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Contorni di Noir | November 24, 2017

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Intervista a Daniele Petruccioli

| On 17, Mag 2013

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Daniele Petruccioli è nato a Roma, dove vive. Per anni si è occupato principalmente di teatro. Dal 2005 collabora come traduttore, scout ed editor con diverse case editrici, tra cui e/o, Marcos y Marcos, 66th&2nd e Voland, occupandosi di romanzi e saggi in lingua italiana, francese, inglese e di tutta l’area lusofona, dal Portogallo al Brasile passando per l’Angola e il Mozambico, con particolare attenzione alle aree limite di sperimentazione linguistica e alla letteratura postcoloniale. Tiene regolarmente laboratori di traduzione. Dal 2009 al 2011 ha insegnato lingua e traduzione portoghese e brasiliana all’Università della Tuscia. È la voce italiana di Dulce Maria Cardoso e Philippe Djian. Fra i suoi autori: Pepetela, Tabajara Ruas, Mark Dunn, Luandino Vieira, Ndumiso Ngcobo. Nel 2010 ha vinto il premio “Luciano Bianciardi” per la traduzione.
1. Benvenuto Daniele, la tua biografia è davvero riduttiva..sono andata a curiosare sul web, perché avevi un viso conosciuto. Infatti ho scoperto il tuo ruolo di attore. Non si può dire che tu non sia poliedrico..ci vuoi raccontare come hai cominciato?
D.: Come attore ho iniziato a 15 anni facendo teatro di strada, poi dopo il diploma di maturità classica sono stato ammesso all’accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, diventando professionista nel 1992. Ho lavorato come attore e poi regista fino al 2008, ed è in questo ambito che ho iniziato a tradurre. Traducevo costantemente copioni e sceneggiature dal francese e dall’inglese per le compagnie con cui lavoravo e per la compagnia che avevo contribuito a fondare nel 1999. All’inizio la consideravo parte della mia attività di palcoscenico, ma poi ho cominciato a farlo più spesso – contemporaneamente al mio passaggio alla traduzione editoriale; ho preso a collaborare con un’agenzia di testi teatrali in qualità di titolare esclusivo dei diritti di traduzione di un drammaturgo americano – di cui di fatto sono stato anche agente, per un periodo; dal 2005 sono passato anche alla traduzione editoriale, poi sono nati i miei figli e l’idea di ampliare un’attività che già amavo e potevo portare avanti anche da casa mi piaceva. Così a poco a poco la traduzione editoriale è diventata il mio lavoro principale.
2. Come funziona la traduzione di un testo teatrale? Come ci si organizza?
D.: Ci si organizza esattamente come per un romanzo, salvo che c’è un passaggio in più. Si sa già di non essere il solo interprete del testo da fare arrivare al pubblico. Inoltre la fruizione finale di quello stesso testo avverrà in forma sonora e non scritta. Bisogna lavorare tenendo queste due cose sempre presenti, ricordare che non si è l’ultimo anello della catena, ci saranno altre manipolazioni e sempre da un punto di vista del suono, cioè del significante. Si lavora pensando costantemente al suono delle parole e sapendo che quello che abbiamo in mente noi verrà comunque alterato – arricchito – dal lavoro di interpretazione degli attori e del regista. Inoltre, si presta estrema attenzione alla coerenza di linguaggio dei vari personaggi. Sono cose che restano. Considero la mia esperienza di traduttore teatrale una scuola imprescindibile per il traduttore di romanzi che sono diventato poi.
