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Contorni di Noir | June 24, 2017

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Intervista a Davide Simon Mazzoli

| On 04, Giu 2012

Oggi su Contorni di noir, ospitiamo Davide Simon Mazzoli, giovane scrittore che ha pubblicato con TEA, per la nuova collana di Tre60, il romanzo  Lo specchio del male , uscito da poco in libreria e recensito sul blog.
1. Raccontaci di te e di come è cominciata questa passione per la scrittura.
D.S.: Io scrivo da quando ho imparato a scrivere, praticamente dalle elementari. Subito mi sono cimentato in piccoli racconti, dal fantasy all’horror. Poi, a 19 anni, ho scritto un testo teatrale-filosofico (logicamente con la filosofia di un ragazzino!), che ho pubblicato all’età di 21 con l’editoria a pagamento. Si intitolava: “Nessuno può chiamarlo Ulisse” ed è un cammino alla ricerca di se stessi, all’interno della testa di un uomo, che si accorge di essere una nullità e va a scoprire i 10 stereotipi della tipologia umana. Un esperimento scritto in un italiano molto particolare. Da lì, mi sono cimentato nella scrittura di un thriller piuttosto convenzionale, con una trama di cui non parlo, perché forse tirerò fuori nuovamente. Sono arrivato tra i sei finalisti al Premio Tedeschi e non sono ancora riuscito a pubblicarlo. 
2. Vorrei subito parlare di questo romanzo. Qual è la scintilla che ti ha portato a scriverlo e come ti sei organizzato nella stesura?
D.S.: La scintilla è nata proprio dal “fastidio” che mi ha provocato la non pubblicazione del romanzo che mi ha fatto vincere il Premio. Ho costruito una struttura thriller, però ho voluto fregarmene di tutto, non ho seguito nessuna regola, nessun dogma. Quando non avevo in mente qualcosa da scrivere, lo scrivevo lo stesso. Infatti, il mio protagonista Orazio De Curtis è uno scrittore e nel libro scrive un libro e i pensieri di Orazio nel processo creativo sono i miei. Quindi Orazio crea un personaggio in contemporanea a me, mentre io stavo creando lui. La scrittura è stata piuttosto dura in certi punti proprio per come ho pensato il romanzo.
Sono molto preciso nel lavoro in generale. Sono stato stato autore televisivo e concept per Theme Park e ho avuto sempre un’educazione professionale di tipo americano, molto schematico e preciso. Ma ho unito l’intuito italiano. Quindi c’era uno schema ben definito di 9 pagine, soprattutto perché in un giallo tutte le tessere devono combaciare. Poi, per la scelta della grafica, era come se stessi dettando e nelle pagine si imprimevano le mie parole nella maniera in cui io le davo. Per questo l’impostazione è molto particolare.

3. Dopo averlo letto, mi è venuto spontaneo pensare che sovverti tutte le regole del marketing! Il romanzo sembra urlare: “Non leggetemi!”. A quante case editrici l’hai presentato e come hai fatto a convincerne una a pubblicartelo?
D.S.: In realtà, il romanzo ha subito riscosso curiosità e molte case editrici mi hanno contattato. Alcune le ho rifiutate io, perché avevo la prospettiva della casa editrice Tre60 che mi piaceva molto. Altre mi hanno risposto che il testo era molto bello, ma talmente particolare che non sapevano dove collocarlo nelle loro collane e quindi avrebbero voluto apportare delle modifiche, ma io non me la sentivo, perché sarei dovuto andare contro Orazio De Curtis, che oramai per me era una persona che vive in qualche parte del mondo! Ho avuto la fortuna di conoscere Paolo Caruso e la sua squadra che mi ha detto: “Noi te lo pubblichiamo così com’è. Abbiamo un nuovo marchio che ti darà lo spazio che ti serve.” Quindi mi ritengo di essere stato molto fortunato.
4. Che tipo di lettori vorresti attirare con questo romanzo e che reazioni stai ricevendo?
D.S.: Il target di questo romanzo è davvero molto vario, può piacere sia al ragazzo che all’uomo di una certa età. Non ho mai pensato potesse piacere alle donne, invece piace! Tra l’altro, le donne che leggono questo tipo di romanzo sono molto dure, forti, più forti degli uomini in certi casi. Decise e con un’analisi pazzesca di tutto. La cosa che mi sta piacendo molto è che con il romanzo che ho scritto l’anno scorso con mio cugino, ho fidelizzato un gruppo di lettori “alle prime armi” e mi hanno seguito. L’argomento era mio cugino è un fenomeno culturale di questo periodo, quindi con argomentazioni più facili. Questo, pur avendo il dubbio che non piacesse . Invece mi scrivono che in due giorni lo hanno letto! E leggere 400 pagine in così poco tempo mi fa piacere. Vuol dire che ho scelto il metodo giusto, anche nella scrittura, che ho rielaborato. Il lettore non deve più leggere, deve sentire, capire, essere trasportato dentro la testa di Orazio. E’ questo che ho voluto fare.

