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Contorni di Noir | December 16, 2017

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Intervista a Alessandro Bastasi

| On 24, Gen 2014

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      foto di Alessandro Bastasi

Alessandro Bastasi è nato a Treviso. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora.
Con un passato di attore e poi di cronista teatrale, ha pubblicato tre romanzi: La fossa comune, (2008, Zerounoundici edizioni), thriller politico ambientato a Mosca nel 1993, La gabbia criminale (2010) e Città contro (2011), due noir usciti con Eclissi Editrice.
Nel 2012 pubblica il racconto Ologrammi (ebook per MilanoNera Edizioni).  In agosto dello stesso anno il racconto La caduta dello status è pubblicato dal Manifesto nell’ambito della rassegna “Resistenze Noir”. Con altri racconti è presente in siti letterari e antologie.
Conosco Alessandro da qualche anno e ho recensito il suo precedente romanzo “Città contro”, un noir che vi consiglio di leggere per i contenuti altamente profondi e veri. Un libro denuncia che va a toccare fili scoperti che spesso non vogliamo vedere.

Oggi lo intervistiamo su Contorni di noir:

1. Benvenuto, Alessandro. Cosa vorresti che sapessero di te i lettori?
A.: Che sono una persona normale, con una famiglia che amo, un lavoro che mi permette di vivere. Che ho partecipato con entusiasmo agli eventi storici che hanno caratterizzato gli ultimi trentacinque anni del secolo scorso. Ora partecipo molto meno. Ma cerco di travasare nella scrittura la mia passione civile e politica, che è rimasta intatta.

2. E’ stato complicato il passaggio dalla scrittura alla pubblicazione? A quante case editrici hai spedito i manoscritti?
A.: Ho iniziato a pubblicare nel 2008, con il primo romanzo “La fossa comune”, ambientato nella Russia dei primi anni Novanta, e non conoscendo le dinamiche dell’editoria avevo inviato il manoscritto in maniera indiscriminata, ad almeno una ventina di case editrici.. Ovviamente le risposte sono state pressoché nulle. Finché, dopo circa un anno di tentativi, una piccola casa editrice me l’ha pubblicato. Avendo riscosso lusinghieri apprezzamenti da una nicchia di lettori “forti”, ho proseguito con il noir “La gabbia criminale”, ma questa volta ho tarato la mira, inviandolo solo a casa editrici orientate al genere. In questo caso il tempo è stato molto minore, in pochi mesi Eclissi editrice di Milano l’ha accettato e poi pubblicato. Con Eclissi ho poi proseguito con la pubblicazione di “Città contro”.

3. Cosa ne pensi dell’editoria italiana e delle case editrici a pagamento, queste ultime sempre più fiorenti fra gli aspiranti scrittori?
A.: Discorso lungo e complesso. L’editoria italiana (non dico nulla di originale) è in profonda crisi, ed è tuttora incerta sulle strade da percorrere, alla ricerca di nuove idee, nuovi autori, nuove modalità di pubblicazione e di distribuzione. La tecnologia consente ormai di realizzare una sorta di rivoluzione, penso per esempio all’editoria digitale, alla possibilità di creare una contaminazione sempre più spinta tra generi (narrativa, grafica, video, eccetera), fino ad arrivare a opere completamente multimediali. Ma siamo ancora in una fase pionieristica. Nel frattempo, per sopravvivere, l’editoria main stream punta soprattutto su operazioni editoriali che consenta un revenue immediato, spesso a scapito della qualità. Per questo motivo mi sembrano più interessanti le piccole case editrici che si avventurano con coraggio sia nella ricerca di nuovi talenti sia in modalità di pubblicazione e distribuzione non tradizionali. A fronte di una situazione tanto critica, si diffondono le case editrici a pagamento (EAP), che però non garantiscono nulla all’autore in termini di progettazione del prodotto editoriale e men che meno della sua diffusione. Un vero e proprio imbroglio, che spesso punta soltanto sulla vanità di un autore che ritiene di aver scritto il capolavoro del secolo. Più accettabile è la via dell’autopubblicazione. Ma anche in questo caso è utile confrontarsi con un buon editor (non necessariamente di una casa editrice) che dia delle dritte su come migliorare la struttura del romanzo, la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi, e così via.

