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Contorni di Noir | February 21, 2018

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Derek Raymond – Il mio nome era Dora Suarez

| On 29, Mag 2014

Titolo originale “I was Dora Suarez”.
Editore: Meridiano Zero – Collana: Sottozero / Meridianonero
Pagine 254 – Edizioni: 1990 – 2000 – 2006
Traduzione di: Alberto Pezzotta

il mionomeCosa può succedere quando un folle, psicopatico, un vero “cattivo”, un uomo dotato di un cuore oscuro che è stato in grado di impaurire anche altri uomini malvagi… diventa pazzo? Non pazzo e basta, ma irrimediabilmente folle. Il livello di disumanità dei suoi crimini non potrà che divenire sempre più profondo, ma quanto? Derek Raymond, in questo libro, ci porta a scoprire questo traguardo della follia.

Allora, non sono un novellino e mi sono capitati per le mani altri libri truculenti, forti e impressionanti in quanto a crudezza. Bene, questo libro non è per quelli che hanno stomachi deboli. Gira una voce, artatamente imbastita come quelle belle leggende metropolitane di sempre, che l’editore originario di questo romanzo – il quarto di una serie di cinque – che già aveva pubblicato i tre precedenti, sia stato colto da conati di vomito alla sua lettura.

Vero o meno quanto sopra, il libro di Raymond è molto potente. Betty Carstairs vedova ottantaseienne e Dora Suarez, una giovane donna sua ospite, vengono uccise. Betty termina la sua esistenza sfondando una pendola, dove l’assassino l’ha scaraventata con forza inaudita. Dora viene ripetutamente colpita con un’ascia, un braccio le è stato mozzato di netto ante-mortem nel momento in cui ha tentato di difendersi dal suo omicida. L’uomo porta a termine poi diverse azioni triviali sul corpo della morta e nella stanza, oltre che cibarsi di pezzi del suo corpo. Ma questo è solo l’incipit. Il terrore arriverà nelle pagine interne del romanzo – di cui non vi anticipo nulla – dove vi ritroverete alternatamente a vivere la follia dell’omicida e la vita di Dora, anch’essa costellata di lati oscuri.

“[…]I suoi occhi non avrebbero potuto passare inosservati perché avevano lo sguardo di qualcuno completamente smarrito su questa Terra, ed erano la cosa più orribile che uno potesse pregare di non vedere mai.”

Altamente disturbante: direi che calza a pennello quale rapida descrizione del contenuto del noir di Raymond. Pathos intensissimo, l’efferatezza del killer è mostrata senza alcun filtro, ma non è autocelebrativa, non gode, insomma, a esporre la truculenza, ma la rende funzionale all’ambientazione. Siamo nel regno della follia omicida al suo massimo livello, descritta nel modo più devastante che mi sia capitato di leggere: non ci sono fighissimi serial killer dai complessi piani diabolici, ma solo sangue e follia. I personaggi sono perfetti e inquietanti allo stesso tempo, calati nel loro mondo nero e oscuro che – se osserviamo con attenzione – è lo stesso dove camminiamo ogni giorno.

Noir, nero, vero. Per alcuni Raymond è la quintessenza del noir, e questo romanzo lo dimostra pienamente: il noir vero parla del lato oscuro del mondo e qui di oscurità ne trovate a bizzeffe. E’ un libro che fin dal suo titolo mette in risalto l’importanza del morto rispetto al vivo. La cosa risulterà ancor più evidente nello svolgersi del romanzo poiché gli unici nomi propri citati saranno solo quelli dei morti: il sergente e l’assassino saranno sempre chiamati con questo nome, quello della loro “professione”.
Sconvolgente, dunque, fortemente sconsigliato a quelli che amano i thriller “blasé” o i gialli toutcourt. Consigliatissimo, invece, a chi vuole avere idea di cosa potrebbe realmente passare nella mente di un folle assassino. Raymond ci è riuscito in un modo impeccabile.

Lui stesso ammise che la scrittura di questo romanzo l’aveva portato sull’orlo della follia tanto si era calato nella psiche della vittima e del suo carnefice.

Michele Finelli


Lo scrittore
Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene.
L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale. (biografia tratta dal sito di Meridiano Zero)