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Contorni di Noir | October 16, 2017

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Intervista a Giuliano Pasini

| On 28, Nov 2013

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Giuliano Pasini è nato a Zocca, nel cuore dell’Appennino emiliano.Sposato con Sara, vive in Veneto ed è un professionista della comunicazione d’impresa. Si interessa di musica ed enogastronomia. Il suo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito nel 2012 per Fanucci-TimeCrime, dopo essere stato un caso sul web ha ottenuto un grande successo di pubblico, si è aggiudicato il Premio Massarosa ed è in corso di traduzione in Germania. Insieme ad altri autori emiliani Pasini ha contribuito, con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo, all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola, uno dei centri più colpiti dal sisma del maggio 2012.

1. Ciao Giuliano! Benvenuto e raccontaci subito chi sei e dove vuoi arrivare?
G.: Ciao! Partiamo con le domande difficili, eh? In un poliziesco americano si direbbe: maschio bianco (anche un po’ pallido, per la verità), sulla quarantina (portati male), ferita da arma da fuoco (no, quella no). Diciamo che sono un pigro molto attivo, ecco. Vorrei dormire dodici ore a notte, ma per inseguire le mie passioni arrivo sì e no alla metà. Sulla mia tomba scriveranno: è solo sonno arretrato.

2. Cosa ti ha spinto a scrivere e, soprattutto, cosa ti spinge a continuare?
G.: La scrittura è sempre stata la forma di espressione più naturale per me. Ero uno di quelli che scrivevano le letterine d’amore alle fidanzatine delle elementari. Con esiti tragici. Nonostante questo, non mi sono fermato. Però è stato solo quando ho incontrato la ragazza che poi è diventata mia moglie che ho trovato la costanza per puntare tutte le mattine la sveglia alle cinque per scrivere. È come se un pezzo di me, grazie a Sara, fosse andato a posto e avessi energie da dedicare altrove. Perché, credimi, scrivere è una faticaccia e ve lo dice uno che ha corso delle maratone. Non è come lavorare in miniera, certo. Ma non è nemmeno la folgorazione sulla via di Damasco dove, preso da ispirazione inarrestabile, devi scrivere per forza ed esaurisci lì tutti i tuoi sforzi. Cosa mi spinge a continuare? Me lo chiedo anch’io a volte. Poi mi arriva qualche messaggio dai lettori o li incontro alle presentazioni e mi rendo conto che ne vale la pena. “Se io avessi previsto tutto questo, dati causa ed effetto, forse farei lo stesso. Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sno nato fesso” direbbe Guccini, molto meglio di me.

3. I tuoi romanzi vengono definiti “gialli letterari”. Qual è la tua opinione?
G.: Sorrido e annuisco. Come quando li definiscono noir, thriller, polizieschi ecc. Sono romanzi, c’è una storia dentro. I gialli sono scatole, dentro ci puoi mettere ciò che vuoi.

4. Personaggio focale delle tue storie è Roberto Serra. Che tipo è? Come si è evoluto rispetto al romanzo precedente Venti corpi nella neve (Ed. Fanucci/TimeCrime)?
G.: Roberto Serra ha nel suo nome la sua essenza. Roberto dal latino vis-roburis significa “forza”, Serra ha in sé la radice della chiusura. Un tipo forte e chiuso. Scrivendo, volevo riportare l’uomo al centro della storia; da divoratore di romanzi del genere (e non solo) non ne potevo più di casi risolti da un granello di sabbia analizzato dai RIS o da CSI – a seconda della latitudine. Le vittime: uomini; gli assassini: uomini; l’investigatore: uomo. Con tutte le loro qualità e i tanti difetti.

5. E’ uscito per Mondadori Io sono lo straniero. Com’è nata l’idea? E chi è veramente “lo straniero” nel nostro Paese?
G.: In Venti corpi nella neve parlavo di una storia piccola legata alla seconda guerra mondiale, quella delle famiglie di minuscoli borghi d’Appennino rimasti incastrati tra le due armate, tedesca e alleata, nell’ultimo inverno di guerra. Non avevo chiuso i conti con quel periodo, pensavo di voler scrivere di campi di concentramento e sterminio; ma quando ho iniziato a documentarmi, mi sono reso conto che teorie che predicavano la superiorità di una persona su un’altra per puro diritto di nascita erano esistite prima, durante e dopo il nazismo. Ci sono ancora oggi. “Straniero” è la donna di etnia imprecisata che ci chiede l’elemosina in piazza. “Straniero” è chi pulisce l’ufficio in cui lavoriamo e quasi non salutiamo entrando mentre lei/lui esce. “Straniero” è chi fa migliaia di chilometri in condizioni disumane per finire a esibire cosce e culo su qualche statale di provincia. “Straniero”, in qualche circostanza, sei stata tu. Lo siamo stati tutti. Io per primo. Ecco spiegato il titolo: io sono lo straniero.