4. In una intervista precedente hai affermato di amare i classici, i grandi scrittori del passato e che sono stati loro a farti amare la letteratura, a farti capire lo potenza della parola scritta. Quanto, a tuo avviso, c’è la volontà di “ascoltarla”?
A.: Oggi purtroppo (ma lo dico da lettore di un’altra epoca) la volontà di ascoltare la parola scritta mi sembra mediamente minore di un tempo. La diffusione di nuove forme di comunicazione quali i social network, i device mobili e tutto ciò che questi nuovi “oggetti” consentono di fare comporta forme veloci sia di scrittura sia di lettura. Penso alle nuove generazioni che sono nate e nascono in questo contesto, dove la parola scritta sui libri con modalità così lontane da loro è spesso percepita come obsoleta. Spero ovviamente di sbagliarmi.

5. E’ uscito il tuo nuovo romanzo, “La scelta di Lazzaro”, pubblicato da Meme Publishers. Ce ne vuoi parlare?
A.: “La scelta di Lazzaro” nasce dalle suggestioni di un racconto che avevo scritto parecchio tempo fa, centrato su un ex militante della lotta armata degli anni Settanta in Italia. Alcuni eventi successi in seguito che riguardavano i protagonisti di quegli anni, di cui la stampa ha dato ampio resoconto, mi hanno spinto a riprenderlo in mano e a farlo diventare un romanzo. L’obiettivo era una riflessione su quel periodo e soprattutto sul “dopo”, visti dal punto di vista di un ex militante di allora e di personaggi che con lui, direttamente o indirettamente, nel bene e nel male, avevano avuto a che fare. L’altro aspetto per me interessante era far interagire quei personaggi, appartenenti a un contesto storico, politico e sociale così diverso da quello attuale, con la realtà di questi ultimi anni (le vicende del romanzo si svolgono nel 2012), per la quale ho ipotizzato prospettive molto drammatiche. Essendo comunque un noir, non posso entrare in maggiori dettagli.

6. Barbara e Lazzaro. Un uomo e una donna nell’oceano di scelte dettate dalle proprie ideologie. Raccontaci qualcosa di loro. E’ così difficile orientarsi oggi in questa Italia piena di contraddizioni?
A.: Per il protagonista del romanzo, e, penso, per molti di noi comuni mortali che hanno comunque vissuto intensamente quegli anni, è decisamente difficile. Sono cambiati tutti gli scenari e i paradigmi che hanno portato alle scelte di allora. La quasi scomparsa dei partiti organizzati della sinistra radicale ne è una conseguenza tangibile. Non voglio qui addentrarmi in analisi politico-sociali, dico solo che la caduta dell’URSS (tema del mio primo romanzo) e il cambiamento epocale dei rapporti di produzione a livello planetario hanno portato a cancellare qualsiasi ipotesi di alternativa al sistema economico e finanziario che ha dominato il mondo negli ultimi vent’anni. E’ stato imposto – anche e soprattutto dai media – un modello di società che prometteva uno sviluppo senza limiti e senza più conflitti sociali. Però i problemi della gente invece di diminuire si sono ingigantiti, e non si vede soluzione a breve. E’ vero che nascono qua e là focolai di “rivolta” trasversali (vedi in Italia i No-Tav, i forconi, eccetera), ma non riscontro alcun tentativo di sintesi che porti a un progetto politico alternativo all’attuale stato di cose.

7. Come si è evoluta la tua scrittura rispetto ai romanzi precedenti?
A.: Penso sia diventata molto più secca, più essenziale, più sincopata, se così si può dire. Sto cercando di assumere una posizione quanto più possibile distaccata rispetto alla materia con cui costruisco le mie storie. Voglio che a parlare siano le storie, non l’autore. Su questo fronte devo ringraziare un editor d’eccezione, che mi ha insegnato molto, dandomi suggerimenti preziosi.

