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Contorni di Noir | September 25, 2017

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Intervista a Laura Cangemi

| On 05, Lug 2014

Foto Berlino

Laura Cangemi è nata a Milano, dove ha studiato prima al Liceo Classico Beccaria e poi all’Università Statale, laureandosi in Lingue e Letterature Moderne nel 1986, anno in cui si trasferisce a Mantova. Da allora svolge l’attività di traduttrice, soprattutto di narrativa per ragazzi, dallo svedese, dal norvegese e dall’inglese.
Tra gli autori per ragazzi che ha proposto per la pubblicazione in Italia e successivamente tradotto si annoverano Ulf Stark, Maria Gripe, Annika Thor, Mikael Engström, Henning Mankell, Per Olov Enquist, Inger Lindahl, Johanna Tydell. Collabora con le più importanti case editrici italiane e ha al suo attivo oltre centocinquanta titoli tradotti. Nel 1999 ha ricevuto il Premio S. Gerolamo per la traduzione (sezione letteratura per l’infanzia).
Laura Cangemi è anche interprete di conferenza, grazie a un corso frequentato al Parlamento Europeo. Volontaria di Festivaletteratura fin dalla prima edizione, coordina i servizi di interpretariato e traduzione del festival.
Ha ricevuto nel 2013 dall’Accademia di Svezia il premio Fondazione Natur & Kultur per la traduzione.

1. Ciao Laura e benvenuta. Hai una biografia davvero incredibile! Qual è stata la molla che ti ha convinto a addentrarti nei meandri dell’editoria e perché la scelta come traduttrice?
L.: Grazie. Veramente non so se considerarla incredibile. È sicuramente il risultato di una passione e di una serie di circostanze favorevoli. Ma devo dire che senza la tenacia (dote indispensabile per chi voglia scegliere la traduzione letteraria come professione principale) non sarei riuscita a fare questo lavoro, che per me, con tutti i suoi difetti, rimane bellissimo. Dopo aver passato un anno in Svezia come exchange student, con l’associazione Intercultura, e aver completato il liceo classico a Milano, mi iscrissi a lingue, all’università degli studi, ed ebbi la fortuna di trovare un lettore di svedese che fece conoscere a me e agli altri (pochi) studenti del gruppo una grande autrice per ragazzi, Maria Gripe. Dopo la laurea decisi di provare a proporla a tutti gli editori italiani per ragazzi. Per due anni nessuno mi rispose ma nel 1988, inaspettatamente, mi telefonò l’allora “grande capa” di Mondadori Ragazzi, Margherita Forestan, per dirmi che aveva conosciuto la Gripe alla fiera di Francoforte, aveva comprato un suo titolo e si era ricordata della mia lettera. Mi propose una prova di traduzione, ne fu contenta e, dopo il primo libro della Gripe, cominciò ad affidarmi anche diversi autori inglesi e americani. Nel frattempo era appena stata fondata Iperborea, che cercava traduttori dalle lingue scandinave, e così ebbi anche il privilegio di firmare il primo libro della neonata casa editrice, La notte di Gerusalemme di Sven Delblanc. Insomma, nel giro di un anno cominciai a tradurre sia per ragazzi che per adulti, e da allora (era il lontano 1988) non ho mai smesso.

2. Approccio con le case editrici: quali caratteristiche cerchi in loro? Quando un traduttore può dirsi appagato dal rapporto che si instaura?
L.: La prima caratteristica, per me, è il rispetto, che ovviamente deve essere reciproco. Rispetto significa anche correttezza, ascolto, capacità di venirsi incontro. Come iscritta a STradE, il sindacato dei traduttori editoriali italiani, ho contribuito alla stesura del  cosiddetto “decalogo”, che parla dell’importanza della collaborazione tra editore e traduttore nel processo di lavorazione delle traduzioni (http://www.traduttoristrade.it/decalogo/), e non perdo occasione per sottolineare quanto sia importante dialogare. Direi che ci si può definire appagati quando oltre a tutto questo c’è anche la fiducia. Vedere accolta una proposta di traduzione, per esempio, è motivo di grande soddisfazione, e a me è capitato diverse volte, soprattutto (ma non solo) con alcuni editori per ragazzi.

