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Contorni di Noir | July 21, 2017

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Intervista a James Sallis

| On 10, Apr 2014

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Ospite importante quest’oggi sul blog di Contorni di noir!
James Sallis: romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha creato nel 1992 il personaggio di Lew Griffin, investigatore afroamericano in sei romanzi noir, poi nel 2003 nacque John Turner, divenuto famoso con la trilogia Cypress Grove, Cripple Creek e Salt River, che lo ha consacrato al successo, in cui ricopriva il ruolo di ex agente di polizia, rinchiuso per lungo tempo in carcere. Ha scritto anche quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes.
Un altro romanzo di James Sallis, Drive – recensito su questo blog – divenne un film diretto da Nicolas Winding Refn, interpretato da Ryan Gosling nel ruolo del protagonista.
La casa editrice che pubblica in Italia i romanzi dell’autore è Giano/Neri Pozza e sono tutti tradotti da Luca Conti.
Qui il sito in inglese di James Sallis: http://www.jamessallis.com/

Grazie della tua disponibilità e benvenuto in questo blog.

1. Cosa vorresti sapessero di te i tuoi lettori?
J.: Che suono il banjo. Avendolo ammesso posso confessare qualsiasi cosa.

2. Da cosa deriva la necessità di raccontare storie agli altri?
J.: Viviamo accanto alle storie che udiamo e accettiamo; ne abbiamo bisogno allo stesso modo in cui abbiamo bisogno di aria, cibo ed acqua. Mi sembrava proprio naturale, da bambino e da fedele lettore, chiedermi da dove provenissero quelle storie, e come agivano su di noi e poi entrare in cucina e prepararmi da solo un pasto alla svelta.

3. Ci racconti i tuoi esordi?
Piccola città del sud. Convenzionale (leggi: repressiva), povera (leggi: risorse e denaro controllati da pochissimi), segregata (leggi: razzista). Ma anche una città immensamente blues, dove un tempo viveva Robert Johnson, patria di Sonny Boy Williamson e del King Biscuit Hour. Disteso sul mio letto di sera ascoltavo Ferlin Husky, Jimmy Reed e Hank Williams dal drive-in giù in strada.

4. Sei originario di New Orleans e vivi a Phoenix. Quali i pregi e i difetti di ognuna?
J.: A dire il vero- vedi su- sono dell’Arkansas, ma sono andato al college a New Orleans ed è diventata la mia patria tornando lì ripetutamente. E’ di fatto impossibile parlare di qualsiasi città più importante come se fosse un unico posto. Ci sono molte New Orleans, molte New York, molte Londra. Una delle cose più importanti che fa l’arte, è salvarci dalle generalizzazioni, aiutarci a vedere il singolo: questo posto, questo momento, questa persona, come lui o lei esiste nel mondo….. .
Ciò detto, New Orleans è un luogo profondamente storico, quasi una città isola, decisamente rappresentativa e nello stesso tempo isolata dal resto degli Stati Uniti. Puoi sentire intorno a te i mercati degli schiavi mentre cammini verso Congo Square, sentire i molti strati della città; le tremende disuguaglianze economiche scagliarsi contro di te mentre giri in macchina attraverso la città; andando all’opera attraversi parti della città piena di edifici abbandonati, pozzi delle scale bruciati, un’incredibile povertà fianco a fianco a grandi ostentazioni di ricchezza.
Phoenix è, al contrario, un’immagine dell’America moderna, la quinta città più grande: orizzontale piuttosto che verticale, notevolmente discontinua, non affiliata, una città di nuovi arrivati e vagabondi che si rifà in ogni occasione, e tuttavia in fondo un po’ città di frontiera. Tenacemente conservativa, come si potrebbe immaginare.

5. New Orleans sta al blues come il blues sta al noir. Quale pensi sia il trait d’union fra questi?
J.: Entrambe hanno l’idea che nulla finirà bene ma, eh, siamo ancora in gioco. Questo è per me un vecchio-mondo da portare nel mondo- riguardo al fatto di accettare ed essere felici per ciò che si ha- opposto al nuovo-mondo che è sempre rinascita e rinnovamento.

