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Contorni di Noir | June 27, 2017

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Intervista a Patrick Fogli

| On 14, Nov 2012

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(foto di Andrea Bernardi)
Oggi ospitiamo sul blog Patrick Fogli. La biografia riportata sul sito di Piemme è questa: è nato a Bologna ed è ingegnere elettronico. Ospite al Festivaletteratura di Mantova, finalista al Premio Scerbanenco al Noir in Festival di Courmayeur, è considerato dalla critica uno degli scrittori più interessanti e originali della narrativa italiana di oggi. Ne La puntualità del destino ritorna il personaggio di Gabriele Riccardi, protagonista del suo primo thriller, Lentamente prima di morire. Per Piemme ha scritto anche L’ultima estate di innocenza e i romanzi Il tempo infranto, sulla strage alla stazione di Bologna, e Non voglio il silenzio, con Ferruccio Pinotti. L’autore è anche su Facebook e Twitter.
Ciao Patrick e benvenuto su Contorni di noir!
1.  Domanda canonica, ma importante: chi è Patrick Fogli? Lascio a te la scelta di presentarti.
P.: Ci sono anche domande facili? 🙂 Un ingegnere, uno scrittore, un cittadino il più possibile consapevole. L’ordine è casuale, ma vorrei essere tutte e tre le cose nel miglior modo possibili. Ah, uno che ha la passione per le storie, che riguarda la scrittura, ma non solo.
2. Scrivi da parecchio tempo e stai riscuotendo notevoli successi con i tuoi romanzi ma..ti è capitato in momenti di difficoltà di trovarti a pensare: “Basta, non scrivo più.” o invece, come affermano in molti, la scrittura è una “necessità”? Cosa rappresenta per te la scrittura?
P.: La scrittura è una passione, più che una necessità. Però è anche un lavoro e come tutti i lavori ha bisogno di applicazione, costanza, regole. Mi ha capitato in passato, prima di pubblicare, di non scrivere per molto tempo, anni. Da una decina d’anni, invece, è una questione quotidiana. Mi piace raccontare storie, ma credo poco a quelli pervasi dal sacro fuoco. A volte anche quando il fuoco dovrebbe davvero essere sacro.
3. Descrivimi una tua giornata tipo. Come ti organizzi per la stesura dei tuoi romanzi?
P.: Faccio anche un lavoro normale, che occupa la gran parte del mio tempo. Mattina e pomeriggio in studio e scrittura in pausa pranzo e dopo cena. Per i romanzi, di solito conosco l’inizio, la fine e qualcosa che deve succedere più o meno a metà. Faccio una scaletta, fin dove conosco la storia e comincio a scrivere. E mentre scrivo continuo a scalettare.
4. Hai pubblicato “Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi” insieme al giornalista Ferruccio Pinotti. Com’è stata l’esperienza di scrivere a quattro mani?
P.: Con Ferruccio è stata un’esperienza diversa dal quattro mani vero e proprio. La storia è narrata in prima persona e aveva bisogno di un solo tono. Abbiamo concordato la storia, i caratteri dei personaggi, l’ambiente, tutto quanto. E il lavoro di scrittura è stato quasi tutto mio. Periodicamente leggevamo e si tarava la vicenda, la lingua, quello che si doveva cambiare. Al netto, ovvio, del lavoro di ricerca, che per un romanzo come quello non è poco.
5. Le tematiche dei tuoi romanzi sono spesso a sfondo sociale. Hai avuto difficoltà a fartele pubblicare? E’ considerato “scomodo” uno scrittore che va a scovare gli..scheletri nell’armadio di questo Paese?
P.: Risposta secca, no. In Italia ci sono pochissimi lettori e chi scrive storie scomode – ammesso che lo siano davvero – non dà fastidio a nessuno. A meno che, per uno dei misteri del mondo, il romanzo non diventi un caso editoriale. Allora, forse, può succedere. Quello che sposta veramente l’opinione pubblica è la televisione. E i libri non ci vanno quasi mai.
6. Credi si possa raggiungere la mente dei lettori sulle tue riflessioni e scuotere gli animi attraverso un romanzo?
P.: Ci spero, ma non tanto con le riflessioni, con la storia. Che, in realtà, è il vero compito di chi scrive. Raccontare una storia e raccontarla meglio che può. Dentro una storia ci possono stare molte cose e un romanzo, se fa bene il suo lavoro, partecipa della vita di chi lo legge. Diciamo così, spero che il lettore entri così dentro quello che scrivo da sentirselo addosso.
7. Quali le differenze, a tuo avviso, di raccontare un fatto di cronaca da un giornalista e da uno scrittore. Cambia il punto di vista?
P.: Un giornalista racconta i fatti. O almeno dovrebbe. L’emozione, la psicologia, le persone, non sono il primo aspetto del suo lavoro. Fatti e contesto fanno parte anche del lavoro di uno scrittore, che però racconta personaggi calati in una storia. Personaggi che deve costruire, rendere credibili, le cui azioni vanno giustificate o almeno rese comprensibili. In più un giornalista non si può prendere le libertà che ha uno scrittore. Se dal fatto A al fatto B c’è un collegamento logico, banale, evidente, ma non provato, il giornalista è costretto a lasciare il vuoto.
8. L’Italia, da sempre, dà l’impressione di essere un Paese avvolto da una patina di apparenza, di noncuranza, di…apatia? Cosa ne pensi?
