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Contorni di Noir | June 24, 2017

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Intervista a Enrico Pandiani

| On 13, Set 2012

foto di Enrico Pandiani

In occasione del secondo appuntamento con Lomellina in giallo, organizzato da Riccardo Sedini e PierEmilio Castoldi – al quale parteciperò anch’io come ufficio stampa – ho avuto modo di intervistare Enrico Pandiani, che sarà presente il 15 settembre, alle ore 15, per presentare il suo romanzo “Pessime scuse per un massacro”, per Rizzoli.
Buona lettura!

1. Benvenuto, Enrico, cosa vorresti che sapessero di te i tuoi lettori?
E.: E una domanda complicata. In realtà un autore dovrebbe piuttosto scomparire per lasciare tutto lo spazio ai suoi personaggi. Però mi piace avere uno rapporto con i lettori, sia epistolare che dal vivo nelle presentazioni, perché questo fa si che si formi un dialogo nel quale tu racconti delle storie e in cambio ne ricevi sensazioni, commenti e critiche. Io quando scrivo cerco di guardare ai miei romanzi con l’occhio del lettore. Se non piacciono a me ho l’impressione che non piaceranno a nessuno. Per questo mi concentro molto sui personaggi, sulle loro storie e sulla loro personalità, su ciò che dicono e ciò che fanno. Penso che siano loro la parte importante, è loro il compito di dialogare con il lettore e di affabularlo facendogli dimenticare la realtà per qualche ora e magari dandogli qualche pensiero. Una bella storia non è nulla se i personaggi sono solo accennati.

2. Come hai cominciato la tua carriera di scrittore? Ho letto dalla tua biografia che hai avuto un…colpo di fulmine.
E.: Non so se la mia si possa ancora definire una carriera, non è molto che pubblico i miei romanzi. Ho certamente avuto delle belle soddisfazioni. Credo che la passione per il racconto sia nata molto presto, quando ero un ragazzino e scrivevo le mie storie a fumetti. Poi la vita ha preso un’altra strada e ho iniziato la carriera, quella vera, di grafico editoriale. Però scrivere è sempre stato un bisogno, una cosa che negli ultimi trent’anni ho fatto per puro divertimento. Il colpo di fulmine, comunque, c’è stato. Avevo quattordici anni quando uno zio mi ha regalato un romanzo del Commissario Sanantonio. Per me è stato un po’ come venir fulminato sulla via di Damasco. Leggere quei romanzi, divertirmi come un matto, mi ha stimolato al punto da costringermi a cominciare a scrivere. Sanantonio mi ha anche fatto capire che un buon noir, per essere completo, deve avere due ingredienti fondamentali, l’ironia e l’umorismo. Siccome sono un tipo svelto, per arrivare alla pubblicazione ho impiegato soltanto trentacinque anni. Però, penso di aver trovato un mio stile.

3. Sempre in questa simpatica biografia, mi è capitato di leggere che la tua grande passione è il disegno, nello specifico i fumetti. Come nasce questa vena artistica e che tipo di fumetti disegni?
E.: Non lo faccio più da parecchio tempo, l’ultima volta che ho pubblicato una storia a fumetti è stato parecchio tempo fa. Però scrivere e disegnare storie a fumetti è stata una grande passione. Sono nato con la matita in mano e ho disegnato per buona parte della mia vita. Ma i fumetti non erano il mio mestiere, mi sono ritrovato a essere un moebiussiano frustrato, così alla fine la passione si è estinta naturalmente. Amo ancora molto i fumetti di una volta, quelli contemporanei non mi dicono molto.

4. Quanto è stato travagliato l’iter per la pubblicazione? Hai mai avuto attimi di ripensamento, all’ennesimo rifiuto?
E.: Io sono pigro come il mio personaggio, il commissario Mordenti. Per questo quando ho finito il mio primo romanzo ne ho fatte due copie e l’ho spedito a un paio di editori, uno grande e uno medio. Poi mi sono stancato. Una sera sono sceso a portare il cane a pisciare e sotto casa ho incontrato il patron di Instar libri che faceva lo stesso con il suo. Ci siamo messi a chiacchierare e a un certo punto gli ho detto che avevo scritto un libro e se aveva voglia di leggerlo. Lui ha fatto una faccia come dire, cacchio, anche Pandiani si è messo a scrivere libri, ma mi ha detto di portargli il manoscritto. L’ho fatto. È passato un mesetto e una sera ci siamo di nuovo trovati, sempre a pisciare i cani sotto casa. Lo aveva letto, gli era piaciuto, bei personaggi, bella scrittura, eccetera eccetera. Poi mi ha detto che non sapeva se rientrava nella sua linea editoriale, ma che lo stavano leggendo due dei suoi editor. Io ci ho messo una pietra sopra, invece, dopo qualche settimana, mi ha chiamato e mi ha detto che facevano una nuova collana e cominciavano con il mio. Quindi, fatica zero. A volte l’indolenza paga, n’est pas?