3. Come ci si propone alle case editrici come traduttore? Raccontaci i tuoi esordi.
D.: Oggi le cose sono un po’ diverse, il mercato sembra saturo, da una parte si pubblicano meno traduzioni, dall’altra c’è stata un’immissione di molti giovani bravi e ben preparati. Quindi, anche se come traduttore ho cominciato piuttosto tardi (sono professionista da nemmeno dieci anni), credo di avere avuto la fortuna di entrare in un momento più favorevole di adesso. Ma anche allora non so se bastasse inviare un curriculum. Personalmente non ho (quasi) mai mandato cv senza preoccuparmi di farmi prima conoscere in qualche modo, grazie alla menzione di un committente o un collega, o almeno previo abboccamento con il possibile futuro committente (a una fiera, una presentazione, un incontro). Quando ho incominciato l’ho fatto presentandomi di persona a case editrici della mia città e offrendomi come lettore e traduttore. Mi hanno fatto fare alcune prove (sebbene non sia passato molto tempo, allora era forse più facile di oggi, questo sì) e sono andate bene. Poi ho avuto la fortuna di vedermi affidare abbastanza presto una traduzione, diciamo così, un po’ borderline (Ella Minnow Pea di Mark Dunn, pubblicato da Voland col titolo Lettere), che miracolosamente non è venuta malaccio e mi è valsa anche un premio. Questo ha fatto sì che mi vedessi affidare altri lavori.
4. Ho letto che questo lavoro ti ha aiutato a riconoscere le diverse “voci” che ci sono in un romanzo e immedesimarti nei vari personaggi. Quale di questi ti ha coinvolto di più fra i libri che hai tradotto?
D.: I personaggi non ti coinvolgono: li lavori. È il lettore a doversi emozionare. Noi lavoriamo le parole perché questo effetto si concretizzi, e per farlo ci vuole una certa freddezza. Ciò detto, io sono un romanticone e piango sempre nei momenti intensi dei romanzi che traduco. Poi mi innamoro degli scrittori, del loro stile, mi emoziona scandagliare il loro modo di lavorare e trovare i mezzi per ricrearlo su quest’altra sponda. Da questo punto di vista, ogni romanzo mi ha profondamente coinvolto, toccandomi nell’intimo e insegnandomi tutte le volte qualcosa di nuovo.
5. A quale autore sei riuscito a dare voce maggiormente?
D.: Se intendi da un punto di vista quantitativo, gli autori che ho tradotto di più (perché sono io a tradurre tutti i loro romanzi) sono Philippe Djian – di cui ho tradotto sei romanzi – e Dulce Maria Cardoso (di lei ne ho tradotti quattro, l’ultimo in uscita a settembre). Se invece intendi a quale autore mi sento più vicino quanto a voce, non è facile risponderti. Ogni autore e ogni autrice hanno qualcosa che sento molto vicino e qualcosa che mi è profondamente estraneo e distante (e non è detto che sia la prima cosa, quella che traduco meglio). La voce che ne esce è una risultante dei nostri talenti fusi insieme, della loro capacità di creazione e della mia capacità di canto; è una cosa che non appartiene più a loro ma nemmeno si può dire che sia nata da me, una cosa legata anche ai nostri rispettivi inconsci e che può essere giudicata forse solo da una distanza che – dopo averli tradotti – sono condannato a non raggiungere mai.
6.: Rapporto attore vs scrittore: Quale di questi due ti intimoriscono di più – sempre nell’ambito della traduzione – e quali le principali differenze rispetto all’approccio di un testo?
D.: Non mi intimorisce nessuno dei due. Sono compagni di strada, con esigenze diverse, che devo conoscere e capire per potergli dare quello di cui hanno bisogno. Le differenze tra i due sono relative, anche perché, per tradurre, un autore ci vuole sempre… La differenza, come dicevo prima, sta sopratutto nel ricevente (il pubblico – collettivo, il lettore – individuale). Ovviamente anche chi legge dà un suono alle parole che vede, ma un conto è vederle, appunto (poterle rileggere, tornare indietro, fermarsi), un altro è ascoltarle, per di più nei tempi e modi con cui un altro ha scelto di volerle pronunciare. Questo non significa che le traduzioni di romanzi non abbiano un sound: ce l’hanno eccome. Ma è una cosa diversa. Nel caso di un romanzo sono solo. Nel caso di un testo teatrale la resa dipende anche da come l’attore suona la mia trascrittura dello spartito originale. Di conseguenza devo essere più aperto, meno definito, lasciare spazio alla sua improvvisazione. Mi piace dire che traducendo per il teatro si impara ad affrontare la traduzione come una partitura jazz.
