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Contorni di Noir | December 17, 2017

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2 Commenti

Kanae Minato – Confessions

| On 16, Lug 2013

Editore Giano collana Nerogiano
Anno 2013
288 pagine – brossura con sovracopertina
Traduzione Gianluca Coci

Da questo libro è stato tratto l’omonimo film, diretto da Nakashima Tetsuya, candidato agli Oscar 2011 come «Miglior Film Straniero».

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Moriguchi Yuko è una giovane insegnante di scienze alla scuola media S, in una cittadina del Giappone. Sua figlia Manami, di quattro anni, è stata trovata senza vita nella piscina dell’istituto, pare si tratti di una morte accidentale.
L’ultimo giorno di scuola, Moriguchi annuncia ai suoi studenti – con un lungo discorso d’addio – che lascerà l’insegnamento a causa della tragedia che l’ha colpita ma, nel contempo, rivela di conoscere i nomi degli assassini di sua figlia, che sono all’interno dell’aula. Non li chiama per nome, ma li definisce impersonalmente gli studenti A e B. Con metodicità, racconta alla classe tutti i dettagli di quell’omicidio premeditato da parte dei due ragazzini, ai danni di una bambina indifesa. Ma non solo. Nel suo monologo, afferma di non avere intenzione di avvisare la polizia, ma di volersi vendicare personalmente dei giovani, attraverso un percorso lento e agghiacciante, nel quale possano comprendere il peso e l’importanza della vita. E una volta che ci saranno riusciti, dovranno vivere il resto dei loro giorni sopportando il fardello della colpa di cui si sono macchiati.
Shuya e Nao, sono questi i nomi degli adolescenti, in apparenza ragazzi come tanti, ma che in realtà vivono una instabilità psicologica dovuta all’età, ma soprattutto alle famiglie di entrambi, iperprotettive da un lato e assenti dall’altro. Le vere colpevoli sono loro.
Confessions è un romanzo nel quale si percepisce tutto il peso di una società nipponica completamente trasformata, nella quale i valori sono scalzati dal nichilismo adolescenziale, l’apatia e l’insensibilità. Una società che ha completamente perso di vista i concetti basilari della vita.
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La mia recensione riguarderà sia il film, al quale sono stata invitata dalla casa editrice Giano, che il romanzo. Entrambi viaggiano su due binari paralleli, estremamente simili dal punto di vista narrativo tanto da leggere la storia e rivivere le scene del film nel dettaglio.
In Giappone esiste un fenomeno di massa chiamato Hikikomori o Neet. Con queste due definizioni, vengono evidenziati i giovani che si rinchiudono in casa senza andare più a scuola o al lavoro. Vivendo in una società, noi tutti abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa, a un gruppo. Non appartenere a nessun gruppo, equivale a non esistere. Quindi essere etichettati, seppur in termini negativi, equivale comunque ad appartenere a un gruppo.
I genitori ne sono consapevoli, si lamentano e danno la colpa alla società o alla scuola. In realtà, il disagio si genera e cresce fra le mura domestiche.
Entrambi i ragazzini, A e B, Shuya e Nao, si sentivano rifiutati dai loro coetanei e necessitavano di emergere, di distinguersi. Avevano bisogno di apparire, di far parlare di sé. Anche attraverso gesti estremi. Ma questa esigenza nascondeva un disagio familiare nel quale traspariva la totale assenza dei genitori. Assenza intesa in senso fisico (la madre di Shuya aveva deciso di proseguire nella carriera, sacrificando gli affetti), che in senso morale (la madre di Nao giustificava ogni suo comportamento, cieca nonostante l’evidenza).
Il romanzo di Kanae Minato è ben strutturato, dividendo i passaggi più intensi in racconti dove l’IO narrante definisce i protagonisti. La capacità dello scrittore è quella di condurci per mano, attraverso i feed back della storia senza perdere – neanche per un momento – le fila del dramma.
Ho sempre pensato fosse importante leggere il romanzo e, dopo, vedere il film. In questo caso sono convinta che aver proceduto al contrario è stato molto utile. Le scene del film di Nakashima Tetsuya sono molto di impatto, nelle quali il bianco e nero (con varie sfumature di grigi) fanno da padroni – con effetto minimal – rendendo la pellicola molto noir e avviluppando lo spettatore in uno spettacolo di pathos e morte.
L’unico colore è il rosso: quello del sangue, in alcuni momenti eccessivo e volutamente “splatter”.
Forse non una pellicola adatta a tutti, ma se avrete la pazienza di arrivare alla fine, non ne resterete delusi. Almeno per comprendere appieno i giapponesi e le loro dinamiche.
C’è odore di vendetta, nuda e cruda. Non c’è spazio per il perdono, non c’è comprensione nella ragione.
Sembra di essere tanto lontani da questa opera di oltreoceano, ma credo sia stato centrato uno dei maggiori disagi emergenti nella società di oggi: il senso di appartenenza, il nichilismo, l’assenza di sensazioni. E’ in atto una trasformazione nell’essere umano…dicasi progresso questo?

Commenti

  1. Anche io preferisco prima il romanzo e poi il film, in questo caso per ora ho visto solo il film e ne sono rimasto impressionato, davvero molto bello…
    in futuro non escludo la lettura del romanzo, seguendo il tuo consiglio 😉

  2. Non te ne pentirai davvero! E poi mi farai sapere se proverai avuto la stessa sensazione che ho avuto io: di leggere il libro e rivivere le scene del film 😉

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