5. Il tuo primo romanzo, “Les italiens”, viene pubblicato nel 2009 con Instar Libri, con l’esordio del commissario Mordenti. Quali erano le aspettative? Si sono concretizzate?
E.: All’inizio uno è sempre convinto di aver scritto il romanzo del secolo, già si vede per mesi in classifica e con un conto in banca da capogiro. In realtà tutto questo non accade quasi mai. Quando è uscito Les italiens io ero un perfetto sconosciuto, nessuno sapeva della mia esistenza. Ho avuto la fortuna di essere pubblicato da un editore piccolo ma molto agguerrito e che distribuiva a livello nazionale. Ho comunque avuto un buon successo e buone critiche che mi hanno aiutato a decollare. I miei personaggi piacevano e poco alla volta si è formato uno zoccolo duro di lettori che hanno fatto un gran passa parola. La cosa che mi sorprende, e che mi fa piacere, è che Les italiens, a distanza di quasi cinque anni dalla pubblicazione, ancora vende. Penso che i miei libri siano dei diesel, magari non fanno subito grandi picchi, ma tengono sulla distanza. In Italia è molto difficile farsi conoscere se non finisci in televisione. Però, alla lunga, se ciò che scrivi è buono, le soddisfazioni non tardano ad arrivare. Scrivendo ho cercato di portare dentro i miei romanzi tutte le mie passioni, cito spesso vecchi film che mi sono cari, mi rifaccio a personaggi che ho amato da morire e, a volte, la scansione narrativa dei miei lavori ricorda quella dei fumetti. E poi c’è la musica che ha sempre un ruolo assai importante.

6. A distanza di un anno esce, sempre per Instar Libri, “Troppo piombo”, poi “Lezioni di tenebra” e ora, per la casa editrice Rizzoli, “Pessime scuse per un massacro”. Quali cambiamenti hai potuto ravvisare nel corso dei tuoi romanzi? Come si è evoluto il tuo modo di raccontare?
E.: Scrivere è come qualsiasi altro tipo di arte marziale, più lo fai e meglio ti viene. Quello che è cambiato nel corso di quattro romanzi credo sia stato il progressivo consolidamento di uno stile personale che all’inizio era più traballante. Inoltre, c’è stata da parte mia una ricerca linguistica su quella componente che, in un romanzo, io chiamo “la lirica”, ossia il tentativo, anche in una storia di genere, di alzare il livello letterario lavorando molto sui personaggi, sui luoghi, sulle descrizioni e le sensazioni che devono coinvolgere il lettore. Non sta a me giudicare se ci sono riuscito o meno, ma trovo che molti romanzi noir abbiano il limite di essere una semplice sequenza di eventi più o meno violenti e piuttosto scarni. Questo a me non piace. Non so se ci riuscirò, ma mi piacerebbe portare i miei romanzi a un livello più completo.

7. Dammi una definizione che ti calza a pennello – che senti tua – di quelle che ti sono state attribuite.
E.: Le definizioni che mi sono state date è meglio non ripeterle, vorrei invece ricordare la definizione che il critico Giovanni Tesio diede del commissario Mordenti in una recensione che scrisse su La Stampa per il mio secondo romanzo, Lezioni di tenebra. Siccome in quel romanzo c’era, come dire, una certa quantità di intimità tra il mio personaggio e una bella giornalista di colore, Tesio lo definì con molto humour “il commissario con la patta ardita”. Da allora, con gli amici, Mordenti lo chiamiamo così.

8. Dal nome del mio blog, capirai quanto io sia affezionata e legata al genere noir. Dammi una tua interpretazione e dimmi quali sono, a tuo avviso, gli scrittori che meglio lo rappresentano, italiani o stranieri.
E.: Qui si va su un campo minato. Intanto io scrivo romanzi polizieschi, anche se ricadono di buon diritto nel vasto, a mio avviso, spettro del “noir”. Ho però notato che alla fine ogni scrittore interpellato ha la sua idea di cosa significhi questa parola. La mia versione (ne ho parlato anche con Barney) è che il romanzo noir comprenda tutta quella letteratura le cui atmosfere sono cupe, opprimenti, tese e violente, dove l’aspettativa del lettore è tesa al peggio. Non è necessario che ci sia un cadavere o un poliziotto che indaga, è il tipo di storia che rende noir un racconto. Non è quasi mai consolatorio e guarda con crudeltà chirurgica nelle pieghe dell’animo umano. Anche Delitto e castigo è noir, come lo è Domani nella battaglia pensa a me di Marias o altri capolavori della letteratura. Sarebbe assurdo relegare il noir nel solo romanzo di genere. In Italia ci sono fior d’autori che rappresentano questo genere e stanno portando via spazio agli stranieri. I romanzi nella Napoli del ventennio di Maurizio De Giovanni, per esempio, nei quali l’atmosfera oscura è molto raffinata. Alessandro Zannoni, invece, riesce a raccontare le sue storie con l’intensità e la rabbia che solo un certo humour nero può dare. Quando il noir parla al sociale, Lorenzo Mazzoni, Alessandro Bastasi o Massimo Gardella lo sanno fare bene. Infine, autori come Massimo Carlotto o Piergiorgio Pulixi sanno come aggirarsi tra criminalità organizzata e corruzione all’interno delle istituzioni. Insomma, chiamatelo come volete, giallo, thriller o poliziesco, il noir ha molte facce.

