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Contorni di Noir | August 18, 2017

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Intervista a Anna Maria Biavasco

| On 29, Lug 2012

 


Quando si legge il curriculum di Anna Maria Biavasco, in cui vengono riempite ben quattro pagine di libri da lei tradotti, si può anche aspettare qualche mese in più per avere le risposte a questa intervista, con la quale spero di poter dare maggiore visibilità ai traduttori di libri e all’enorme lavoro che svolgono nelle “retrovie”.

1. Grazie, Anna Maria, di essere passata sul mio blog. Vorrei che ti presentassi da sola.
A.M.: Ciao a tutti. Sono nata a Savona e vivo a Genova da trent’anni. Ho fatto il classico e poi lingue e sì, ho sempre desiderato fare la traduttrice. Ho iniziato come traduttrice tecnica e sono passata all’editoria quando è nata mia figlia Sarah, per potermi organizzare meglio il lavoro. All’epoca le traduzioni tecniche erano sempre urgentissime, mentre la programmazione editoriale aveva tempi più lunghi. Adesso no. Ormai è uno stress anche tradurre romanzi.

2. Ti sei laureata in inglese e in russo, ma mi pare di non aver trovato autori dell’Est. O, comunque, la prevalenza è di autori inglesi C’è un motivo particolare?
A.M.: Ho studiato anche il russo, è vero. Ma dai tempi dell’università l’ho completamente dimenticato. Mi sono concentrata sull’inglese e dopo un po’ mi sono resa conto che il russo non lo sapevo più. Non so come facciano quelli che parlano sette lingue. Nella mia testa c’è posto soltanto per due.

3. Insegnante di inglese, titolare di corsi di inglese ecc. Eserciti ancora? Cosa ti ha lasciato questa professione e cosa hai acquistato?
A.M.: Amo molto l’inglese e mi piace insegnarlo, soprattutto agli adulti. Più insegni, più impari, perché sei costretto ad approfondire continuamente la materia.

4. Ho letto sulla tua biografia che ci sono alcuni anni in cui hai tradotto fino a 14 romanzi (chapeau!) Da cosa dipende il numero delle traduzioni eseguite in un anno? Dalla trama, dallo stile dello scrittore o…?
A.M.: Niente chapeau! Prima di tutto, come avrai visto, lavoro quasi sempre con Valentina Guani e quindi devi dividere per due. E poi, se certi anni sono usciti 14 romanzi tradotti da me, sicuramente non li ho tradotti tutti in un anno. Nonostante i ritmi imposti dagli editori siano sempre più massacranti, credo ci sia un limite al numero di cartelle che si possono tradurre in un giorno/mese/anno. Sono più veloce quanto meglio conosco l’autore, il suo stile, i suoi vezzi.

5. Può succedere quindi di tradurre un romanzo in più persone? E lo stile non ne risente?
A.M.: Io e Valentina Guani siamo la dimostrazione vivente che sì, si può fare. Il nostro sodalizio, ormai più che ventennale, ha superato da poco le 150 traduzioni pubblicate!
Ma mi è capitato anche di lavorare in gruppo con altri tre, quattro o cinque traduttori, per sfornare traduzioni a tempo di record.
Mi piace lavorare con gli altri. Quella del traduttore può essere un’attività molto solitaria, chiusa, monacale e, se apprezzo il silenzioso confronto con il testo, mi piace anche la discussione, il confronto e – perché no? – anche lo scontro, se è utile. Lo stile ne risente in maniera positiva, a mio avviso. Le scelte sono più ragionate, perché frutto di un contraddittorio.

6. Hai provato autori dai generi più disparati, da Patricia Cornwell e il suo personaggio, Kay Scarpetta, a Don Winslow, attraverso Joyce Carol Oates, Dan Brown e James Lee Burke. A quale dei personaggi ti sei affezionata maggiormente?
A.M.: Be’, senza dubbio a Kay Scarpetta e compagnia, con cui trascorro due o tre mesi l’anno, ogni anno, dal 1998.
7. Vuoi raccontarci qualche aneddoto della tua vita di traduttrice?
A.M.: La cosa più buffa sono gli errori. Ti sforzi sempre di non farne, ma ti scappano sempre. Eppure ti assicuro che io sono una precisa, pignola e noiosissima, che adesso cerca tutto su Internet, controllando scrupolosamente le fonti, e prima di Internet passava giornate in biblioteca a consultare tomi, enciclopedie e dizionari di ogni tipo. Non importa: prima o poi su qualche buccia di banana scivoli lo stesso.
Anzi, colgo l’occasione per diffondere un appello accorato: Non sparate sul traduttore!

Non giudicate una traduzione dalla quantità di errori che ci trovate, ma dalla qualità del testo, dalla sua scorrevolezza, dalla coerenza interna. Ricordatevi che non si può sapere tutto, stare attenti a tutto, essere esperti in ogni campo dello scibile umano. Il traduttore editoriale segue i suoi personaggi in ogni parte del mondo, lungo le strade di innumerevoli città (che vanno tutte chiamate con il nome giusto e a volte trascritte da qualche altro alfabeto secondo le ultime regole di traslitterazione), in visita a migliaia di monumenti (di cui deve cercare l’immagine, se malauguratamente l’autore decide di soffermarsi su qualche particolare), mentre citano canzoni (che deve andare a cercare), poesie/romanzi/aforismi/proverbi (da riconoscere e poi cercare in traduzione accreditata), brani della Bibbia (idem), che assaggiano le pietanze più improbabili (di cui spesso occorre conoscere almeno gli ingredienti principali), parlano con gli accenti più vari (da riconoscere e a volte da riprodurre in qualche modo). Se poi questi personaggi appartengono alle opposte categorie di assassini/tutori della legge usano innumerevoli armi, da fuoco e non, comprese quelle batteriologiche e di nuova generazione, magari in combinazione con esplosivi, veleni, aerei, elicotteri, superpetroliere, sottomarini e mezzi corazzati.

Districarsi in tutto ciò senza mai commettere errori è pressoché impossibile. Le mie perle? Confesso che sono riuscita a far superare la velocità della luce a un personaggio a bordo del Concorde (ok, lo so: è quella del suono!) e a far accostare uno Stetson al marciapiede (Ho capito, credevo che fosse un’automobile!). Ho confuso molte volte i proiettili con le cartucce, i tamburi con i caricatori e ho usato terminologia impropria per gli strumenti di aerei ed elicotteri. Chissà quanti altri svarioni ho preso, che nessuno si è mai premurato di farmi notare…
Ma non si può pensare di non sbagliare, e la bontà di una traduzione non consiste nella mera assenza di errori, ma nella qualità complessiva del lavoro. Per fortuna, dagli errori di un traduttore non dipendono vite umane!

Le domande che vorrei fare a questa poliedrica traduttrice sarebbero ancora tantissime, ma spero di potergliele fare di persona, prima o poi!

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