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Contorni di Noir | June 27, 2017

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Intervista a Vincenzo Maimone

| On 23, Ott 2012

foto di Vincenzo Maimone
Lomellina in Giallo 2012
Ho conosciuto Vincenzo Maimone all’evento organizzato da Riccardo Sedini, “Lomellina in Giallo”, svoltosi i giorni 14, 15 e 16 settembre 2012, al quale ho partecipato come ufficio stampa.
Vincenzo si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Messina. Ricercatore in Filosofia politica presso il Dipartimento di Analisi dei Processi Politici, Sociali e Istituzionali dell’Università di Catania. È autore di vari saggi e articoli su riviste scientifiche e della monografia “La società incerta. Liberalismo, individui, istituzioni nell’era del pluralismo” (Rubbettino, Soveria Mannelli 2002). È membro della redazione della rivista culturale “Notabilis”. 
Ha pubblicato due romanzi, “Un nuovo Inizio” (Sampognaro e Pupi, 2009) selezionato come semifinalista al Premio Scerbanenco; e “L’ombra di Jago” (Sampognaro e Pupi, 2011).
E’ appassionato di Harley Davidson e ho scelto di rappresentarlo con questa foto.

1. Benvenuto, Vincenzo. Sei ricercatore presso l’Università di Catania e il tuo campo di indagine è quello della “filosofia politica”. Mi spieghi cosa significa esattamente? 
V.: La filosofia politica indaga sulla natura delle istituzioni politiche, e soprattutto sulla relazione tra concetti e valori quali, giustizia, eguaglianza, libertà. Lo scopo precipuo è quello di fornire una ragionevole e condivisibile risposta ad alcune domande fondamentali, per dirla con le parole di Salvatore Veca: “È giusto che alcuni nascano ricchi ed altri poveri”? Ed ancora, “su cosa si fonda l’idea di società? Quali sono le motivazioni che ci spingono alla convivenza (più o meno civile)”? La funzione della filosofia politica è quella di riflettere in merito alla coerenza ed alla forza argomentativa della possibili risposte a queste domande essenziali. La dimensione politica è un elemento caratterizzante la natura umana (ce lo ricordava Aristotele) e tuttavia, essa deve fare i conti con la virulenza e la persistenza della natura distruttiva e auto-distruttiva dell’uomo. Il che rende la faccenda piuttosto complicata. 
2. Raccontaci la tua gavetta nelle case editrici e pregi e difetti della casa editrice minore rispetto ai colossi dell’editoria. 
V.: La mia esperienza è quella comune a molti scrittori che pubblicano i propri lavori con piccole case editrici, ovvero, un’alta qualità sotto il profilo dei rapporti interpersonali e dell’empatia tra autore ed editore, ma una miriade di problemi in termini di distribuzione e di reperibilità dei testi da parte dei potenziali lettori. Questo aspetto è centrale nel contesto del mercato editoriale. L’approccio al libro è infatti, caratterizzato da un forte elemento compulsivo. Per quanto mi riguarda, sulla base della mia esperienza personale, ciò che mi attrae in un libro, che mi spinge ad acquistarlo è un insieme composito di elementi, la sinossi, l’odore delle pagine, la copertina, il mio stato d’animo, ecc. ecc. Tutti questi elementi sono messi in crisi da una distribuzione non capillare che finisce con il tenere fuori dai giochi opere pregevoli e realmente originali. Ma vi è un ulteriore aspetto su cui vorrei soffermarmi. 
Credo che il mondo dell’editoria rappresenti, purtroppo, una credibile metafora del tempo presente. In esso troviamo tutti gli aspetti principali della nostra realtà: conflittualità e uso personalistico delle proprie rendite di posizione; la mercificazione del reale. Ogni cosa è ridotta a prodotto e quindi quantificata secondo un mero valore monetario (vali per quanto sei in grado di rendere in termini di ricchezza o, come si usava dire, di profitto). Il lettore si riduce a semplice consumatore e in quanto tale deve essere adeguatamente suggestionato, persuaso e blandito. Ciò che finisce con il contare è l’appetibilità del contenitore e non la qualità del contenuto. Il libro è solo una merce che deve essere piazzata nella maggiore quantità possibile e nel minor tempo possibile. 
A tal proposito mi viene in mente una fiaba che dovremmo ricordare più spesso, e insegnare ai nostri figli, e che è indicativa e utile a comprendere la realtà editoriale, e non solo. Mi riferisco a “I vestiti nuovi dell’imperatore”. Sono molte le ragioni, il più delle volte ben poco nobili e disinteressate che spingono a vedere sfarzo e eleganza lì dove, in realtà non vi è proprio nulla di elegante e sfarzoso, ma bensì un’oscena e disarmonica nudità. Dovremmo forse recuperare, anche nel mondo dell’editoria, l’ingenua e incorruttibile sincerità dei fanciulli (lo rimproverava anche Eraclito agli Efesii) per poter finalmente vedere che il Re è nudo. 
