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Contorni di Noir | July 24, 2017

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Il Duce non leggeva i gialli

| On 08, Lug 2013

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 (foto tratta dal sito di www.ilsole24ore.com)

Questa settimana Omar Gatti di Noir Italiano ci parla del romanzo poliziesco ai tempi del fascismo:

Questa che state per leggere è una storia di repressione. Una brutta vicenda sulla libertà d’espressione e di pensiero. Brutta perché è successo proprio qui da noi, in Italia, anche se direte che sì, sono passati quasi 90 anni, e che certe cose ormai non sono più come allora. Ma non conta il tempo. Sono le vicende che contano, perché rimangono come monito. E guardate che potrebbero sempre riproporsi. Forse già sta avvenendo, solo che non ce ne siamo ancora accorti. Oggi parliamo dell’antipatia, dell’ostilità e della lotta feroce che il fascismo mise in campo contro il romanzo poliziesco italiano.

L’autarchia nel poliziesco

Anno 1929. Crolla Wall Street, il regime di Mussolini stringe i patti lateranensi con il Vaticano. Il dottor Fleming scopre la penicillina. La casa editrice milanese Mondadori pubblica dei romanzi dalla copertina gialla. Sono romanzi polizieschi, storie di delitti e di detective, che si possono acquistare in edicola o in libreria. Ss Van Dine, Agatha Christie, James Ellory. Questi i nomi degli autori delle prime opere pubblicate. Perché? Semplice. In Italia non esisteva ancora nessun autore che scrivesse polizieschi. La collana, “i gialli mondadori”, ha talmente successo che nel nostro paese la parola “giallo” diviene sinonimo di romanzo poliziesco. Tanto successo che allora qualche autore italiano decide di provarci. E parecchie case editrici vogliono imitare la Mondadori. I polizieschi vendono, i lettori li trovano interessanti, intriganti. Se ne parla tanto. Anche se sono quasi tutti stranieri. Così, di polizieschi, in pochi anni, se ne pubblicano tanti. Un numero incredibile. E in mezzo a quelli c’è anche qualcuno ambientato in Italia. E al regime fascista la cosa non piace. Non piace ai gerarchi che l’opinione pubblica parli di delitti e di violenze. La stretta censura sulla stampa impedisce, per esempio, che le notizie delittuose vengano pubblicate. Il regime vuol dare agli italiani l’idea di un paese sotto controllo. E il poliziesco, no, quel romanzo di infimo genere stona. Certe cose qui da noi non possono certo succedere, tuona Mussolini. E allora ecco la prima legge. I romanzi gialli di autori italiani non possono essere ambientati in Italia. Pena la censura più totale.

Spezzeremo le reni al romanzo poliziesco

“Spezzeremo le reni al romanzo poliziesco!”. Così deve aver ordinato Mussolini. Perché il successo dei gialli è così eclatante da diventare un fenomeno sociale. Il problema, per i papaveri del regime, diventa scottante. Quei romanzi, pieni d’intrighi, di donne fatali, di sensualità, potevano essere corruttori della fiera gioventù italica. Forte, sana, atletica e priva di vizi. Una gioventù che non poteva venir sedotta da quei racconti di infimo ordine. Così decisero di agire. La seconda imposizione fu ancora peggiore della prima. I colpevoli dovevano essere non solo stranieri, bensì esclusivamente neri o ebrei. Il ministero della cultura popolare, il Minculpop, che non è una parolaccia, mise in atto una feroce campagna diffamatoria nei confronti del giallo. Erano i tempi delle leggi razziali, degli “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”, dell’italianizzazione forzata dei nomi stranieri, della censura di generi musicali come il jazz, definita musica corrotta e negroide. Il poliziesco divenne romanzo da sbandati, deviante, qualcosa d’immorale e immondo. Autori come De Angelis o Scerbanenco dovettero ambientare le storie in fantomatiche e poco realistiche città americane, pur di pubblicare. Ma per il regime non era abbastanza.

Se non puoi batterli, unisciti a loro. Perché nonostante le imposizioni, il poliziesco piaceva agli italiani. Li faceva divertire, li teneva impegnati. La gente ne parlava. Così il regime decise di creare il giallo fascista. Per frenare il dilagare del poliziesco, finanziò autori che scrivessero storie edificanti. Insulse e poco plausibili vicende di ispettori ultrafascisti (come il personaggio di Orazio Grifaci). Oppure veri e propri inni alla razza, gridati dal poliziotto tedesco Shurke, capace di affermare che l’ebreo è una macchia che si propaga e che se non la si pulisce subito, sporca irrimediabilmente il tappeto buono. Com’è ovvio questi tentativi non ottengono il risultato sperato, ai lettori non piacquero. Allora, se non puoi unirti a loro, decise Mussolini, dobbiamo batterli.

La lotta al giallo italiano

1941. Siamo in guerra. I nostri eserciti stanno perdendo terreno e distruggendo la nostra gioventù sui campi di battaglia d’Albania e in Africa. Il Minculpop decide che è giunto il momento di serrare i ranghi. Si dispone che qualunque romanzo giallo, prima di essere pubblicato, venga sottoposto al giudizio del censore. L’ultima parvenza di libertà è svanita. Milano. In piena guerra, tre ragazzini di sedici anni entrano in un ristorante e tentano una rapina. Qualcosa va storto e una cameriera rimane uccisa. I tre, arrestati, si giustificheranno dicendo di aver voluto emulare una vicenda letta in un romanzo giallo. Il regime coglie al balzo l’opportunità per chiudere i conti con il poliziesco. “Il Ministero della Cultura popolare dispone il sequestro di tutti i romanzi gialli in qualunque tempo stampati e ovunque esistenti in vendita”. Basta. Niente più romanzi gialli in Italia. Pena la galera. E forse anche di più. L’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, scandaglia gli archivi delle case editrici e le edicole, alla ricerca di romanzi “immorali”. La lotta del fascismo al giallo italiano si è conclusa. Per fortuna, non vincerà il regime.

Conclusioni

Finita la guerra, tutte le imposizioni fasciste vennero meno e il romanzo poliziesco italiano potè svilupparsi. Negli anni ci avrebbe dato scrittori come Scerbanenco, Macchiavelli e Carlotto, e un’infinità di belle vicende da leggere. Il sapere, la lettura, la cultura, siano da sempre invise a qualunque regime, di ogni tipo, colore e schieramento politico. La cultura è nemica del potere, poiché porta il popolo a pensare, a riflettere, ha porsi delle domande

Vi segnalo tre romanzi, sempre che riusciate a trovarli, perché a volte vengono ristampati da qualche casa editrice ma è sempre più raro. Sono romanzi gialli italiano d’anteguerra, quelli che il Duce non amava leggere.

Il mistero della Vergine di Augusto de Angelis

Sei giorni di preavviso di Giorgio Scerbanenco

L’assassino del campione di Carlo Brighenti (Questo è difficile trovarlo stampato e pubblicato. Sarebbe apologia del fascismo ed è reato)

Omar Gatti

Noiritaliano.wordpress.com

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