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Contorni di Noir | June 28, 2017

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Intervista a Kent Harrington

| On 20, Ott 2012

foto di Kent Harrington

Oggi ospitiamo sul blog Kent Harrington, uno scrittore di noir. Il suo primo lavoro, che ha avuto un notevole successo, è stato un noir thriller, dal titolo “Dark Ride”. E’ l’autore di 7 romanzi, di cui 5 usciranno in e-book. Vive felicemente nel nord della California con sua moglie. Su questo blog ho recensito Dìa de los muertos, pubblicato da Meridiano Zero. La stessa casa editrice ha pubblicato anche “Il giaguaro rosso”, che sarà presto recensito su Contorni di noir.
Ora esce negli USA, il nuovo romanzo intitolato The Rat Machine, un thriller sulla CIA, la mafia siciliana e il traffico di eroina internazionale, oltre all’infiltrazione di scienziati nazisti ed ex ufficiali delle SS in Europa e in America durante la Guerra Fredda.

1. Sono onorata di poterti intervistare e parto con il chiederti come ti presenteresti ai lettori italiani per farti conoscere al meglio? 
K.: Grazie. Oggi la tendenza degli scrittori americani di libri gialli è quella di essere molto provinciali e di solito si focalizzano sull’America. Io sono diverso. Tendo a non mettere l’America al centro dell’universo. Amo molto il mio paese, ma fuori c’è un mondo grande e voglio descriverlo senza paraocchi.
Inoltre, a causa del mio background- mia madre era latina ed io sono bilingue- riesco ad apprezzare culture e società diverse in un modo in cui non penso che molti romanzieri americani di oggi riescano a farlo. La letteratura dovrebbe avere intuizioni universali e non essere semplicistica, o nazionalistica, o diventa altro e non è letteratura.
2. Perché hai deciso di cimentarti nella scrittura e perché il genere thriller/noir? Ho letto da qualche parte che scrivevi poesie.. 
K.: Beh, non si può passare la vita a scrivere poesie! Roba da ragazzi, non proprio. Ad ogni modo non ero un bravissimo poeta. Ma, quando ero più giovane, sono stato dissuaso dal diventarlo da qualcuno che era veramente un bravo poeta. Pensava che avrei fatto la fame. E comunque ho patito la fame! 
Penso di aver scelto di scrivere romanzi perché mi piacevano. Ho avuto un’infanzia difficile e mi sono rifugiato nei romanzi, come tanti altri scrittori prima di me, pensavo semplicemente che un giorno ci avrei provato. Avevo ventidue anni! E’ stato tanto tempo fa, e se avessi saputo allora ciò che so ora, sarei diventato dottore. Penso che sarei stato un buon dottore. Quando mi reincarnerò voglio ritornare da medico. Ma con la mia fortuna, ritornerò lumaca, o forse scimmia. 
Ho scelto di scrivere un giallo perché ho letto Jim Thompson e mi ha fatto una grande impressione . Sono cresciuto con DH Laurence e Orwell, ecc. e leggere uno scrittore “ non quotato” è stata per me una grossa rivelazione. 
Jim Thompson capiva l’America e il suo lavoro mi ha ispirato a raccontare la verità e a farlo in uno stile da colpirti le budella. Così ho scritto Dark Ride, che era il romanzo di un giovane, e lo devo a Thompson. Consapevolmente volevo quello stile freddo tipico di Thompson (in realtà non molto distante da quello di Hemingway). Ero come gli studenti di arte che si vedono in un museo mentre copiano il dipinto di un pittore. A dire il vero penso che sia una buona idea per i giovani copiare un grande artista. Troppa attenzione è prestata dagli accademici quando insegnano la scrittura creativa su “la tua voce”. Non capiscono che scrivere un romanzo è un’arte come la scultura, la falegnameria o l’arte muraria; per prima cosa si deve imparare ad usare gli strumenti. A nessuno interessa – o dovrebbe interessare- “la voce” dell’apprendista, per lo meno non all’inizio. Gli scrittori giovani devono prima di tutto imparare a costruire la casa. Dopo, una volta che hanno appreso le basi, possono muoversi con la loro “voce”speciale- qualunque essa sia. 
3. Il tuo primo romanzo “Red Jungle”, lo scrivesti in Guatemala City. Vuoi dirci di cosa parlava e lo stato d’animo che provavi in quel periodo? 