3. Durante un’intervista, hai dichiarato che la scelta di scrivere noir è stata per una storia che “premeva di essere raccontata”. Uno strumento terapeutico di veicolare la scrittura? 
V.: La scrittura è sotto molti punti di vista “terapeutica”. Il rispetto della grammatica e della sintassi, la necessità di garantire stabilità alla struttura del testo, impongono a chi scrive un criterio d’ordine, una particolare attenzione nella disposizione di pensieri e concetti, quindi maggiore ponderazione e minore impulsività e ciò aiuta a fare chiarezza in se stessi e non solo.. 
4. Cosa significa per te il noir e quanto, a tuo avviso, può esserci di filosofico in questo genere? 
V.: Ho risposto più volte a questa domanda e ribadisco la mia idea in merito. Il noir ci fornisce una possibilità che non dovremmo lasciarci sfuggire, ovvero, quella di scandagliare in profondità la natura umana; di indagare sulle linee d’ombra e sui lati oscuri che caratterizzano l’animo umano, ogni animo umano, aggiungerei. E ciò è profondamente filosofico. 
5. Hai scritto un romanzo che si intitola “Un nuovo inizio”, che rappresenta appieno un esordio letterario come il tuo. E’ un titolo che hai scelto tu? Che significato ha avuto per te? 
V.: Sì, rivendico la paternità del titolo. In esso ho cercato di sintetizzare non solo la vicenda che fa da sfondo alla storia e che poggia proprio sull’idea, esistenziale, del “ricominciare”, della “ripartenza” (in tutte le sue accezioni), ma anche la mia nuova esperienza di scrittore di romanzi e non semplice autore di saggi filosofici. 
“Un nuovo inizio” ruotava intorno ad un quesito fondamentale, ovvero, “Qual è il nostro rapporto con la memoria, con il passato”? E soprattutto qual è il nostro atteggiamento nei confronti del dolore per una perdita? La risposta che cercavo e che avevo in mente di formulare, tuttavia, non mi sembrava potesse trovare una soddisfacente esposizione entro la fredda sintassi della saggistica accademica. Avevo necessità, urgenza, di mettere alla prova, di calare in situazioni non reali, ma quanto meno verosimili, le mie ipotesi. Ho iniziato così a costruire i miei personaggi e a dare corpo ad una trama che potesse connetterli e metterli in relazione. La cosa si è rivelata molto più semplice e fluida (complice l’incoscienza dell’esordiente) di quanto si possa immaginare 
6. I personaggi del romanzo, Tancredi Serravalle e il commissario Costante. Ce li vuoi descrivere? E’ un’accoppiata che funziona? 
V.: Tancredi Serravalle è un docente di Storia e Filosofia, insegna in un liceo. Tancredi è quello che si potrebbe definire come un insegnante engagé: qualcuno lo considererebbe un idealista, uno degli ultimi abitanti di Utopia. Vive con disagio la burocrazia scolastica e con ancora più disagio reagisce alla china scivolosa che sembra condurre la scuola e i suoi attori verso l’abisso dell’indifferenza. È un uomo curioso, un cercatore, appunto. Ed è la curiosità che, nel primo romanzo, lo conduce ad occuparsi della morte del suo collega e che lo mette in contatto con il commissario Costante. 
Quest’ultimo è un funzionario di polizia di una certa età. Giacomo Costante è vedovo: sua moglie è morta di cancro e la sua scomparsa lo ha messo di fronte allo spettro della solitudine. Dopo alcune resistenze psicologiche e qualche senso di colpa ha deciso di cedere alle lusinghe di una sua vicina di casa, la signorina Venturelli, direttrice di banca, con la quale ha intessuto una relazione. È un uomo riflessivo che utilizza la logica ed il ragionamento per venire a capo delle indagini. Si tratta di una dote che apprezza nelle persone e che lo ha condotto a provare una naturale simpatia nei confronti di Tancredi Serravalle. 
Tancredi e Costante sono figure complementari. Nella costruzione delle mie storie cerco di mantenere un equilibrio tra questi due caratteri e di evitare sovrapposizioni o prevaricazioni non dettate dall’esigenza della trama. A mio avviso è una coppia che funziona e che permette alla vicenda di rimanere fluida e dinamica attraverso cambi di scena e di prospettiva. Devo aggiungere, inoltre, che queste due figure “mi” servono anche in virtù del ruolo e della funzione sociale che essi svolgono. 
7. Il commissario Costante c’era in “Un nuovo inizio” e lo ritroviamo ne “L’ombra di Jago”. Com’è cambiato? 
V.: Estendo la domanda anche al carattere di Tancredi. In questo secondo romanzo ho cercato di lavorare sullo spessore dei personaggi che avevo solo tratteggiato seppure con un segno marcato nel primo, ma senza entrare troppo nello specifico della loro biografia e delle loro idiosincrasie. Sia Tancredi che Costante in questa seconda vicenda rivelano aspetti e elementi del proprio passato e sfumature caratteriali. Nel caso di Costante, lo vediamo combattere con una sorta di adolescenziale gelosia nei confronti della sua compagna (d’altra parte in una vicenda in cui è citato Iago era necessario individuare un qualche Otello). Sia Tancredi che Costante, inoltre, affrontano un momento di crisi di motivazione, se così si può dire, rispetto alla loro professione. C’è un filo di rabbia e di disappunto verso le istituzioni che rappresentano che li rabbuia. 
