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Contorni di Noir | June 26, 2017

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2 Commenti

Intervista a Alessio Lazzati

| On 28, Dic 2012

alessio lazzati
Alessio Lazzati è nato nel 1975, laureato in Giurisprudenza. Lavora come traduttore freelance (dall’Inglese), lettore e blogger. Ha tradotto Fratelli Guerrieri (Brotherhood of Warriors) di Aaron Cohen e Douglas Century (Longanesi, 2009) e per Segretissimo Gli Artigli del Leopardo di Jim DeFelice, Ghiaccio Nero di Greig Beck e Terrore Invisibile di Ken McClure.
Per Arcana ha tradotto l’autobiografia di Dave Mustaine, leader dei Megadeth e la biografia di Mick Jagger scritta da Marc Spitz. Nel 2012 è uscita per il Giallo Mondadori la traduzione di Il Marcio Nella Città (di Mickey Spillane e Max Alan collins) una delle avventure di Mike Hammer pubblicate dopo la morte dell’autore.
Come scrittore ha partecipato ad alcune antologie e riviste online (Bad Prisma – Epix Mondadori, M Rivista del Mistero, ACTION e altre) e pubblicato nel 2010 il saggio scritto a quattro mani insieme ad Eduardo Vitolo, Horror Rock -La Musica delle Tenebre (Arcana). Si occupa anche di organizzare eventi legati al mondo del libro e della cultura in generale.
1. Ciao Alessio e benvenuto. Hai una biografia molto interessante! Qual è stata la molla che ti ha convinto a addentrarti nei meandri dell’editoria e perché la scelta come traduttore?
A.: Grazie Cecilia per l’invito è un piacere essere qui su “Contorni di noir”. La molla naturalmente sono stati i soldi! 🙂 Scherzo ovviamente: è nato tutto dalla passione per la lettura, la scrittura e i libri in generale. Una cosa che mi porto dietro da quando ho imparato a leggere. Questo è il lavoro che ho sempre voluto fare e che spero di poter fare ancora a lungo.
2. Come si propone un traduttore alla casa editrice? E in base a quali parametri quest’ultima sceglie?
A.: Non saprei darti una risposta valida per tutti ma posso dirti com’è andata nel mio caso. Già collaboravo con un editore e mi occupavo di valutare testi in lingua inglese: il passo di chiedere “Posso provare a tradurlo io?” è stato naturale. Ovviamente ho dovuto prima sostenere una prova di traduzione: la prova di solito è la norma.
3. Come ti organizzi nella traduzione di un romanzo? Hai un modus operandi particolare?
A.: Non credo di avere un modus operandi particolare. PC di fronte (schermo bello grande), libro accanto, tè e caffè. Poi conto le pagine, i giorni che ho a disposizione fino alla deadline e faccio un calcolo di quante ne devo tradurre quotidianamente lasciandomi un margine da gestire perché può sempre capitare di perdere una giornata lavorativa per qualche motivo imprevisto.
4. L’approccio a un libro da lettore e da traduttore: quali le principali differenze?
A.: Be’ da lettore sei completamente immerso solo nella parte piacevole dell’attività (a meno che non sia una lettura per valutazione, oppure il libro sia una sofferenza, ma questa è un’altra storia). Da traduttore vivi il libro in maniera diversa: ci sono giorni in cui finisci per “odiare” un libro che altrimenti avresti amato alla follia per via di quella costruzione su cui sbatti la testa per ore. Ma poi passa :). Alla fine è quasi una tua creatura e ti senti un po’ in sintonia con l’autore… il che ci porta alla domanda successiva.
5. Conosci gli scrittori per i quali traduci i libri? Ci deve essere una sorta di “simbiosi” tra il traduttore e lo scrittore per rendere il giusto significato del romanzo? E come fai a mantenerne il carattere?
A.: Li ho conosciuti quasi tutti via mail e alcuni li ho anche intervistati. Con alcuni ci sentiamo con regolarità e ci teniamo aggiornati sulle rispettive attività. Non so se possa definirsi una simbiosi ma di certo per fare una buona traduzione avere un’affinità di genere con l’autore aiuta. Se si cimenta nello stesso genere che tu magari leggi da una vita è più facile ottenere una buona resa. Mantenere il carattere dell’originale adattandolo al contempo al linguaggio di destinazione non è di certo facile, ma non è nemmeno la parte più difficile, almeno per me. Ancora una volta aiuta conoscere un po’ i meccanismi del genere che traduci. A mio parere, essere forti lettori è un grosso vantaggio:) e questo vale per tutti i “mestieri” editoriali, scrittura inclusa.
6. Ti è capitato qualcosa di divertente durante le tue traduzioni? Ce lo vuoi raccontare?