5. L’ho soprannominato: “Il libro dei pensieri non espressi”, come se nella realtà portassimo una maschera che non rivela il lato oscuro di ognuno di noi. Diciamo una cosa e nel contempo pensiamo l’esatto opposto…ma cosa ne sarebbe stato di Orazio se avesse manifestato sempre i suoi pensieri?
D.S.: Come dice Orazio: “La maggior parte dei tuoi pensieri sono verità che rimangono nascoste a tutti e te le porti nella tomba. E solo gli stupidi dicono ciò che pensano.” In resto delle persone intelligenti tiene sempre il “Mostro” ingabbiato e se lo tengono dentro. Probabilmente, se Orazio avesse espresso i suoi pensieri non sarebbe stato un famoso giornalista, un romanziere, un uomo ricco, ma sarebbe stato ai margini della società, un reietto. La tua idea è proprio quello a cui volevo arrivare. A un romanzo dei pensieri segreti. Io penso che l’uomo abbia una maschera, anche con chi vogliamo bene, con i quali non abbiamo il coraggio di esprimerci. Io sono una persona impulsiva e consapevole di questo, spesso tolgo la maschera e non sempre è una buona idea. Non tutti accettano la verità. Con Orazio ho voluto tenere stretta la maschera e andare giù nella maniera più pesante, senza forzature.
6. L’ho trovato eccessivo nel turpiloquio, al limite della sopportazione. Credi che sfogare la propria rabbia trovi conforto nell’esprimersi a parolacce? Capisco che il personaggio in fondo lo richiedesse, ma può esistere nella realtà uno come Orazio? Estremo, anche se genuino a suo modo?
D.S.: Si. La risposta è spaventosa, ma era un po’ quello che volevo trasmettere. Tra l’altro, alcune parti del romanzo le ho tagliate, effettivamente troppo pesanti e forse troppo personali. In certi punti, ho volutamente tolto la punteggiatura, perché il lettore arrivasse a sperare che finisse in fretta, che rimanesse col fiato sospeso. Sulle parolacce, purtroppo si. Ora vivo negli Stati Uniti, ma quando vivevo in Italia, ho sempre cercato il contatto. Mi sedevo fuori dai bar ad ascoltare conversazioni, per conoscere chi mi stava intorno. E la società di oggi è squallida, direi spaventosa. Sono tutti alla ricerca di notorietà. Ormai non c’è più pubblico, ma solo protagonisti. Penso che questo voglia colpire le persone per emergere diventano come Orazio De Curtis: volgari, forti, cattivi. E’ solo un modo per dimostrare la propria esistenza.
7. Orazio e il ragazzino – Corrado Tuziesi – che lui etichetta come “Demonio”. Che tipo di rapporto volevi creare tra loro? Sembrano nemici, ma anche complici. Diversi, ma in fondo uguali. Può esistere amicizia nel Male?
D.S.: No, nel male non esiste amicizia, ma complicità. Il Male è qualcosa di apparentemente più potente del Bene, perché è immediato. Il Bene resiste a lungo e per sempre. Ed è più difficile da mantenere. Il Male invece è uno squarcio nel cielo. Che arriva. Quindi due persone malvagie possono avere complicità tra di loro, ma l’amicizia prima di tutto è basata sulla fiducia. Cosa che tra Orazio e Corrado non c’è, c’è solo il ricatto.
8. Uno scrittore che cova una rabbia repressa per anni, senza aver memoria della ragione di tale comportamento. Può un sentimento del genere non avere memoria?
Secondo me si. Prima di scrivere questo libro ho fatto degli studi, proprio sondando in questo mondo. D.S.: E sono stati studi molto duri per me, perché la pedofilia e tutto quello che la circonda mi tocca profondamente..anche perché ora sono padre di un bambino di 7 mesi. E’ proprio la rappresentazione del Male in tutte le sue forme, si racchiude proprio in questo. E i grandi traumi, soprattutto quando si è bambini, o scaturiscono altro male – i serial killer spesso sono persone che hanno subito traumi di natura sessuale da piccoli – oppure c’è proprio una “manata” che cancella tutto e non ci si ricorda più niente. Non accettano e si ricostruiscono nella loro testa una nuova vita, ma una vita da “film”, non è la loro..
