriller, una sorta di indagine giornalistica meticolosa e sconcertante

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