8. La pubblicazione di questo romanzo è stata un po’… travagliata, in quanto le case editrici – alla vista di argomenti legati al terrorismo – storcono il naso e tendono ad evitarli. Credi che la sensibilità dei lettori possa essere urtata?
A.: Se penso alle reazioni suscitate dagli articoli e dalle prese di posizione di Erri De Luca su quegli anni così drammatici, dovrei dire che potrebbe succedere. Conto sulla maturità dei lettori, che spero sappiano distinguere tra un romanzo, che scava nella psicologia dei personaggi e insinua dubbi, e l’agiografia di un terrorista.

9. Il senso della giustizia non collima sempre con il rispetto delle regole e delle leggi. Anzi, spesso ne ostacolano il percorso. Cosa ne pensi?
A.: Rispondo citando dal libro di Luisa Muraro “Dio è violent”: “La sostanza del vero patto sociale, quello tacito e quotidian, [è] andare d’accordo con il prossimo, tener conto delle leggi e dare credito a chi è in posizione di responsabilità pubblica, per vedersi riconosciuta una dignità personale in un contesto di vita sociale sensata e pacifica.” Nel momento in cui chi è in posizione di responsabilità pubblica non merita più credito, è lecito riprenderci la nostra forza. “Politica è guadagnare esistenza libera e benessere condivisi, sottraendoci, donne e uomini, con astuzia e ingegno, in caso combattendo, allo schiacciamento dei rapporti di forza. C’è politica quando c’è movimento libero dell’anima e dei corpi, dove prima c’era cieca sottomissione ai più forti e al caso.” E se è vero che “il contratto sociale è un’idea morta. La storia ha voltato pagina”, che “l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri”, dobbiamo riflettere e agire di conseguenza.

10. Come recita la tua biografia, hai un passato di attore e di cronista teatrale. Quali aspetti ti sono stati utili nella stesura dei tuoi romanzi?
A.: Non so se ci sia un’influenza nella stesura dei miei romanzi. Per lo meno, non ne sono conscio. Forse la mia precedente esperienza ha inciso nella struttura dei dialoghi, o nella rappresentazione plastica di certe scene. Tipo questo passo, per intenderci:

Barbara ha trovato la scatola da trucco di Samar e le boccette di profumo. Si pittura le unghie, stende dosi abbondanti di mascara sulle ciglia, una pennellata di fard sulle guance. E un po’ di rossetto sulle labbra per completare l’opera. Poi si gira verso di me, raggiante.
«Come sto?», mi chiede. «È la prima volta che mi trucco.»
«Forse hai esagerato col mascara.»
«Dici?», piagnucola.
«Sì. Anzi, forse hai esagerato un po’ con tutto.»
Aggrotta la fronte. Si guarda allo specchio.
«No», replica. «Va bene così.»
Mi appoggio allo stipite della porta, accendo una sigaretta e aspiro una boccata, per studiare poi le volute di fumo salire verso l’alto.
Il gatto miagola e si struscia tra le mie gambe.
[…]
«Hai gli occhi verdi», le dico, senza un motivo preciso. «Non potrai mai somigliare a Samar.»
Afferra la scatola da trucco e la scaglia per terra. È davanti a me, in mutandine e reggiseno, le gambe divaricate piantate per terra, secche come i rami spogli di un mandorlo d’inverno.
«Io non somiglio a nessuno», urla, «io non esisto!»

11. Cosa ti ha spinto a scrivere e, soprattutto, cosa ti spinge a continuare?
A.: La passione civile, senza dubbio. La voglia di arrivare a chi mi legge attraverso i personaggi e le vicende di un romanzo per suscitargli dei dubbi, tormentarlo, fino a fargli male. Non ho una concezione della letteratura consolatoria, non tendo ad alcuna catarsi. Alla fine del libro, il mio lettore ideale è lacerato, ferito nelle sue certezze. Vorrei sconvolgergli la vita.

 Ecco che si conclude questa bella chiacchierata! Auguriamo ad Alessandro di avere tutto il successo che merita.

Commenti

  1. Gran bella intervista. Complimenti a entrambi.

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