6. Da dove nascono le tue fonti di ispirazione?
J.: Lucertole che si muovono lungo le crepe sul muro. Il vento che batte come un tamburo gli alberi. La luce che si muove gradatamente attraverso la parte superiore dei tavoli. Udire per caso delle conversazioni. Un carrello della spesa o una sedia a rotelle abbandonati vicino ad una fermata di autobus.

7. Uno dei personaggi che hai creato è Lew Griffin, che esordì nel romanzo “La mosca dalle gambe lunghe”. Quali caratteristiche presenta?
J.: E’ un autodidatta, un uomo che conosce una gran quantità di cose ed è incompetente in molto altro. E’ un uomo di colore che cerca di adattarsi ai vari ruoli stabiliti dalla maggioranza, dalla società dei bianchi attraverso decenni della sua vita. Tutti questi ruoli lo indeboliscono.

8. Quanto ti sei legato al suo personaggio e come si è evoluto nel corso dei romanzi?
J.: In gran parte i romanzi avevano esattamente questo scopo: conoscerlo. La “Mosca dalle Gambe Lunghe” era stato scritto per essere un solo romanzo. Dopo averlo finito mi resi conto che Lew era ancora con me, dovevo saperne di più su di lui. I libri successivi furono una vera scoperta.

9. Altro personaggio che amo molto è John Turner. come è nata l’dea della trilogia Cypress Grove, Cripple Creek e Salt River?
J.: Dalla semplice visione di un uomo che sta davanti ad una capanna in un fitto terreno boscoso che ascolta il suono di un motore che si muove verso di lui. Chi è ? Perché è lì? Chi sta venendo verso di lui, e perché? Come con il ciclo di Lew Griffin, l’opera iniziale doveva essere un unico romanzo, ma Turner non mi lasciava andare- o io non potevo lasciarlo andare.

10. Sei anche traduttore. Curo una rubrica all’interno del blog che parla della categoria, spesso poco apprezzata in Italia. Qual è la considerazione in America?
J.: Qui negli Stati Uniti, esiste appena come professione. Credo che non ci sia nessuno.

11. Hai scritto una biografia su Chester Himes, autore noir che attraverso le sue opere ha cercato di far deviare il lettore dagli stereotipi della società e dall’abile capacità di  creare una suspence nella descrizione della scena, che basta chiudere gli occhi per immaginare tutto. Che cosa ne pensi?
J.: Himes non è sufficientemente letto, è sotto-stimato- un’ombra che cammina a passi misurati attraverso la letteratura americana. Certamente così come merita un qualsiasi scrittore del suo tempo, e senza dubbio decisamente importante nelle sue numerose sfaccettature da antico scrittore afro-americano, eppure trascurato e tutto tranne che essere dimenticato ora come lo è stato durante la sua vita.

12. Descrivimi una tua personale definizione di noir e cosa rappresenta per te
J.: Come la parola jazz, noir ha smesso da molto tempo di avere qualsiasi significato utile ed è diventato qualunque cosa lo speaker o lo scrittore sta indicando in quel momento.

13. Sei stato recensore e columnist del Washington Post, Boston Globe, Los Angeles Times. Come ci si trova dall’altro lato della barricata (dover giudicare il lavoro degli altri)?
J.: Quanto alla mia capacità di recensore non sono stato mai un giudice, ma un estimatore- un entusiasta per il lavoro che credevo fosse poco conosciuto e che fosse di valore. L’intesa tra me e i miei editori è dovuta al fatto che recensisco solo libri che mi piacciono e ammiro, ed in ogni caso ho puntato a specializzarmi in un genere di libri: per il Washington Post avanguardia e letteratura straniera, per il L.A. Times fantascienza. La rubrica nel Boston Globe è durata tre anni ed è stato un lavoro da sogno; potevo recensire qualsiasi cosa io volessi. L’elenco perciò include Gullevic,China Mieville, Blaise Cendrars, Marek Hlasko, Walter Tevis…..
Con la diminuzione e l’eliminazione delle pagine di libri nei giornali, la concentrazione su colossi cinematografici, e lo scarso interesse verso la non-tradizione, il recensire è diventato negli ultimi anni problematico. Per fortuna ciò che ho fatto non è passato inosservato; oggigiorno mi viene spesso richiesto di scrivere introduzioni a libri da molti degli autori che ho sostenuto nel passato.

Ringrazio James per la sua disponibilità e spero che nel leggere l’intervista proviate lo stesso piacere che ho avuto io nel prepararla!