A.: Divertente nel senso di buffo o curioso no, ma per esempio ho tradotto un libro partendo da un draft parecchio grezzo e non dalla versione definitiva: alcuni errori specie sui nomi italiani facevano davvero sorridere. E disperare, visto che li ho dovuti correggere io(sai com’è, già che c’ero…).
C’è una cosa che però mi ha davvero divertito nel senso più ampio del termine: tradurre Mike Hammer. È stato esaltante dare voce a quel personaggio mitico. E poi traduco specialmente storie ad alto tasso di adrenalina: alla fine me la spasso sempre.
7. Passo successivo, di frequente fra i traduttori, è quello di scrivere qualcosa di proprio. E’ stato così anche per te? Scrivere è una necessità, come dicono molti scrittori?
A.: Non proprio. Cronologicamente mi sono messo a scrivere prima di fare il traduttore. Passando alla seconda parte della domanda: se per me scrivere fosse una necessità scriverei molto di più:)
Scrivere per me è soprattutto un piacere (quando parti e ingrani è davvero… liberatorio e coinvolgente), un divertimento ed anche è un esercizio per migliorare nelle altre attività editoriali.
8. Se nella stesura del romanzo di uno scrittore, c’è un successivo lavoro di editing della casa editrice, come funziona nella traduzione? Avviene la stessa cosa?
A.: Una revisione da parte di terzi sarebbe sempre preferibile, proprio come avviene per la scrittura. Quella cosa che ti sfugge anche dopo un miliardi di riletture c’è sempre. A volte un paio di occhi “freschi” è quel che ci vuole. In un mondo perfetto almeno…
9. Sei critico, perfezionista o, al contrario, sei sempre soddisfatto, alla fine del tuo lavoro su un romanzo?
A.: Sono critico nella maniera più estrema (spesso anche troppo mi dicono) sia come traduttore che come scrittore (in questo caso poi non ne parliamo). Purtroppo sono fatto così 🙂
10. Quanto, a tuo avviso, c’è informazione e apprezzamento sul lavoro di traduttore, sia da parte delle case editrici, ancorché del lettore?
A.: Ti rispondo con un altra battuta. Pochissima informazione e attenzione. A meno che non si tratti di criticare il lavoro di un traduttore: allora ce n’è tantissima 🙂
11. C’è solidarietà fra traduttori, o al contrario una sorta di rivalità per avere il testo da lavorare?
A.: Personalmente ho un ottimo rapporto coi colleghi e ce ne sono alcuni che per me sono dei veri e propri maestri. Finora ho incontrato solo professionisti estremamente disponibili e con molti si è instaurato un rapporto di amicizia e collaborazione.
12. Cosa legge Alessio Lazzati e cosa vorrebbe tradurre?
A.: Senza fare nomi di autori, leggo soprattutto thriller, narrativa d’azione, spionaggio, horror, fantasy, biografie, saggistica storica e musicale. In pratica un po’ di tutto. E vado a periodi: ciclicamente mi innamoro di un genere o di un autore e leggo solo quello per un periodo più o meno lungo. Quindi vorrei tradurre… di tutto, nell’ambito di questi generi.
13. Vi sono molti libri stranieri, che in Italia non approdano e che un lettore deve, se vuole, leggersi in lingua originale. Da che cosa dipende, secondo te?
A.: È un discorso anche troppo lungo da affrontare, che si trascina da anni e vale anche per certi film specie “di genere”: entrano in gioco bacino d’utenza potenziale (a volte valutato male), mancanza di interesse, costi di acquisizione in rapporto all’ampiezza del mercato, noncuranza, voglia di puntare più spesso su un cavallo sicuro e via dicendo… insomma, decine e decine di elementi che possono spiegare perché quel romanzo che abbiamo letto in inglese e ci è piaciuto tanto in italiano non esca (a volte si tratta solo di aspettare un po’, a volte no). Spiegazioni che ovviamente per i lettori (me incluso) difficilmente sono soddisfacenti. Scoccia, lo so. Ma succede.
Grazie, Alessio e spero che altri traduttori si facciano avanti per raccontare la loro esperienza e trovare il tempo di farsi intervistare!

 

Commenti

  1. Bella intervista che apre una luce su questo lavoro un pò in ombra. In fondo è anche grazie ai traduttori che possiamo godere dei libri stranieri. Sono d’accordo quando Lazzati dice che si parla di loro solo per sottolineare errori…

  2. Non sono facili da “stanare” i traduttori…anche perché io cerco quelli relativi a romanzi thriller/noir/gialli. Spero che si facciano avanti e si propongano per qualche intervista. Il successo di un romanzo dipende anche dal loro lavoro 🙂

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