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Contorni di Noir | July 24, 2017

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Riccardo Besola – Un vinile e una pistola

| On 22, Lug 2013

besola

(foto di Noir Italiano)

Questa settimana Omar Gatti di Noir Italiano ci fa conoscere Riccardo Besola:

Ci sono gesti che abbiamo dimenticato completamente, perché appartengono a un passato che non tornerà più. Come l’inserire una cassetta nel mangianastri, oppure riavvolgerne il nastro con la penna, perché il lettore è impazzito. Così come abbiamo dimenticato i gesti lenti dell’alzare il braccetto della puntina, inserire il vinile sul piatto, abbassare la puntina per ascoltarne il graffio sul solco lucido e poi mettere a tempo i giri del piatto. Ma, per raccontare la scrittura di Riccardo Besola e lo studio che essa richiede, bisogna mettersi comodi, ascoltando il suono caldo di un vinile funky di metà anni ’70, coi suoi suoni black e quelle voci profonde di donne bellissime.

Mauro Dragani è uno sbirro particolare. Nel senso che non è più un poliziotto. Ma il mestiere di pulè ti rimane attaccato addosso, come una malattia o un richiamo invincibile. Per cui Maurizio Dragani detto Drago (omonimo di quel famoso Cerutti Gino di una ballata di Giorgio Gaber) lavora ancora, anche se ufficialmente non esiste, per il commissario Guastalla, mantovano arioso e malinconico. I compiti che Guastalla gli affida hanno sempre lo stesso filo rosso: rovistare nella fogna delle immense periferie della metropoli milanese. Quelle periferie che proprio in quegli anni, nei cattivi anni ’70 della contestazione e della crisi energetica, vivono il loro momento di splendente degrado.

La musica e il noir sono un connubio indissolubile. Ci sono autori che hanno saputo fondere musica e scrittura, come il jazzista Jean-Patrick Manchette, che applicava al testo il ritmo tipico e sincopato del be-bop. Quello di Besola invece è più consono alle nostre radici. Tutta roba seventies, ovviamente. Dai classici del tempo come Baglioni alle contaminazioni della discomusic, che in quegli anni bruciava in fretta notti e ragazzi.

Ma per saper raccontare in maniera efficace un’epoca storica che non si è vissuta in prima persona, non basta leggere romanzi, cercare i video su You Tube, non basta spararsi ore ed ore di film poliziotteschi come “Milano odia. La polizia non può sparare” o “Il cinico, l’infame, il violento”. Besola ci racconta che questo può dare una base, un’idea del momento. Poi bisogna andare sul campo. Per conoscere, capire, saper rappresentare. Girare i bar e, ahimè, le ultime osterie di paese, sedersi con i vecchietti a giocare a scopa d’assi o a due, ascoltare le loro bestemmie per un asso giocato male, le lamentele di come tutto era meglio prima, come se il mondo vivesse in una perenne spirale di decadenza. Offrir loro un bianchino spruzzato. E così entrare nel loro animo, conquistarne la fiducia e chiedere. Domandare di raccontare quegli anni, cosa succedeva, come si viveva e si sopravviveva. Tutte le persone smaniano dalla voglia di raccontare la propria storia personale. E lo scrittore deve chiedere, indagare, registare. Solo allora potrà creare un affresco veritiero di quegli anni, farcendolo d’impressioni e di sentimenti che lo distinguano da una misera rappresentazione, da un semplice esercizio di stile.

Poi, nel silenzio della propria fantasia, con la musica come compagna, lo scrittore elaborerà le storie, a volte le riprenderà tout-court, cambiandone i nomi. Solo così riuscirà a ricreare le atmosfere e a dare al romanzo un respiro più potente. Più vero.

Perché uno scrittore noir molto spesso, sul piatto dove ha cominciato a far girare il vinile della fantasia, deve appoggiarci una pistola. E farla funzionare prima di terminare il primo capitolo.

Che si tratti di una classica P38 o di una modernissima e sofisticata semiautomatica, il discorso non cambia.

Omar Gatti
Noiritaliano.wordpress.com

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