9. Sono rimasta impressionata dalla moglie Sarah, una brava donna al limite dello stucchevole. Dolce e remissiva, paziente e devota. Come ha potuto essere sposata per anni a un uomo del genere? Quale forza l’ha aiutata a tirare avanti? Forse non aveva colto la vera essenza di Orazio?
D.S.: Io penso che Orazio abbia comunque un fascino, e anche lui era una persona felice, “prima”. Certo, tradiva la moglie, però era felice del suo lavoro, era un giornalista. Tutto è cambiato dopo che è avvenuto l’incidente, ha perso ben più del suo occhio, dell’uso della gamba, o delle sue dita. Lui ha perso fiducia in se stesso. Infatti, il mio libro si basa sul fatto che lui non trova più ispirazione e mette in dubbio il suo talento. Che poi dica: “Sono bravissimo!”, in realtà è una lotta che ha dentro di sé. Ho voluto tratteggiare questa donna tollerante, Sarah, che gli stesse vicino perché aveva colto in Orazio qualcosa di più di quello che era diventato. Anche se nel corso del libro, quando lui si rende conto di quello che sta succedendo nel loro matrimonio, soffre. Quindi, tutto sommato, forse lo fa il cattivo, ma in fondo non lo è.
10. Mi ha colpito positivamente la scelta di impostare la grafica senza regole dei caratteri e dello spazio, come per non distogliere l’attenzione dalla lettura e per cogliere le sfumature del tono. Carattere piccolo se è una voce sussurrata o, al contrario, neretto e maiuscolo per un tono perentorio. Mi spieghi il motivo della tua scelta?
D.S.: In pratica, ho voluto dare un aspetto quasi cinematografico al libro, è stato studiato attentamente anche nell’impaginazione ed è stato un modo per creare attesa, tensione. Le parole piccole sussurrate che quasi non le senti..e come faccio a non fartele sentire? Quasi non te le faccio leggere, allora. Oppure, ho voluto dare voce agli spazi bianchi che sono il vuoto, la tragedia, i momenti di panico o quelli di attesa. Quindi, “Lo specchio del male”, la storia di Orazio De Curtis, si “legge” e si “vede”. Essendo io anche in parte regista, ho voluto unire queste cose, cercando di dare una nuova formula di lettura e per avvicinare chi ancora non legge. E magari si diverte con questo romanzo.
11. Ho letto in una tua precedente intervista, che hai concepito il romanzo come sfogo personale. Pensi che la scrittura sia terapeutica?
D.S.: Assolutamente si. Con la scrittura espelli tutto il veleno che hai nel corpo. Anche l’arte in generale, secondo me. Il pittore si sfoga dipingendo, lo scultore mentre crea con la plastilina o la creta, il musicista attraverso la musica. Poi sta alla persona cercare di dosare questo sfogo e decidere quanto “aprire la valvola” o no. Io l’ho aperta tutta, anche se mi rendevo conto di esagerare a un certo punto. Ma ho detto: “Chi se ne frega.”
12. Alla fine del romanzo, mi sono resa conto che, grattando sulla superficie di questo personaggio cinico, irreale, eccessivo a tutti i livelli, si nasconde in realtà un’emarginato. Uno che, al di là delle apparenze ha sofferto nella vita e continua a soffrire. E che forse l’unico sistema per sentirsi vivo e importante era quello di considerarsi al centro dell’attenzione, come unico protagonista di un film, dove gli altri “sono solo comparse”. Cosa ne pensi? E’ un debole, alla fine?