K.: Red Jungle non è stato il mio primo romanzo; ma l’ho scritto in Guatemala City. In quel periodo il mio stato d’animo era molto negativo ed ero pronto a lasciar perdere tutto compresa la mia carriera. Non mi ero affermato come romanziere negli Stati Uniti, e tornavo a “casa” nel paese di mia madre per scappare da me stesso. Fu un errore, e una benedizione, perché credo che Red Jungle, sia, in qualche modo, il mio romanzo più appassionato. Ma non posso leggerlo ora poiché mi riporta alla mente tutte quelle tremende emozioni del mio fallimento artistico. 
Red jungle è un romanzo su un giornalista che va a casa nel paese di sua madre e che poi si perde in un modo che è proprio inquietante, pericoloso e tuttavia anche entusiasmante. La giungla era sia una metafora che una realtà di ciò che tutti affrontiamo nella vita in un certo momento quando tutto sembra perso e stiamo fronteggiando grosse difficoltà. In qualche modo il nostro più grande nemico, nella giungla della vita, è noi stessi. Grazie al cielo , sono sopravvissuto alla mia esperienza nella giungla, e non tornerò indietro. 
Sono anche orgoglioso del libro perché parla – all’interno di un thriller – della storia del Guatemala, della difficile esperienza coloniale con i suoi effetti a catena delle politiche economiche Neo-liberali. 
4. E’ stato difficile farselo pubblicare? Se sì, cosa ti ha convinto a non desistere e continuare a scrivere? 
K.: Fortunatamente no. Ho mandato il manoscritto di Red Jungle a Dennis Mcmillan, un importante editore di libri gialli che mi conosceva e che aveva pubblicato i miei libri in passato ed ha apprezzato molto il libro. Fu più tardi designato uno dei dieci migliori romanzi gialli dell’anno! Il libro mi ha insegnato che non si sa mai ciò che può succedere nella vita. E’ un’avventura, devi semplicemente aggrapparti alla corda durante i tempi duri. 
5. Ho letto che a nove anni sei stato mandato a una scuola militare. Quanto sei cambiato e quanto questa formazione ti è servita nel ruolo di scrittore? 
K.: E’ stata l’esperienza influente della mia vita. Questi tipi di scuole Dickensiane non esistono più. Era negli anni 60 e la punizione corporale era permessa. Non c’è un ambiente più crudele della scuola di un ragazzo -una scuola militare -,comunque, supera persino ciò perché di fatto favoriscono il sorgere di un ambiente mors tua vita mea, pensando che insegnerà al cadetto ad essere un “buon soldato.” 
Ironicamente mi predispose a diventare uno scrittore. Molti dei ragazzi che non furono schiacciati dall’esperienza ebbero successo nella vita: diventarono cardiologi e grandi industriali, ecc. e naturalmente soldati. 
Non hai idea di quanto sia difficile entrare in una scuola come quella a nove anni. La scuola diventa tua madre e tuo padre. Infatti mia madre mi abbandonò alla scuola, per cui non so che cosa sia la normale vita familiare per un bambino. Tuttora, quando vedo dei giovani con le madri mi chiedo come è il loro rapporto. Credo che l’idea della protezione materna debba farti sentire sicuro. Non c’era una tale protezione nella scuola. I ragazzi o imparavano a sopravvivere in qualche modo alle sofferenze e alla crudeltà, o erano schiacciati. Non c’era nessuno a cui chiedere aiuto. Le vigilatrici erano vecchie signore che rimanevano nelle loro stanze. Come la maggior parte degli istituti gli ospiti gestivano il posto, nel mio caso gli studenti più grandi. 
Ho visto ragazzi annientati che non sono mai più stati gli stessi. Diventavano punching ball e nullità. Se erano fortunati erano portati a casa dai genitori. Ciò che l’esperienza mi ha dato è stato un potente riflesso difensivo. Quando le cose stanno andando male, non mi aspetto l’aiuto da nessuno e conto solo su me stesso. Era il modo in cui si sopravviveva lì. Non dovevi mostrare nessuna emozione e dovevi contrattaccare. Non importava se vincevi o perdevi, ma dovevi mostrare al’aggressore, chiunque fosse,che avresti ottenuto con forza “un prezzo” da loro. Se ci riuscivi era fatta. Sbagliavi quel test ed eri condannato. Così, ironicamente, la scuola è stata un grande campo di addestramento per attività ad alto stress, e fare il romanziere è un mestiere che provoca tantissimo stress perché la maggior parte delle volte le persone ti diranno che non sei bravo e che non pubblicherai mai i tuoi libri. E non hai i soldi, il che non aiuta. Devi tenere duro quando senti queste cose e sei un artista giovane o non ci riuscirai mai. Devi essere indifferente a tutto ciò e credere veramente che si può sopravvivere, qualunque cosa ti facciano. E devi continuare a lavorare alla tua arte. 