7.: Musicalità del testo: lo scrittore straniero “subisce” l’editing del romanzo, che viene pubblicato nel suo Paese. Poi arriva in Italia e viene tradotto. Presumo che dopo la traduzione, il testo “subisca” un altro editing..Ma dopo così tante..manipolazioni, si riesce a mantenere lo stile del testo originale?
D.: Non dipende dal numero di manipolazioni, ma da chi le fa e da come vengono fatte. Per questo è importante che i vari editor, traduttori e revisori si parlino molto: per lavorare tutti nella stessa direzione. Purtroppo, questo non sempre avviene. Ma quando avviene il risultato è sorprendente. Inoltre non bisogna avere la velleità di “mantenere” uno stile, ma il coraggio di eseguirlo secondo la propria interpretazione. Visto che parli – giustamente, secondo me – di musicalità del testo, provo a spiegarmi restando all’interno della tua stessa metafora: lo stile di Bach è lo stile di Bach, e non si perde certo se a suonarlo sono Glenn Gould o Benedetti Michelangeli. Ma lo stesso preludio suonato da Gould o da Benedetti Michelangeli suona diversissimo, perché c’è il loro stile a subentrare nell’esecuzione. In questa differenza, lo stile di Bach è andato forse perduto? Non direi proprio, anzi, ogni esecuzione ci rivela qualcosa di più sull’autore. Nel mio mondo ideale, per ogni grande romanzo dovrebbero esserci almeno tre o quattro grandi traduzioni (contemporanee). Allora sì, avremmo veramente “mantenuto” lo stile di un autore.
8. Spesso i traduttori sono anche interpreti. Ti è capitato? E quali aspetti differenti presentano?
D.: Mi è capitato spesso di fare l’interprete ai miei autori, sì. Le differenze sono enormi. Quando fai l’interprete non puoi rileggere né correggere quello che non hai scritto. C’è una tempistica completamente diversa e la concentrazione è sulle sfumature del significato che sullo stile (benché si cerchi sempre di mantenere le qualità della retorica di chi parla). Del resto, anche i romanzieri parlando improvvisano e non possono tornare su ciò che non hanno scritto. Anche qui, è soprattutto il medium a essere un altro. Un po’ come il teatro, ma senza poter fare le prove.
9. Stabilite le scadenze per la traduzione di un testo, cosa succede se uno non riesce a rispettare i tempi? Esistono delle penalità imposte dalle case editrici?
D.: Sì, certo, i contratti prevedono penali di diverso tipo, dalla decurtazione della paga allo scioglimento del contratto stesso. Tra l’altro io trovo importantissimo rispettare i termini contrattuali. Spesso noi traduttori ci lamentiamo (e a ragione!) quando i committenti non rispettano i tempi di pagamento. Ma se vogliamo essere credibili dobbiamo essere noi i primi a rispettare in maniera rigorosa le condizioni contrattuali. Il nostro è un mestiere che per troppo tempo è stato considerato più come un hobby. Se vogliamo che questa cosa finisca, dobbiamo essere noi i primi a prenderlo più sul serio.
10. Hai tradotto autori come Philippe Djian, Dulce Maria Cardoso ecc. Con quale di questi ti sei sentito subito in sintonia?
D.: Con Dulce Maria Cardoso, senza ombra di dubbio. È una scrittrice immensa, che comincia a essere riconosciuta come tale in Europa e sono convinto che presto avrà anche in Italia il successo che merita.
11. Mi capita spesso di notare, all’interno dei siti delle case editrici, l’assenza del nome del traduttore. Ma cosa si può fare in quel caso? Potete rivendicare i vostri diritti? In quale modo?
D.: Possiamo e dobbiamo. La menzione del nome del traduttore è obbligatoria per legge. Devo dire però che negli ultimi tempi molti editori cominciano a riconoscere l’importanza del traduttore anche oltre i termini di legge (per esempio, c’è chi mette il nostro nome in copertina, insieme a quello dell’autore). Trovo che siano più i critici e i recensori, chi scrive sui giornali, a trascurare un po’ troppo non solo di citarci, ma anche e soprattutto – tra l’altro sarebbe il loro mestiere – di giudicare quello che facciamo, quasi si intimorissero di ricordare a se stessi e ai lettori che tra loro e l’autore c’è di mezzo la mano di un altro. Non ne capisco il motivo. È come se, di nuovo, uno trovasse imbarazzante il fatto che ci sia un violinista a suonare un concerto per violino. Perché questo cambi, singolarmente possiamo fare molto, parlando con editori, recensori e giornalisti. Ma soprattutto possiamo e dobbiamo fare molto insieme, come categoria. E lo stiamo facendo – mi sembra bene – grazie a STradE, il sindacato dei traduttori editoriali (www.traduttoristrade.it).
