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Contorni di Noir | October 16, 2017

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La storia del collettivo Sabot

| On 17, Giu 2013

01-00109005002963(foto Olycom)

Abbiamo cominciato la settimana scorsa con Jean-Claude Izzo e proseguiamo oggi con:La storia del collettivo Sabot

Chi l’ha detto che la scrittura è una cosa solitaria? Che per scrivere noir bisogna stare da soli, lontani da tutto, staccarsi dal mondo, per trovare l’ispirazione? Oggi vi raccontiamo una storia significativa. La storia di giovani autori che hanno deciso di creare un gruppo, per scrivere insieme, per sviluppare idee e temi, per poter dare al noir un respiro sempre più ampio. Perché l’uomo è un essere sociale e ha bisogno di condividere le idee. E perché si scrive, si compone, si dipinge, si crea affinché qualcun altro possa goderne.Come nascono i Sabot

Massimo Carlotto lo conoscete. Tra i vari progetti che aveva in mente, c’era quello di scrivere un romanzo che raccontasse del poligono militare interforze di Salto di Quirra, in Sardegna. Si tratta di un bellissimo tratto di costa incontaminato, poco a nord di Cagliari, destinato a uso esclusivamente militare. Peccato che voci insistenti e ricerche testimoniano che in quel poligono vengano sperimentate armi strane. Parecchio strane. Come l’uranio impoverito. E che gli abitanti muioano di tumore, per questo. Carlotto comprese che non poteva scrivere un romanzo senza ascoltare la voce della gente dell’isola. Da sempre i suoi romanzi sono basati su un’attenta documentazione. Decise però di fare di più. Di dare vita a un gruppo di scrittura, un collettivo di scrittori sardi che conoscessero la realtà dell’isola, le sue contraddizioni, i suoi volti oscuri. Da quell’idea nacquero i Mama Sabot. Quegli scrittori sono Andrea Melis, Renato troffa, Piergiorgio Pulixi, Ciro Auriemma, Michele Ledda e Stefano Cosmo. Insieme però divennero i Mama Sabot (ora trasformati in collettivo Sabot). Non più voci solitarie all’interno del panorama noir italiano bensì un’unica grande voce, quella della Mama, somma delle idee e delle storie di questi autori e della voglia di raccontare l’isola. La loro isola. Attraverso uno dei più bei noir mediterranei di sempre: Perdas de Fogu.Perdas de Fogu
Poligono interforze di Salto di Quirra. Provincia di Cagliari, Sardegna. Nina è una ricercatrice veterinaria, che sta studiando gli effetti dei test militari che si svolgono nel Poligono. Test strani, dove si dice vengano utilizzate armi vietate. Uranio impoverito. Nina studia le capre che muoiono di leucemia, di tumore, colpite da forme di malattia sconosciute. Ed è qui che viene circuita da Pierre Nazzarri. Pierre è un ex militare, un disertore finito a fare la puttana per i carabinieri, una sorta d’infiltrato obbligato all’interno delle cosche criminali. Viene incaricato di scoprire i risultati delle ricerche di Nina e di sabotarne l’attività. Finirà così per rimanere invischiato in una storia di spie, di spacciatori e di mercanti di morte, di politici corrotti e di militari senza scrupoli. Un noir che lascia il lettore senza respiro. Scrivere un romanzo come perdas de Fogu non è stato assolutamente facile. La fase di documentazione ha occupato per mesi Carlotto e i Sabot, obbligandoli a scartabellare tra pubblicazioni, quotidiani e a intervistare esperti e protagonisti. Quasi millecinquecento pagine di documentazione raccolte, che sono poi state condensate nelle cento e poco più pagine del romanzo. Scritto dal collettivo Sabot, che ci ha messo dentro l’anima della Sardegna, sotto la supervisione di Carlotto.

Sabotare la realtà
Il sabot era uno zoccolo di legno, calzatura tipica dei contadini e degli operai dell’ottocento. E loro, gli operai, gettavano i sabot, gli zoccoli, negli ingranaggi delle macchine industriali, per fermare il processo produttivo delle fabbriche che li stavano uccidendo. Da qui la parola sabotare. Ecco l’obbiettivo dei Mama Sabot. Sabotare. Ma niente attentati industriali. Bensì un sabotaggio della realtà. O perlomeno, di quella che viene spacciata per realtà. Ne parleremo in una puntata specifica ma credo che tutti sappiate che l’Italia ha un rapporto strano con i suoi misteri, i segreti e le verità scottanti. E l’idea di noir che hanno i Mama Sabot è appunto questa. Scardinare le menzogne che offuscano la verità e portare alla luce la realtà delle cose. Per quanto cattiva e sconveniente sia. Il noir come una missione, anzi proprio come un’arma. L’arma della distruzione della menzogna. Il noir come lo intendono i Sabot è quel tipo di poliziesco che si rifa alla tradizione di helena, Manchette, izzo, Carlotto e dei grandi del noir mediterraneo. Il noir non è un genere fatto per intrattenere il lettore, bensì per sconvolgerlo, scuoterlo, farlo ragionare e mostragli scorci di verità nuda e cruda. Il noir dei Sabot fa male, perché la verità non piace a nessuno, nemmeno al lettore più predisposto. Ma qualcuno deve pur farlo e i Sabot si dicono pronti a raccogliere questo impegno.

Conclusione

Leggere Perdas de Fogu significa venire a contatto con un noir mediterraneo puro, pieno di colpi di scena, di personaggi ben costruiti e verosimili. Per il lettore diventa un romanzo inchiesta divertente, che fa luce su uno dei misteri meno noti d’Italia (anche se il nostro paese ne ha eccome di misteri strani, insoluti e insabbiati). E’ ben scritto e si fa leggere in poche ore, catturando l’attenzione. Perlomeno così è successo a me. Per questo ve lo consiglio più che volentieri. Per comprendere come la scrittura non sia un’esperienza solitaria, per pochi eletti, per scrittori che abbiano il tempo per staccarsi dal mondo. Basta avere voglia di mettersi in gioco e di raccontare. Il resto poi, verrà da sé.Omar Gatti
Noiritaliano.wordpress.com

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