P.: Non da sempre, da molto tempo. C’è stata un’operazione culturale vincente, condotta con cura e da lungo tempo. Un’operazione a cui abbiamo sottostato volentieri, convinti che ci semplificasse la vita e la purgasse di problemi e preoccupazioni. In realtà è accaduto il contrario. E, alla fine, ci ritroviamo più superficiali, spaventati, disinteressati, con un livello culturale bassissimo – parlo anche di curiosità culturale –, un appiattimento verso il basso di ogni cosa (dalla cultura alla politica, alla consapevolezza di sé come cittadini, al senso civico), senza che nessuno dei nostri difetti sia scomparso. Fa paura? Sì, abbastanza.
9. Mi colpisce il fatto di attribuire un significato molto più ampio della parola “assassino”, il quale in realtà non è necessariamente un essere umano, ma può identificarsi nelle istituzioni o nell’indifferenza e nella cecità degli uomini. Forse è anche peggio di un killer in carne e ossa, no?
P.: Si può uccidere in molti modi, anche non nel senso letterale del termine. La solitudine, per esempio, se ricopri un ruolo a rischio è un assassino facile. Le Istituzioni non sono quasi mai indifferenti. Dietro un’azione o una non azione c’è sempre un disegno. La ragione di Stato non è sempre docile con i suoi cittadini.
10. Ora è uscito per Piemme il tuo ultimo romanzo: “La puntualità del destino” – recensito su questo blog – che parla di Alessia e di Gabriele. Ce ne vuoi parlare?
P.: È la storia della scomparsa di una ragazzina di quattordici anni. Alessia sparisce nel nulla e Gabriele Riccardi, che una volta era un poliziotto, cerca di trovarla. Nel mezzo il circo mediatico più becero e la vita delle persone messa in prima pagina, in televisione, al giudizio impietoso di tutti.
11. Vi sono molte similitudini a un fatto di cronaca avvenuto poco più di un anno fa in Italia. Quanto hanno contato le tue emozioni nello scrivere il romanzo, trattandosi di un evento reale?
P.: Per quanto possa sembrare strano non ho mai considerato questa storia tratta da un caso di cronaca. Anzi. I casi che hanno colpito l’opinione pubblica si assomigliano tutti. Un ragazzino o un bambino che scompare nel nulla, l’extracomunitario che per tutti è colpevole e non lo è, la vita degli altri messa in piazza. Le emozioni contano molto, in una storia così. In realtà sono una larga parte della storia, eppure non vorrei che fossero le mie, ma quelle dei personaggi, tutti, ciascuno a suo modo, strangolati dalla vicenda.
12. Mi ha colpito la tua analisi sulla vita di coppia, sull’essere genitori. Sulle ansie e i sogni che si accompagnano durante la crescita dei figli. Sei padre? Se si, come hai vissuto sulla tua pelle questa storia?
P.: No, non ho figli. Ma l’angoscia e l’attesa sono il filo conduttore de “La puntualità del destino”. Ho solo cercato di fare il mio lavoro.
13. Mi ha oltremodo colpita la tua visione degli uomini in quanto spettatori e giudici della vita degli altri. Ma sono, anzi, siamo, davvero così? Anestetizzati sempre più da reality improbabili e inverosimili, vittime di “voyeurismo collettivo”?
P.: Siamo anche così, sì. Basta guardare la televisione del pomeriggio e il successo che ha. O un qualsiasi talk show. Siamo talmente così che stiamo riducendo a pettegolezzo tutto quanto. La morbosità e l’attenzione nei confronti del caso di cronaca c’è sempre stata. Ora, però, qualcosa è cambiato. Un tempo eravamo interessati alla soluzione del mistero. Chi era il colpevole. Oggi, solo all’evento. La curiosità intorno alla famiglia Gambirasio, per esempio, è scemata dopo il ritrovamento del cadavere. In più abbiamo iniziato a volerci stare dentro. E quindi i pupazzetti, il turismo del dolore, le mani che salutano dietro le telecamere piantata davanti alle case, i cartelli fatti con i pennarelli, tutto quel Barnum che ci porta per un istante e mezzo al centro della tragedia, senza che la tragedia ci colpisca davvero e in perfetto disinteresse nei confronti di chi la vive sulla propria pelle.
14. Raccontami un tuo sogno nel cassetto che vorresti si realizzasse, a livello personale (come scrittore, logicamente) o anche in generale.
P.: Un film da un mio romanzo o scritto da me.
15. Questa è una domanda facoltativa, che difficilmente chiedo ai miei intervistati, quindi liberissimo di non rispondere: a cosa stai lavorando adesso? Vuoi parlarci dei tuoi progetti?
P.: Ho cinque idee per la testa. Una più delle altre. Vediamo cosa salta fuori.
16. Hai voglia di fare un gioco con me e abbinare una canzone al tuo ultimo romanzo? Il pensiero deve essere immediato, non pensarci troppo..
P.: Fragole infinite di Alberto Fortis è la canzone di questa storia. Senza un motivo vero e proprio, semplicemente perché quella dolcezza, la malinconia per qualcosa che se n’è andato, mi è rimasta in testa per tutto il tempo. E poi Cosa Conta, degli Ustmamò. Perché in fondo “La puntualità del destino” racconta di quello che conta davvero nella vita di una persona, svaniti gli orpelli, la spazzatura, l’inutile, il falso.

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