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Contorni di Noir | December 12, 2017

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Intervista a Cristiana Astori

| On 05, Apr 2012

foto di Cristiana Astori

Oggi sul blog di Contorni di noir mettiamo “sotto torchio” Cristiana Astori, traduttrice di autori come Jeffery Deaver, Douglas Preston, Richard Stark e Jeff Lindsay. Cristiana è, tra l’altro, un’ottima scrittrice. Infatti, è uscito da poco il suo ultimo romanzo, intitolato “Tutto quel nero” edito da Mondadori e un ebook intitolato “Il buono, il bruto e la bionda” edito da MilanoNera. Ed è quindi doveroso inserire questa intervista fra gli scrittori!

1. Ciao e benvenuta. Cosa vorresti sapessero i lettori di Cristiana Astori? Presentati a tuo modo. 
C.: Lascio alle mie storie il compito di presentarmi. Come dice Stephen King, la sincerità è uno degli aspetti fondamentali nella scrittura, e io penso di esserlo, sincera. Non nel senso che mi sono capitate le stesse cose dei miei personaggi (e per fortuna!), ma le stesse emozioni sì. 
2. Una lunga biografia. Come hai cominciato e come intendi proseguire? 
C.: Ho cominciato a inventare storie fin dalle elementari, ma i miei primi scritti pubblicati sono stati la graphic novel “L’amore ci separerà” (De Falco) con i disegni di Alberto Lingua e la prefazione di Alda Teodorani e diversi racconti comparsi dal 2004 su M-Rivista del Mistero, selezionati da Andrea Carlo Cappi. Intanto avevo vinto un paio di concorsi: nel 1999 il Premio Adelio Ferrero per la critica cinematografica con la recensione di “Crash” di Cronenberg e nel 2001 il Segnalibro d’Oro al premio Esperienze in Giallo. Come intendo proseguire? Spero sempre su questa linea, cioè riuscendo a far apprezzare storie in cui credo, ovviamente con un occhio ai lettori, ma senza soggiacere alle mode letterarie del momento. 
3. Perché la scelta di un genere horror che, credo, mal si addice a una donna? Perché non, invece, un bel romanzo rosa (domanda provocatoria, s’intende..)? 
C.: Scrivo le storie che mi piace leggere. Se mai mi appassionerò ai romanzi rosa, è possibile che ne scriverò uno. 
4. Quali, secondo te, altre scrittrici donne che si cimentano in questo genere e che hanno avuto successo? 
C.: Apprezzo molto Alda Teodorani, Claudia Salvatori e Chiara Palazzolo. Tra le straniere Joyce Carol Oates e Laurell K. Hamilton. 
5. Quanto è stato difficoltoso farsi conoscere dalle case editrici? 
C.: Non è stato facile, specie con il romanzo “Tutto quel nero”. Ho aspettato parecchio per pubblicarlo e ricevuto diversi no… stavo quasi per mollare, poi ho imitato Stephen King: ho conservato tutte le lettere di rifiuto e sono andata avanti. 
6. Ho letto che ami, nell’ordine: cinema, noir, horror e fantasmi. E sei anche riuscita a creare “Il Re dei topi e altre favole oscure” con l’insieme di tutti questi elementi, ricevendo l’apprezzamento di un must della letteratura, Joe R. Lansdale. Come ci sei riuscita? 
C.: Lansdale l’avevo incontrato al Noir in Festival a Courmayeur un po’ prima che uscisse “Il Re dei topi”. È tra i miei scrittori preferiti e il mio sogno era fargli leggere qualcosa di mio; non mi aspettavo però che accettasse e non soltanto, mi scrivesse quelle parole di apprezzamento. Gli scrittori americani, a differenza di molti italiani, considerano la scrittura un mestiere come un altro e si comportano con i lettori in modo schietto e immediato, senza divismi.
7. Mi incuriosisce l’abbinamento: “favole” con l’aggettivo: “oscure”. Ce ne vuoi parlare? 
C.: Fin da bambina le fiabe mi hanno sempre appassionato con la loro magia, oggi trovo che siano anche un modo efficace per affrontare argomenti crudeli o sgradevoli. Per esempio la fiaba che dà il titolo alla raccolta “Il re dei topi” è una metafora per raccontare della violenza domestica sui bambini. Inoltre credo che tutte le fiabe siano oscure, perché mettono il lettore davanti alle sue paure (la crescita, la separazione dai genitori…) per aiutarlo ad affrontarle e superarle come in una sorta di rito di iniziazione. 
8. Come ci si organizza per la stesura di racconti rispetto a un romanzo? Quali le difficoltà dei primi rispetto al secondo e quali i vantaggi? 
C.: Per scrivere un racconto è importante avere in mente un’idea iniziale, un colpo di scena finale e un’atmosfera interessante, e poi svolgere la storia man mano che te la vedi davanti. Per scrivere un romanzo è necessario, oltre a tutto questo, un’ampia opera di documentazione, sia esterna (di ambientazione della storia) che interna (cioè conoscere benissimo i propri personaggi, anche nella loro backstory precedente e familiarizzare con essi, oltre che aver ben presente lo svolgimento della trama). Il vantaggio del romanzo, se pur più impegnativo, è che ti permette di esprimere maggiormente ciò che hai dentro, la tua poetica e la tua visione del mondo, ma il vantaggio del racconto è che bastano poche frasi per trasmettere un’emozione. 
