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Intervista a Giovanni Arduino

| On 15, Mar 2014

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Oggi ospite del blog è Giovanni Arduino, scrittore, traduttore e sceneggiatore. Nato a Torino nella tarda metà dei Sessanta, la sua biografia è davvero lunghissima e per questo vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito: http://giovanniarduino.wordpress.com/chi-sono/

1. Benvenuto, Giovanni e complimenti per il tuo background. Come ti sei proposto alle case editrici per la traduzione? E come, invece, le stesse selezionano i traduttori migliori?
G.: Come li selezionino adesso non ne ho idea, sinceramente. Ho iniziato a lavorare con tante mansioni diverse nell’editoria & affini secoli fa, a fine Ottanta, e non mi sono più fermato.

2. Hai cominciato davvero molto presto. Qual è stata la ragione scatenante?
G.: Ero troppo pigro per lavorare e troppo nervoso per rubare, citando un produttore americano di film di serie B. No, sul serio: mi è capitato. Da bambino volevo lavorare in banca (altro che astronauta) ma non è successo. Comunque, nessun fuoco sacro per la letteratura e scemate del genere.

3. Te lo avranno chiesto in tanti, ma cosa si prova a tradurre un autore come Stephen King? Pregi e difetti di una “carica” così impegnativa.
G.: Lo conosco da sempre. Siamo cresciuti insieme. Non in senso letterale, ovvio. Mi riesce facile coglierne riferimenti e tormentoni e vezzi e gusti e passioni e retroterra culturale. “Carica impegnativa”? Mah. Cerco di fare del mio meglio, tutto qui.

4. Ho intervistato traduttori che hanno avuto l’opportunità di dedicarsi a romanzi diventati poi best-sellers, tra i quali la trilogia di Stieg Larsson (trad. di C.G. Cima) o la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di R.R. Martin (trad. di Alan Altieri). Pensi che il lavoro del traduttore contribuisca ad accrescere il successo di un’opera?
G.: Non penso. Però se il traduttore, come nel mio caso, fa anche (molto) altro e si spende per quell’ “opera”, può succedere. Non sempre, anzi, ma può succedere.

5. Ghostwriters: se ne parla molto, ma quasi nessuno ammette di utilizzarli. A tuo avviso è un fenomeno più diffuso all’estero o in Italia? E quali vantaggi mettere l’idea a un romanzo che verrà pubblicato col nome di un altro?
G.: Premessa, se era questo il senso della domanda: Stephen King non usa ghostwriter. Leggende metropolitane. Ci possono cascare giusto un paio di imbecilli su Anobii o Goodreads. Io ho fatto il ghostwriter in più di un’occasione ed è stato divertente e remunerativo. Why not? Ero curioso. Lo sono sempre. Comunque, in genere l’idea di partenza (o lo spunto e il contenuto) vengono discussi ampiamente (talvolta ad nauseam, motivo per cui ho declinato alcune proposte). Lo rifarò? Chissà.

6. Come ho avuto modo di approfondire intervistando i tuoi “colleghi” traduttori, non si sopravvive di sola traduzione editoriale..cosa ne pensi? La fatica è rapportata al compenso finale?
G.: Al momento io campo, fortunatamente bene ma sgobbando come un mulo, di traduzioni, scrittura e soggetti cinematografici per l’estero, non necessariamente in quest’ordine. Ho ridotto le consulenze ma in futuro forse sarà diverso. In futuro forse aprirò un bed & breakfast in Bretagna o un agriturismo a Catania (sono solo esempi, i primi che mi sono venuti in mente). In realtà non ne ho idea.

7. Che tipo di scrittura ha Stephen King e quali particolarità incontri nel tradurlo?
G.: Posso dirti che NON ha una scrittura barocca o eccessivamente gergale. Negli anni è capitato che sia stato reso così in italiano, ma… no. Ha uno stile insieme molto pop, molto diretto e molto, molto raffinato (togli un pezzo e crolla tutto, tanto per capire). E una grande, grandissima tecnica. Pazzesca.

8. L’ultimo romanzo tradotto di Stephen King è Doctor Sleep, sequel di Shining (trad. Adriana Dell’Orto). Difficile subentrare al posto di un altro traduttore? Come si può mantenere lo stile del romanzo precedente?
G.: Il traduttore storico di King è stato Tullio Dobner, che di massima ha sempre svolto un egregio lavoro. Ho letto la versione della Dell’Orto, per certi versi apprezzabile, ma perché avrei dovuto mantenerne lo stile? Il mio punto di riferimento è l’originale.

9. Si può lavorare di fantasia in una traduzione? Quanto un traduttore è libero di interpretare?
G.: Qualsiasi traduzione letteraria è sempre un’interpretazione. Chi legge Doctor Sleep in italiano, in realtà non legge Stephen King, ma una traduzione di Giovanni Arduino. Spero di essermi spiegato.

10. Sei editor, traduttore e scrittore. Quali di queste tre tipologie ti gratifica maggiormente e lascia spazio alla tua creatività?
G.: Sono stato editor interno a case editrici per anni (consiglio di dare un’occhiata al mio blog per i dettagli), scrittore e traduttore per altrettanto tempo. Da un po’ ho aggiunto i soggetti per il cinema e momentaneamente ridotto altro. Non ho preferenze nette. Forse perché mi piace cambiare, anche solo per curiosità (vedi sopra).

11. Spiegami come funziona l’accordo con l’editore: ogni traduzione equivale a un contratto? O si stipula un accordo che prevede più traduzioni in un determinato periodo?
G.: Ogni traduzione equivale a un contratto. Poi è normale (o quasi) che un traduttore continui a occuparsi di un determinato autore.

12. Ho riscontrato poca informazione sia da parte dei lettori, che su alcuni siti di case editrici, di quale sia il traduttore del romanzo. Quale può essere il motivo, secondo te?
G.: Perché la traduzione è spesso vista come un hobby, talvolta anche per colpa dei diretti interessati. Essendo solo una parte (importante, ma comunque una parte) del mio lavoro, non ci do tanto peso. Certo, il nome del traduttore deve comparire sul frontespizio dell’opera, negli estratti pubblicati dalla stampa e su rete, nelle recensioni e via discorrendo. Spesso non capita, per un misto di sbadataggine, faciloneria, disinteresse, paraculaggine e (in piccola parte) le ragioni del preambolo.

13. Leggo dal tuo sito che stai traducendo il romanzo di M.J. Arlidge, Eeny Meeny per Corbaccio. Vuoi anticiparci qualcosa?
G.: L’ho finito tempo fa. E’ un thriller velocissimo (l’autore è uno sceneggiatore della BBC), decisamente godibile, piuttosto “duro”, basato su un’idea azzeccata e parecchio “high concept”: fino a che punto saresti disposto a spingerti per sopravvivere?

Grazie a Giovanni Arduino per la sua disponibilità e alla prossima!

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