6. Quali sentimenti ti hanno accompagnato uscendo dal campo di concentramento di Dachau?
G.: Paura che possa succedere ancora. Passare dalle parole “bisognerebbe ammazzarli tutti” ai fatti può essere facile. Molto più difficile fare il percorso inverso, quello di comprensione e condivisione.

7. Dagli Appennini emiliani a Treviso: ci racconti il tuo viaggio?
G.: Quando mi chiamarono a fare un colloquio di lavoro a Treviso, nel 2000 (anno in cui è ambientato Io sono lo straniero) presi la macchina perché non avevo idea di come fosse questa città. È splendida, un gioiello. E come i diamanti è luminosa ma dentro, magari, ha l’anima di carbonio. Il posto ideale per ambientarci una storia “nera”, no? E le colline del Prosecco sono uno dei più bei paesaggi viticoli del mondo, fidatevi. Un paesaggio aspro e difficile per un vino tutto sommato facile. Valgono il viaggio.

8. Mi è piaciuta molto una tua dichiarazione in cui auguri ai morti del tuo romanzo un nuovo ciclo, come a voler dare loro una seconda possibilità..pensi si debba dare sempre una seconda chance?
G.: Io sono lo straniero è un romanzo nero, nerissimo. Un romanzo in cui c’era bisogno di una speranza per il lettore ma, prima di tutto, per l’autore. Anche per chi questa speranza non ce l’avrà più come le vittime della mia storia. Tutte giovani, donne, straniere. Invisibili, ecco. Morte senza sapere perché e per mano di chi. Che non siano morte invano, ecco la speranza.

9. Quali pensi siano i motivi per cui ancora oggi esistono teorie sulla perfezione e superiorità dell’uomo? E chi, a tuo avviso, le persegue con maggiore accanimento?
G.: L’angoscia dell’estraneo è uno dei sentimenti insiti nella natura umana. In greco antico c’erano due parole per identificare lo straniero: xenos e barbaros. Letteralmente, il barbaro è quello che “fa bar bar” quando parla. Lo xenos – nonostante sia rimasto in italiano nella radice di parole dalla connotazione negativa come xenofobia, era l’ospite. Ulisse era uno xenos nel suo peregrinare. L’ospite da accudire, aiutare. E da ascoltare perché portava notizie che nessuno sapeva. Poi, in letteratura, lo straniero è sempre stato quello che ha uno sguardo esterno rispetto a un sistema chiuso e che – alla fine – fa schiudere lo stesso sistema. A volte facendolo esplodere. Roberto Serra lo fa. A Case Rosse in Venti corpi nella neve come a Termine, dove è ambientato Io sono lo straniero.

10. Ho apprezzato l’idea di collegare le fasi del romanzo a quelle della vite. Vite uguale a Vita?
G.: La speranza di cui parlavamo prima, nel romanzo è rappresentata dal ciclo della vite che parte da una morte apparente poi ritorna a vivere. I capitoli per questo hanno i nomi evocativi della vita di questa pianta: dormienza, taglio, pianto (la vite piange nel momento in cui torna a scorrere la linfa vitale), allegagione, invaiatura, giusto grado di maturazione.

11. Pulizie etniche, guerre di religione, intolleranze razziali..chi la spunterà?
Purtroppo non lo so. Purtroppo.

12. Ho notato che spesso si definisce la nazionalità nelle notizie di cronaca, come a voler puntualizzare l’origine della mano criminale. Cosa ne pensi? La criminalità ha un colore preciso?
G.: L’ossessione ha un colore preciso. Giallo o nero che sia, o magari bianco in altri Paesi. Ha il colore diverso dalla pelle della maggioranza delle persone che abitano un luogo. Una delle “leggi” della comunicazione (legge di Mc Lurg) dice che un minatore gallese vale ventotto minatori pachistani nella testa di chi legge le notizie nel Regno Unito. Lo straniero è il bersaglio più facile. Il più indifeso. E quello che lascia la coscienza collettiva tranquilla: non siamo noi i cattivi, sono loro.

13. Connelly e King, due autori che sono per te un punto di riferimento. Quali caratteristiche apprezzi nella loro scrittura e ti piacerebbe riportare nei tuoi romanzi?
G.: Ruberei Harry Bosch a Connelly e a King la capacità di sovrapporre elementi che vanno oltre ciò che gli occhi vedono a un mondo più reale del reale senza violare il patto di incredulità con il lettore.

14. Saluta i lettori del blog, magari raccontandoci qualche anticipazione sul prossimo romanzo.
G.: Cari lettori, leggete giallo o nero o thriller o altro, leggete italiano o straniero, ma leggete. La lettura è l’unica forma di dipendenza che dà indipendenza. Il prossimo romanzo? La Bassa di Guareschi, e l’Appennino parmense. Roberto Serra, di nuovo in Emilia. Di nuovo in un’indagine, suo malgrado. Di nuovo costretto a guardarsi dentro. Appuntamento al 2014, per saperne di più.

 

 

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