9. Hai tradotto autori di altissimo livello quali Jeffery Deaver, Douglas Preston, Richard Stark e Jeff Lindsay. A quale personaggio narrato nei loro romanzi ti sei appassionata maggiormente?
C.: Ammetto il mio debole per Dexter, ma metterei sullo stesso piano il location scout John Pellam creato da Jeffery Deaver e l’indimenticabile Parker di Richard Stark.
10. Sempre a proposito di traduzione. Pensi sia sottovalutato il lavoro del traduttore? Non leggo molte interviste nei loro confronti. In fondo, riuscire a trasmettere le stesse sensazioni in una lingua diversa dall’originale, credo sia di fondamentale importanza… cosa ne pensi?
C.: Molti pensano che la traduzione sia un semplice passaggio dall’originale alla lingua italiana, in realtà si tratta di una vera e propria “versione” del testo, esattamente come si faceva al liceo con le versioni latine, un continuo esercizio di analisi logica e del periodo, oltre che di lessico. Bisogna inoltre documentarsi ampiamente sulla cultura e le usanze del paese straniero e soprattutto afferrare sia la personalità dello scrittore che quella dei suoi personaggi; insomma, si tratta di riscrivere un testo mettendoci tutto se stessi, ma nello stesso tempo facendo un passo indietro e impersonandosi nell’autore.
11. Veniamo finalmente al tuo ultimo romanzo, “Tutto quel nero”. La storia narra di un personaggio molto amato del cinema: Soledad Miranda. Qual è stato il motivo di tale scelta, che so essere solo un pretesto per sviluppare la storia?
C.: Soledad Miranda è un’attrice affascinante, ma purtroppo non celebrata quanto merita; mi piaceva l’idea di scrivere una storia che le rendesse omaggio e nello stesso tempo fosse intrisa della sua malia. Non riuscirei a immaginare un’altra attrice che in un solo sguardo riesca a incarnare le due fondamentali tematiche del mio romanzo: eros e thanatos. 
12. Mi spieghi il significato del titolo? L’hai scelto tu?
C.: Sì, l’ho scelto io. In principio il titolo di lavorazione era “Soledad”, poi suonava troppo solare per un noir. “Tutto quel nero” invece si riferisce a diversi aspetti della storia: oltre ovviamente al genere noir, anche alla dissolvenza in nero cinematografica, che sul piano psicologico si collega al procedimento dell’amnesia legata a rimozione ed è la chiave della risoluzione del mistero. Inoltre “Tutto quel nero” contiene un chiaro riferimento alla simbologia della Morte presente nei tarocchi, e al titolo di un film di Sergio Martino “Tutti i colori del buio”, uno dei gialli all’italiana anni Settanta che hanno ispirato la mia storia. 
13. Quale messaggio vorresti trasmettere attraverso la trama del romanzo?
C.: Ci sono diversi messaggi nel sottotesto di “Tutto quel nero”, ma preferirei non anticiparli, da un lato per non rovinare la sorpresa, dall’altro perché preferisco non spiegare a freddo e razionalmente sensazioni ed emozioni che spero il lettore arrivi a sperimentare sulla sua pelle durante il romanzo.
14. A quali maestri dell’horror e del thriller ti sei ispirata? 
C.: Mi sono ispirata sia a registi che scrittori del genere: da Mario Bava a John Carpenter, da Stephen King a Joe R. Lansdale a Donald Westlake, da David Lynch a Lucio Fulci e a Roman Polanski… e, ovviamente, al cinema di Jess Franco di cui Soledad Miranda era la musa.
15. Appassionata di cinema, dicevamo. Mi abbini un film a un libro a tua scelta che hai scritto?
C.: In effetti mi ispiro spesso ai film, anche se non cerco solo di replicarne le suggestioni, ma di aggiungere alle storie quel surplus immaginativo che solo la scrittura può dare. Per esempio l’ebook che è uscito ora per Milano Nera, “Il buono, il bruto e la bionda” è un esperimento di slasher letterario e in un certo senso si ispira a Scream di Wes Craven… non per niente uno dei protagonisti si chiama Kevin, da Kevin Williamson lo sceneggiatore dell’omonima pellicola che negli anni Novanta ha rilanciato il genere.
16. Ti faccio la stessa domanda che ho posto a Massimo Rainer in una delle mie recenti interviste: perché senti la necessità di raccontare del Buio e del Male? E’ un modo per esorcizzarlo o perché del “Bene” non interessa a nessuno?
C.: Fin da bambina i buoni li ho sempre trovati piuttosto noiosi, adoravo la strega di Biancaneve e la Regina delle nevi e mi seccava che Amelia non riuscisse neanche una volta a prendere quel dannato decino. In realtà non credo che il Bene non interessi a nessuno, anzi, mi pare che la tendenza attuale sia un aumento del buonismo in film e romanzi. Lo stesso horror con la moda twilightiana è stato edulcorato: negli scaffali dove un tempo regnavano incontrastati i libri di King, Barker & C. ora spadroneggiano i rassicuranti paranormal romance. Un’ondata di buonismo imperante ha inghiottito e anestetizzato generi che un tempo ci mettevano a contatto con i nostri dubbi e le nostre paure e ci aiutavano a maneggiarli: per me è questo il vero Buio.
Una lunga chiacchierata, devo dire..è stato davvero un piacere!

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