12. Poniamo il caso – presumo davvero remoto – in cui un autore decreta l’insuccesso del suo libro, a causa della pessima traduzione. Ti risulta sia mai capitato? Esiste una sorta di..Albo professionale dei traduttori?
D.: Sono due cose diverse. Certo che una cattiva traduzione può determinare un successo mancato, così come una buona traduzione può aiutare un grande successo, ma non è l’unico fattore. Per quanto riguarda l’albo, invece, per noi traduttori editoriali che lavoriamo in regime di diritto d’autore l’albo non è pensabile, perché il diritto d’autore è un diritto universale che deve essere riconosciuto a tutti, a prescindere dalle patenti. Ma questo non impedisce di lavorare bene sulla formazione. Non si può impedire a nessuno di fare l’attore, il pittore, il musicista, ma se uno è diplomato all’accademia d’arte drammatica, di belle arti o al conservatorio (in alcune di queste istituzioni peraltro si entra dietro concorso), parte ovviamente con qualche punto in più. Credo che anche per la nostra categoria si dovrebbe pensare a qualcosa del genere.
13. Su un sito da te consigliato, www.lastanzadeltraduttore.com, nel quale ogni traduttore racconta qual è lo spazio in cui lavora (con tanto di foto), ho trovato molti spunti interessanti, come questo di Carla Palmieri che dice:
In fatto di traduzione, Morino aveva opinioni a volte provocatorie: ad esempio, «Chi teorizza sul tradurre non traduce, e chi traduce non teorizza sul tradurre». E poi era convinto – lo disse in un’intervista a Ilide Carmignani − che questo mestiere e il lavoro domestico avessero qualcosa in comune: l’invisibilità, il fatto di essere attività poco remunerative e tuttavia indispensabili, perché servono a creare armonia, ad allontanare il caos. Traduttori come «casalinghe e casalinghi della letteratura», intenti «a pasticciare fra il significante e il significato o, se si vuole, a svolgere attività di riordino, talvolta di ripristino, da artigiani del linguaggio.
Cosa ne pensi? Siete, in fondo, lavoratori invisibili?
D.: Angelo Morino è stato un grande maestro e una figura a cui chiunque traduca (anche i non ispanisti) non può non essere legato e grato. La sua metafora è bellissima e non riguarda solo la traduzione, credo, ma la generosità insita in tutti gli atti creativi. Ma non significa affatto che siamo lavoratori invisibili. Anzi, credo sia importante allontanare dalle sue parole questo equivoco, che secondo me esprime un’idea superata della traduzione e fa comodo solo a chi non ci vuole riconoscere, non ci vuole pagare, non ci vuole nemmeno pensare tra sé e l’opera che sta leggendo. E rinuncia per questo anche a giudicarci. Dobbiamo invece venire fuori dalla “casalinghitudine” e da ogni invisibilità, reclamare il nostro ruolo fondamentale nel consesso umano da sempre, ma soprattutto nella società odierna dove la mole di traduzioni quotidiane è tale che se la si interrompesse si interromperebbe praticamente ogni comunicazione. Dobbiamo chiedere di essere riconosciuti, citati, ascoltati, pagati e finalmente anche giudicati. Anzi non dovremmo essere solo noi a rivendicarlo, ma soprattutto voi, i lettori. Solo così potrete finalmente scegliere, solo così potrete finalmente decidere di comprare un libro anche perché è stato tradotto da un traduttore bravo, e non da chicchessia. Ecco, secondo me, cosa servirebbe alla categoria molto più di un albo: la consapevolezza di chi ci legge.

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