D.S.: No, è l’uomo comune, purtroppo.. Ognuno di noi, per tutta la vita, cerca di emergere, di dare un senso a ciò che è, e spesso ci si rende conto che la vita ti porta lontano rispetto ai tuoi obiettivi. Orazio De Curtis ha avuto una storia che è una tragedia, in realtà. Ma ho voluto simboleggiare anche il fatto di non dover per forza giudicare sempre tutto, ma lasciar passare certe cose. Ho voluto creare un personaggio che all’inizio ti fa schifo, lo odi. Soprattutto per il comportamento nei confronti della moglie. Invece, verso metà libro, ti viene da pensare: “Questo l’avrei fatto anch’io.” Tipo quando chiami un call center e ti tengono in attesa per ore, ti fanno sentire la musichetta odiosa. Anche dal ritorno che ho avuto dai lettori, ho capito di aver preso la direzione giusta. E ti rendi conto che si può solo provare pena per quest’uomo, ma anche vergogna. Come lettore, hai giudicato fin dall’inizio Orazio, l’hai affiancato durante il corso del romanzo e alla fine l’hai compatito. Quindi esci dal libro con una sensazione di sporco, di non essere così tanto diverso da lui..
13. Quale stato d’animo ti ha lasciato questo romanzo alla fine della stesura? Non ne sono uscita illesa io..m’immagino lo scrittore. E quale messaggio vorresti trasmettere?
D.S.: Io ne sono uscito a pezzi! In realtà, il romanzo l’ho cominciato nel 2006 quando avevo 26 anni. Cambiavo completamente carattere nel corso della stesura e avevo degli atteggiamenti simili al personaggio del libro. Trattavo male la mia ragazza (ora mia moglie). Non ero io che gestivo Orazio, ma era lui che gestiva me! Lo avevo reso troppo indipendente, c’era un’aura assolutamente negativa.
Allora, dopo le prime 100 pagine, ho interrotto la scrittura. E dal 2006 al 2009 – quando l’ho ripresa – ho avuto la sensazione che la mia vita fosse rimasta sospesa. Non riuscivo a chiudere determinate situazioni. E ho pensato che, forse, la colpa fosse di Orazio. “Me la sta facendo pagare perché l’ho abbandonato.” Come Orazio stava abbandonando il suo “Gianfranco” in quel casolare. Allora ho pensato che, avendogli dato vita, io dovevo chiudere la storia. E in tre mesi ho concluso il romanzo. Mi sono trasferito negli Stati Uniti (Orlando – Florida) in quel periodo e scrivevo seduto per terra con il mio cane di fianco. Ogni tanto interrompevo la scrittura e mi dedicavo ai video giochi della Playstation – Call of Duty – un gioco violentissimo, dove il tuo obiettivo è uccidere gli altri. E mi sfinivo! Poi riprendevo a scrivere. Ho concluso il romanzo in Italia e mi è rimasto un vuoto dentro. Quando finisco di scrivere, mi viene da vomitare e sto male. Non so bene perché, ma è proprio una sofferenza fisica. E psicologicamente, ero distrutto. Ho lasciato passare tre giorni e ho concluso un pezzetto del libro che restava in sospeso. Che è la storia di “Gianfranco”, che ho voluto chiudere bene. Bene come? Bene che va contro il perbenismo.
Infatti, nel prologo, ho lanciato subito un messaggio il perbenismo, perché lo odio in modo viscerale!

E’ con questa risposta che saluto Davide Simon Mazzoli, anche se la chiacchierata è proseguita amabilmente anche dopo l’intervista. E’ un ragazzo di cui sentiremo parlare ancora, e ancora. Ha quella strana luce negli occhi, la stessa di cui Steve Jobs parlava: “Stay hungry, stay foolish”.

*Il personaggio di “Gianfranco”, a cui si riferisce lo scrittore, riguarda il romanzo che Orazio De Curtis cerca di scrivere e il personaggio che lui ha creato.

Commenti

  1. Complimenti bella intervista:)

  2. Grazie! Devo dire che mi sono divertita parecchio..;) Davide è molto simpatico e disponibile!

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