6. Che cosa ti affascina nel genere noir rispetto agli altri e quali sono gli scrittori che, secondo te, rispecchiano meglio questo stile? 
K.: L’onestà del genere. La società moderna, le antiche società, sono di fatto crudeli posti arbitrari dove la ragione è del più forte. Questa cosa non mi piace e non l’accetto. Credo che possiamo semplicemente creare delle società e dovremmo cercare di farlo, così come dovremmo onorare la scienza, il sapere e l’uguaglianza sociale, perché fanno uscire dal buio. Ma, avendo detto ciò, capisco anche che L’Uomo – come una volta disse un monaco buddista a Allen Watts- è un Cane. Non si può inzuccherare. E’ un dato di fatto. Siamo una specie crudele che dovrebbe comportarsi meglio degli animali, ma tristemente non è così. In effetti siamo peggiori in quanto abbiamo una capacità intellettuale superiore e la usiamo per il male. Il genere noir è il più adatto per esplorare quella verità. 
7. Joseph Conrad, che citi in qualche intervista insieme a Graham Greene, scrisse: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. E come lavora Kent Harrington? Raccontami una tua giornata tipo. 
K.: Quando si lavora ad un romanzo stai sempre lavorando, specialmente durante la prima stesura perché è quando devi produrre la parte narrativa. Devi anche ascoltare i personaggi e lasciare che ti guidino. Loro guidano; tu li segui. E’ difficile da capire, ma non stai dicendo ai personaggi che cosa devono fare. Per lo meno, io no; mi dicono che cosa fare e poi prendi nota di ciò che stanno facendo. Si procede così: ti alzi, bevi un po’ di caffè, accendi il computer, e poi, se sei fortunato, guardi un film sullo schermo del computer. Il film che vedi è il romanzo che stai scrivendo. Cosi “non fare nulla” è il mio stile. E’ lo Zen dello scrivere i romanzi. 
Dal punto di vista pratico, i non-artisti non capiranno che quando guardi fuori da una finestra puoi comunque stare a lavorare perché senti e vedi qualcosa dalla parte narrativa. Succede. Il mio giorno tipico procede così: lavoro al mattino fino a pranzo poi smetto e faccio attività fisica. Non riesco a scrivere bene dopo pranzo. Mi piace scrivere al mattino. E’ il periodo migliore. Odio scrivere di sera. Non mi piace. Ho dovuto farlo quando ero più giovane ma non mi piace. 
8. “Dia de los muertos”, romanzo pubblicato da Meridiano Zero nel 2000, descrive un luogo di confine del Messico, Tijuana. Nella recensione che feci tempo fa, scrissi: “Tutti quelli che non rientrano nei canoni puritani e benpensanti dell’America, approdano all’inferno.” Cosa ne pensi? E com’è nata la scintilla da cui è stata tratta la storia? 
K.: Non ci avevo mai pensato fino a quando non me l’hai fatto notare. In un certo senso è vero. Il protagonista è certamente sul “confine” tra le regole puritane, a cui fai riferimento, e la ribellione e la scoperta di sé. Così penserei che almeno Slaughter, per esempio, un personaggio veramente cattivo, è punito e buttato all’inferno, parlando metaforicamente. 
L’ispirazione per il libro mi è venuta dopo aver trascorso molto tempo a Tijuana andando alle corride. E’ stato lì che ho avuto l’idea per il libro quando ho visto qualcuno che assomigliava a Vincent Calhoun, il protagonista del libro! 
9. Quando lessi il romanzo, mi tornò in mente il personaggio di Don Winslow – Art Keller – ne “Il potere del cane”. Anche lui agente della DEA, seppur con un carattere diverso rispetto a Vincent Calhoun. O sono più simili di quanto si pensi? Entrambi con la voglia di cambiare un Paese, entrambi che si arrendono all’inevitabile. Qual’è la tua idea? 
K.: Non conosco il personaggio di Winslow non avendo letto il libro. Ne avevo l’intenzione, ma sono stato così impegnato a scrivere The Rat Machine che sfortunatamente ci sono molti libri che non ho letto. 
