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Contorni di Noir | August 21, 2017

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Kevin Brooks – L’estate del coniglio nero

| On 04, Mar 2014

Editore Piemme – Collana Freeway – Serie Freeway Dark
Anno 2014
434 pagine – brossura con alette
Traduzione di Paolo Antonio Livorati

566-1771-9_965394f2b136a40763e27874bd6b6f55Se immaginate di trovarvi davanti ad un coniglio parlante come fece James Stewart nel film “Harvey” siete assolutamente fuori strada, perché Harvey era un coniglio bianco alto sei piedi che chiacchierava amabilmente con Elwood Dowd. Così affermava il personaggio interpretato da Stewart, che rischiava di essere rinchiuso in una clinica psichiatrica.
In questo romanzo il coniglio è nero e, a dispetto della copertina, sembra essere un innocuo batuffolo di pelo dagli occhietti vispi che fa compagnia a Raymond, un ragazzino definito “strambo” da amici e conoscenti. Nella sua testa non c’era la pace che avevano gli altri.
Troveremo Raymond più avanti, ma ora parliamo della strana telefonata che ricevette Pete, un’adolescente svogliato al quale non andava di muoversi dalla sua camera né di fare altro che stare sdraiato a guardare il soffitto. Alla cornetta era Nicole, una ragazza che aveva frequentato alcuni anni prima insieme a un gruppo di amici. Gli chiedeva di ricongiungere tutti quanti per un’ultimo incontro prima di trasferirsi insieme alla famiglia in un’altra città. L’idea era quella di trovarsi nel covo che abitualmente usavano prima di smettere di frequentarsi, seduti a parlare, a fare progetti idioti o soltanto a perdere tempo. Situato in una zona invisibile agli altri, con tanto di porticina e lucernario sul tetto, era il luogo ideale per nascondersi dal resto del mondo.
La proposta riguarda tutti gli amici di un tempo: Peter, Nicole e suo fratello gemello Eric, nonché Pauly. Alla fine, Pete acconsentì titubante, ma chiese di far partecipare anche il suo amico Raymond.
Il covo era molto piccolo – o forse erano loro ad essere cresciuti – ma si ritrovarono in quello spazio ristretto a bere vino, vodka, rum. A sballare passandosi una canna per poi andarsi a divertire al Luna Park. Ma quando si ritrovarono in quel luogo pieno di luci, rumori e colori, Raymond era sparito. E sparì anche Stella Ross, una ex compagna di classe divenuta una smaliziata starlette di scadenti soap opera.
I sospetti ricadono immediatamente su Raymond (ragazzo “strano”, per cui già etichettato come responsabile), ma Pete non crede un attimo alla sua colpevolezza e cerca di dimostrare il contrario. Ma sarà un compito davvero arduo..
La trama mi ha fatto ripensare al romanzo IT di Stephen King, in cui alcuni ragazzini unirono le loro forze e le loro paure per combattere il mostro che li perseguitava. Un mostro che si nutriva del’anima malvagia della città. In questo romanzo di Kevin Brooks non c’è un mostro in carne e ossa, ma un disagio strisciante chiamato “adolescenza”.
Lo scrittore descrive in modo straordinario le difficoltà dei ragazzi in un’età in cui non si è arrivati ancora ad avere una precisa identità e occorre combattere contro i prepotenti e contro i genitori che vivono in un universo parallelo e non sempre riescono a scalfire quell’aurea omertosa che i ragazzi vogliono proteggere.
Ogni personaggio del romanzo viene descritto in ogni virtù e in ogni debolezza: Peter credeva nell’amicizia e avere un padre poliziotto non lo aiutava a far accrescere la propria autostima. Nicole, un corpo in evoluzione e poco controllo nel gestire la propria sensualità. Eric aveva l’aria di essere molto sicuro di sé, all’apparenza più maturo degli altri. Raymond viveva in un mondo tutto suo, dove faceva entrare solo Peter, il quale assecondava le sue stranezze e le condivideva.
Erano tutti amici una volta. Erano cresciuti insieme. Ma si piacevano davvero? O stavano insieme per sentirsi parte di un gruppo? Per un senso di appartenenza?
Non manca nessuno al quadro dipinto dall’autore, in cui inserire un bullo – Wes Campbell – e la sua banda e a fare da contorno un Luna Park, come a volerci ingannare facendoci credere che si tratti di un gioco, non di un dramma.
Il dramma vero è ciò che ne consegue: la difficoltà dei genitori ad aprirsi un varco nei segreti dei figli o, al contrario, il disinteresse totale – forse incapacità – di affrontare e comprendere le reali esigenze di un figlio non più bambino, acerbo per essere considerato adulto. Alcune volte si vorrebbe mettere la testa sotto la sabbia e fare finta di niente. Si creano così muri insormontabili in cui rifugiarsi, dove l’incomunicabilità regna padrona.
La bravura di Kevin Brooks è aver saputo creare una commistione fra thriller e vita reale, fra denuncia sociale e suspence. Risultato è una concitata sequela di dialoghi e di azione e un memento all’intensità con la quale un adolescente vive un passaggio cruciale della sua vita, fatto di emozioni forti, sensazioni vivide ancorché contrastanti, una lotta continua verso il proprio futuro attraverso le proprie scelte. Perché non si può rimanere sempre bambini. O si?


L’autore
Kevin Brooks è nato e cresciuto a Exeter, in Gran Bretagna. Terminata la scuola si è trasferito a Londra per cercare di diventare una rock star. Dopo aver lavorato in uno zoo, un crematorio e un ufficio postale, ha cominciato a fare quello che gli riusciva meglio: scrivere libri per ragazzi. Attualmente vive nello Yorkshire ed è un acclamato autore.

 

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