8. Credi che possano avere vita propria o sei tu a condurre la loro storia? 
V.: Mi è difficile dare una risposta netta a questo quesito. In verità, credo di poter dire che nella costruzione della storia io mantengo la proprietà dell’inizio e, parzialmente, della fine. Il modo in cui si articola l’intreccio, in cui si muovono e interagiscono i personaggi è frutto di una strana alchimia che li rende autonomi e nella quale la mia funzione è solo quella di narratore. Fino a qualche tempo fa sostenevo con un certo pudore questa tesi, ma dopo aver ascoltato altri scrittori mi sono reso conto che si tratta di una situazione diffusa e quindi, dopo tutto, non preoccupante (almeno spero). 
9. Il concetto di filosofia mi fa sempre pensare ad un uomo che si pone molte più domande degli altri (correggimi se sbaglio..). Ma si riescono ad avere anche più risposte? E chi, tra Serravalle e Costante, pensi che rispecchino questo schema mentale? 
V.: Lo scopo fondamentale della filosofia, o quanto meno lo scopo che la filosofia, a mio avviso è chiamata a svolgere, è quello di formulare buone domande. In altri termini, le risposte della filosofia non possono che essere “provvisorie”. E tale aspetto non è affatto indice di debolezza argomentativa o di incapacità di cogliere aspetti essenziali della realtà, tutt’altro. Esso è il segnale di una profonda apertura verso il progresso e di attenzione nei confronti della natura dinamica del mondo. Cercherò di essere più chiaro attraverso un esempio. Nei manuali di filosofia Talete è considerato ufficialmente come il primo filosofo, avendo teorizzato l’esistenza di un principio unico della realtà: l’acqua. Personalmente condivido la tesi di Karl Popper, il quale sosteneva che in verità dovremmo considerare Anassimandro (secondo in ordine cronologico) come il primo filosofo. La ragione di questa diversa attribuzione della primogenitura consiste nel fatto che secondo Popper, Anassimandro incarna perfettamente la funzione della filosofia. Anassimandro non si accontenta della soluzione di Talete (con immenso dispiacere degli studenti di filosofia) e propone la sua personale immagine del mondo giustificando con buone argomentazioni il suo punto di vista. Secondo Socrate l’essenza della filosofia è la ricerca, l’incessante approssimazione alla sapienza. 
Tornando ai miei personaggi, sia Tancredi che il commissario Costante sono, sotto questo profilo, filosofi. Sono cercatori di verità ma, soprattutto, sono aperti al dubbio, e ciò li rende, a mio parere più umani e credibili (almeno spero) per il lettore. 
10. Quali consigli daresti ad un autore emergente? 
V.: Tre consigli su tutti: il primo, non aver paura di far leggere i propri lavori, lasciandoli appassire dentro i cassetti; il secondo, ascoltare con attenzione giudizi e critiche; terzo, non cedere alle lusinghe degli editori a pagamento. 
11. Vuoi fare un gioco con me? Abbina i tuoi romanzi (o il tuo ultimo romanzo) a una canzone..quale ti verrebbe in mente? 
V.: Partecipo volentieri a questo gioco e lo faccio per una ragione molto semplice, ovvero, nei miei romanzi cerco sempre di inserire una colonna sonora, un tema musicale di fondo. Per quanto concerne il mio primo libro, il brano è senza alcun dubbio I am a man of constant sorrow, che forse molti dei lettori del blog ricorderanno come colonna sonora del film dei fratelli Coen “Fratello, dove sei?”. 
Per quanto riguarda “L’ombra di Jago” il brano è “Wild world” di Cat Stevens.

Questo il romanzo pubblicato con la casa editrice Sampognaro e Pupi e la trama è descritta qui di seguito:

Le strade di Tancredi Serravalle, docente di Filosofia e Storia e del commissario Giacomo Costante sono destinate ad incrociarsi nuovamente. In questa nuova storia i due protagonisti si troveranno coinvolti in vicende che li porteranno a riflettere sul momento presente e a prendere una posizione netta, radicale, rispetto ad un paese e ad una società nella quale non riescono a riconoscersi. È una realtà complessa quella nella quale il docente e il commissario sono chiamati ad agire. Una realtà dove privato e pubblico si intersecano, e spesso si confondono, e nella quale si innestano le storie personali di figure che li costringeranno, loro malgrado, ancora una volta a fare i conti con il passato. A fare da sfondo alla trama una più generale riflessione sulla natura umana. Intolleranza, gelosia, razzismo e istinto di sopraffazione sono i criteri di interpretazione di un mondo su cui incombe minacciosa e silente l’ombra lunga di Iago.

Grazie, Vincenzo e alla prossima!

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