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Contorni di Noir | December 17, 2017

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Intervista a Simonetta Santamaria

| On 07, Ago 2013

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Simonetta Santamaria, scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee. Questa è solo una parte della sua biografia che troverete nel suo sito – sotto riportato – e ha appena pubblicato il suo ultimo romanzo, Io vi vedo con la casa editrice Tre60.

Ciao Simonetta e benvenuta sul mio blog!
1. Raccontaci di te. Cosa vuoi che sappiano i lettori? Magari citando il fatto che sei stata vincitrice del Premio Lovecraft.
S.: Ciao a tutti gli amici del brivido! Non sono molto brava a parlare di me, ma mi fa piacere che tu abbia citato il premio Lovecraft, un successo di cui vado fiera e che ha dato inizio alla mia avventura di scrittrice. Prima di me, solo un’altra donna aveva ottenuto questo riconoscimento, e su 13 edizioni direi che è una bella soddisfazione. Potrei aggiungere che adoro i gatti e che giro in motocicletta. Per il resto i lettori potranno soddisfare ogni curiosità andando sul mio sito www.simonettasantamaria.net che è già di per sé tutto un programma…
2. Come hai cominciato a scrivere e perché scegliendo proprio i generi horror e thriller?
S.: Ho iniziato a leggere molto presto e miei primi libri sono stati quelli di Salgari, Verne e Poe: preferivo l’avventura alle favole, e il brivido del mistero. Altrettanto presto ho iniziato a cimentarmi nella scrittura tanto che i miei genitori erano seriamente preoccupati per la mia sanità mentale: le altre bambine pensavano a vestire le bambole mentre la loro figlia se ne stava in disparte a riempire pagine e pagine con storie macabre. Poi ho scoperto Stephen King e allora ho capito che quello era proprio il genere che suonavano bene le mie corde. Non avrei mai potuto scrivere qualcosa di diverso.
3. Mi incuriosisce il fatto che si pensi ad uno scrittore maschile quando si approccia a questo tipo di lettura… ma la paura non è femminile?
S.: Incuriosiva anche me, e anche per questo ho sfidato il predominio maschile cimentadomi in un genere di loro storico appannaggio. Molti lettori non sanno ancora di quanto può essere brava a far paura, una donna…
4. Hai partecipato come giurata al Premio Crawford. Come ti sei trovata dall’altro lato della barricata? Da cosa giudici un buon romanzo?
S.: Non amo vestire gli abiti del giudice né del critico ma quando lo faccio sono spietata. Diceva mia nonna “il medico pietoso fa la piaga verminosa”: c’è già tanta gente che crede di saper scrivere, alimentare illusioni non fa bene alla nostra editoria. Francamente.
5. Il tuo romanzo si intitola Io vi vedo. Com’è nata l’idea?
S.: Partendo dall’elemento soprannaturale che contraddistingue ogni mia storia e che non sveliamo; da lì, l’idea di un personaggio sopra le righe, un professionista integerrimo a cui stravolgere vita e personalità al punto da trasformarlo in un assassino senza scrupoli ma con una forte motivazione: volevo che tra lui e il lettore si creasse un’empatia tale da renderlo perfino assolvibile, alla fine.
6. I protagonisti sono tre uomini. Ce li vuoi descrivere?
S.: Preferirei limitarmi a Maurizio Campobasso, il poliziotto di cui sopra. E magari accennerei alla protagonista femminile Caterina Todisco, una sua collega con una forte personalità e altrettanta determinazione che, nell’ombra, gli starà accanto nella sua discesa agli inferi.
7. In una tua intervista dichiari che centrare il personaggio ha la sua importanza per decretare il successo di un libro. Pensi di essere riuscita nell’intento?
S.: Be’, non spetta a me dirlo – ogni scarrafone è bello a mamma sua – ma spero proprio di sì. Al momento, a giudicare dai commenti ricevuti,l’indice di gradimento pare alto, e il romanzo s’è guadagnato una serie di inviti a presentazioni in giro per l’Italia.
8. Volevi un protagonista integerrimo da stravolgere e un elemento soprannaturale e il romanzo comincia in un modo pressoché brutale. Ce lo vuoi raccontare?
S.: Diciamo solo che la squadra di Campobasso viene falcidiata nel corso di un’imboscata e che lui perde un occhio. Su quest’uomo già prostrato da un grande dolore e dall’incapacità di metabolizzarlo s’innestano tutte le diramazioni della storia che il lettore scoprirà man mano.
9. Nel tuo romanzo hai voluto evidenziare molto l’alter ego di noi stessi: il lato oscuro dell’anima. Credi che venga allo scoperto solo se portati all’estremo, tanto da scatenare istinti omicidi?
S.: Sì, ne sono convinta. Amore, Odio e Fame: tre sentimenti che stirati fino all’esasperazione possono indurre a uccidere. Se si perde per quel fatale istante il controllo del nostro Io conscio, si può arrivare all’omicidio. Potrà sembrare brutale ma è un dato di fatto.
10. Collegandomi alla domanda precedente, pare che la “Furia” diventi talmente palpabile da assumere le sembianze di un personaggio in carne e ossa. Cosa ne pensi?
S.: Era proprio quello che volevo creare: un sentimento tanto forte ed esigente da acquisire una connotazione quasi umana. Immaginate cosa potrebbe scatenare la morte di un figlio per mano di uno sconosciuto senza volto…
11. Quando finisce il thriller e comincia l’horror? E come si “sposa” il soprannaturale fra i due? Riesci a non farlo… sentire di troppo?
S.: Difendo l’horror perché in Italia c’è ancora troppa confusione sul genere: si crede che sia solo sangue e scene trucide mentre non è affatto vero. Il brivido, la tensione narrativa e l’elemento soprannaturale sono tutti fattori condivisibili con l’horror e il thriller, l’importante è saperli dosare. E saperli narrare.
12. Pregi e difetti di scegliere una narrazione tutta italiana, compresi i luoghi, rispetto all’ambientazione straniera. Molti tuoi colleghi decidono di svolgere la storia all’estero.
S.: Al contrario, mi pare che ci sia un’inversione di tendenza e che i colleghi stiano sfruttando le ambientazioni delle loro origini, cosa che apprezzo molto: in Italia siamo fin troppo esterofili, la nostra narrativa non ha bisogno pure di scimmiottare firme straniere. Non servono i James, i Mark o le Meredith, la nostra terra è ricca di storia e offre spunti a ogni angolo, bisogna solo avere gli strumenti giusti per coglierli.
13. Mi parte una domanda alla… Marzullo: Napoli è capace di “sfornare” autori come Maurizio De Giovanni, Massimo Siviero, Stefano Piedimonte e tanti altri. E’ la città che ispira le vostre storie o sono le storie che vivono con essa?
S.: Entrambe le cose. Napoli è terra di grandi contrasti, dove convivono il bello e il brutto, la luce e le ombre, la realtà e il mistero. Noi che ci siamo nati ne abbiamo assorbito la molteplicità, sappiamo essere razionali e creativi, solari e inquietanti. Multitasking? Ah, hai fatto caso che hai citato solo firme maschili? 😉
Chiedo venia sull’ultima domanda..questo dovrebbe davvero far pensare! Grazie, Simonetta e alla prossima!

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