9. Tornando al tuo ultimo romanzo, “Pessime scuse per un massacro”, ce ne vuoi parlare?
E.: Per diversi motivi, Pessime scuse per un massacro è stato una sorta di romanzo di passaggio. In qualche maniera è differente dagli altri tre, è una storia più complessa e letteraria. Dovendo passare a Rizzoli, c’era la necessità di cercare un Mordenti differente; in qualche maniera il commissario si annulla per lasciare il posto agli altri personaggi che formano l’ossatura del libro. Inoltre, la storia non si svolge a Parigi ma nella campagna a sud della capitale, intorno a Fontainebleau e alla sua foresta. L’indagine gira attorno all’omicidio, molto plateale, di un senatore ultra ottuagenario e di altre persone altrettanto anziane. L’inchiesta procede su due piste parallele, una contemporanea e una che si perde ai tempi della resistenza e dell’occupazione tedesca in Francia. Ci sono i gendarmi, c’è la politica, alcune donne complicate, un amore difficile, l’amicizia e la storia. Come sempre l’ironia del commissario e il suo humour stemperano le atmosfere soffocanti e la tensione.

10. Pregi e difetti del commissario Mordenti e spiegaci qual è stato il motivo di sceglierlo come protagonista..seriale dei tuoi romanzi.
E.: I pregi di Mordenti credo siano semplici da elencare: è una persona molto umana, è psicologicamente fragile, è un indolente patologico e ha un debole per le belle donne, anche se non sempre le cose vanno come si aspetterebbe; non ha la stoffa dell’eroe, è un pasticcione, gli piace bere e mangiare con i suoi compagni di squadra; fa troppo il gradasso, a volte è caustico e gli capita di diventare violento. I difetti sono quelli classici: è tollerante, sa ascoltare, è sensibile ai problemi degli altri, non permette che la violenza che vede tutti i giorni diventi una cosa normale, ma ne è, al contrario, molto colpito; è una persona di ampie vedute, sa cambiare le proprie idee se si rende conto che sono sbagliate, non si lascia condizionare dalla morale pubblica e, in casi estremi, arriva addirittura a capire le ragioni di un criminale; ha una sua idea un po’ ossidata della giustizia e si regola di conseguenza.
Non c’è stato un motivo vero e proprio per cui l’ho scelto come protagonista. Direi piuttosto che, per una serie di circostanze, è stato lui a scegliere me. Ci siamo incontrati sulle pagine di un libro e ci siamo piaciuti. Adesso ha preso la malsana abitudine di dormire nel mio letto tra mia moglie e me, facciamo spesso colazione insieme, ci parliamo, litighiamo, a volte ci ignoriamo e mi fa conoscere un mucchio di belle donne. Insomma siamo diventati amici e finché ci sarà del feeling, percorreremo insieme questa strada.

11. Quale consiglio daresti agli scrittori esordienti? E, potessi tornare indietro sui tuoi passi, ai tuoi esordi, cosa cambieresti?
E.: Non saprei proprio cosa dire agli scrittori emergenti, se non che devono stringere i denti, tenendo presente di essere nati nel posto peggiore per fare questo mestiere. Essere pubblicati è difficile, farsi leggere è difficile, vendere i propri libri è difficile, devi proprio avere tanta pazienza e non pensare subito di essere il nuovo Tolstoij. Gli amici ti diranno che sei un figo bestiale, che scrivi da dio, che i tuoi romanzi sono il meglio che abbiano mai letto. Be’ sono tutte palle, se ci credi, non solo sei proprio un coglione, ma stai andando nella direzione sbagliata. Meglio pensare di avere sempre qualcosa da imparare, di essere imperfetto, di non essere capace e di poter migliorare. Non è una questione di umiltà, io la odio l’umiltà, è questione di essere realistici. E poi bisogna sperare nella buona sorte, di quella c’è sempre bisogno. Se sei uno che sa scrivere, prima o poi se ne accorgeranno tutti.
Dei miei esordi, forse cambierei una sola cosa, farei svolgere i miei romanzi a Torino. Parigi mi affascina, mi diverte molto è un posto pazzesco, ma mi rema contro perché alla fine mi ha impedito, a tutt’oggi, la traduzione all’estero. I francesi non lo hanno fatto perché pensano che ci manca solo uno stronzo di italiano che gli racconti Parigi e quando gli altri paesi vengono qui a cercare letteratura da tradurre, vogliono storie italiane. Comunque non sono pentito, Mordenti e io ci divertiamo da matti.

Che dire, mi piace il tuo stile diretto e spero che attraverso questa intervista i tuoi lettori si divertano a leggerla, come mi sono divertita io!

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