Posso dire che è un tema presente nel mio libro il fatto che le persone si aggrappano alla convinzione che in qualche modo possono cambiare le cose per il meglio. E’ questa convinzione che li porta nel peggior genere di guai. Io stesso credo che cercare di cambiare il mondo – rendendolo un luogo più umano – sia meglio che non tentare. Porta sempre a dei problemi. 
10.  Nella sintesi di Meridiano Zero del tuo libro mi ha colpita la frase: “Lontano dalle spiagge, dal sole e dalle cartoline.” Pensi che esista un’immagine artefatta e superficiale dell’America Latina? O, al contrario, occorre parlarne in quanto tema sempre scottante da affrontare? 
K.: Beh, naturalmente gli stereotipi sull’America Latina, o qualsiasi nazione, di solito dominano più di quanto dovrebbero. Per esempio, le persone in Europa credono che la maggior parte della gente dell’America Latina è di carnagione scura o indiana; ma di fatto, in molte nazioni dell’America Latina, la popolazione è estremamente varia: neri, bianchi, asiatici, indiani ecc. Pensate al Brasile! 
Ciò che la buona letteratura fa è portarci nel profondo di una società e istruirci. Ecco perché ho scritto Red Jungle. Volevo che le persone che non sarebbero mai andate in Guatemala facessero l’esperienza nel modo in cui io l’ho fatta. Credo che il libro sia un buon manuale sul Guatemala. E, per quel motivo, Dia De Los Muertos è un buon manuale su Tijuana! 
11. Veniamo al tuo ultimo libro “The Rat Machine”. Ce ne vuoi parlare? 
K.: La storia è ambientata nel 1980 a Los Angeles, Londra, Palermo e Messico. Alex Law e Butch Nickels – due miei personaggi ricorrenti, ufficiali della CIA- lavorano insieme per la prima volta ed entrano nel torbido mondo del Commercio Internazionale di Eroina, gestito in quel periodo dalla Mafia siciliana. I due fingono di essere spacciatori di droga per motivi che non sono chiari a loro quando viene loro ordinato di andare a Los Angeles. 
Il libro è lungo e vuole essere il primo di una serie di tre parti. Mi è venuta l’idea un giorno mentre ero a Roma. Ritornai a casa negli States e cominciai a scrivere il romanzo che era ambientato nell’Italia moderna, ma mi resi conto, dopo aver scritto circa 150 pagine, che avevo bisogno di sapere che cosa era successo nel 1980 quando il racconto è iniziato! Così tornai indietro e scrissi 675 di quel racconto, che è diventato The Rat Machine. 
12. Ho letto che il libro sarà il primo di una serie. Quanti libri saranno pubblicati?
K.: Se tutto va bene tre. Ho in mente il titolo per il secondo della serie. Sarà probabilmente ambientato negli anni 90. 
13. C’è un personaggio particolare nel romanzo?
K.: Si due: Alex Law e Butch Nickels. Sono personaggi ricorrenti in alcuni miei romanzi: The American Boys, The Good Physician e ora The Rat Machine. 
14. Promuovi il tuo libro e spiega ai tuoi lettori perché scegliere Kent Harrington. Cosa si perderebbero se non lo facessero? 
K.: Penso che si perderebbero un viaggio meraviglioso nei posti dove probabilmente non andrebbero mai e incontrerebbero persone che non potrebbero mai incontrare. Si immergerebbero nel commercio internazionale di eroina degli anni 80 in un modo in cui nessun altro ha esplorato. Le persone che hanno letto il manoscritto hanno amato i personaggi, hanno detto che l’hanno letto velocemente e che non sapevano ciò che sarebbe successo dopo, che era come guardare una serie di HBO, che è esattamente ciò che io speravo. Hanno detto che non riuscivano a metterlo giù. 
I libri di Kent Harrington sono, se non altro, implacabili e diversi. Posso prometterlo. 
15. Se ti va, raccontaci quali programmi hai per il futuro. Ho letto che verrà tratto un film da “Dia de los muertos” con il figlio di John Houston, Danny..
K.: Si, io e Danny Huston stiamo lavorando al film Dia de Los Muertos, ma come tutte le cose ad Hollywood, è difficile e talvolta abbiamo una luce verde e qualche volta no. Proprio ora stiamo aspettando che la luce diventi verde di nuovo. Spero di riuscire a fare il film. Abbiamo un copione straordinario. Spero di realizzare un film su The Rat Machine per la televisione.

Grazie della tua partecipazione, Kent e in bocca al lupo per il tuo romanzo!

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