3. Sempre in merito alle case editrici, come si propone un traduttore? E in base a quali parametri la stessa sceglie?
L.: Come raccontavo prima, agli inizi della mia carriera avevo mandato via il mio curriculum a tappeto (con lettere scritte a macchina e tanto di francobollo, visto che la mia laurea risale ormai alla preistoria), e la mia fortuna è stata ovviamente la conoscenza di una lingua “esotica”, allora più di adesso, come lo svedese. Una lingua che avevo imparato “da dentro” e in profondità e che ho continuato a coltivare per tutti questi anni. Il primo consiglio che darei a un aspirante traduttore è conoscere veramente bene la lingua e la cultura da cui intende tradurre. Il secondo è capire se davvero è tagliato per questo mestiere, in particolare se la sua padronanza dell’italiano è tale da “reggere” alla prova della traduzione. Se a una persona non piace giocare con la lingua, inventare, creare, sperimentare, scavare, smontare e rimontare le parole, è inutile che ci si metta e che magari frequenti costosi corsi di traduzione (invece molto utili se si ha la stoffa, perché aiutano a imparare più velocemente quello che io e altri come me abbiamo dovuto imparare da soli). Come scelgono gli editori non saprei dirlo, ma penso di poter affermare che il primo parametro è proprio l’italiano. Poi ci sarebbe molto da dire sull’affermazione (che si sente ancora molto spesso, purtroppo) “la traduzione ideale è quella che sembra scritta direttamente in italiano”, ma mi fermo qui.

4. Come ti organizzi nella traduzione di un romanzo? Hai un modus operandi particolare?
L.: Dipende dal romanzo. Per lo più quando mi viene affidato un libro l’ho già letto (o perché l’ho proposto io stessa, o perché mi è stato dato in lettura durante la fase di selezione da parte dell’editore, o perché mi interessava a livello personale), ma qualche volta non è così. Se si tratta di un autore di cui ho già tradotto diversi libri, magari con gli stessi personaggi, capita che non lo legga e parta subito con la prima stesura, ma è un’eventualità abbastanza rara. Completato il lavoro “grezzo” faccio una prima revisione in cui sistemo le frasi, correggo i refusi e le ripetizioni più evidenti, smusso gli angoli. Poi in genere faccio una seconda rilettura ascoltando in contemporanea l’audiolibro in originale (se esiste, ovviamente). Lo trovo molto utile, soprattutto per verificare se ho colto il ritmo, la musicalità, lo stile dell’originale, ed è anche un aiuto insostituibile per scoprire eventuali sviste o qualche frase saltata. Infine c’è sempre la terza revisione, possibilmente dopo aver lasciato “decantare” il testo, e per libri più difficili o meno congeniali a me, o con uno stile particolare, spesso faccio una quarta e a volte una quinta rilettura.

5. L’approccio a un libro da lettore e da traduttore: quali le principali differenze?
L.: La prima differenza è sicuramente la lentezza. Poi, traducendo, interviene quella che non riesco a definire che come un’“immersione” nel testo, che  quando si legge manca (o almeno quando lo faccio io, che leggo per il puro piacere della lettura). Con certi libri in particolare si ha quasi l’impressione di scendere fisicamente lungo una scaletta di corda nel mondo sotterraneo del testo che si traduce. E qualche volta si fa fatica e tornare a galla, alla realtà.

6. Conosci gli scrittori per i quali traduci i libri? Ci deve essere una sorta di “simbiosi” tra il traduttore e lo scrittore per rendere il giusto significato del romanzo? E come fai a mantenerne il carattere?
L.: Mi capita piuttosto spesso di conoscere i “miei” scrittori, anche perché a volte sono la loro interprete quando vengono in Italia. Di alcuni penso di poter dire di essere amica, ma non credo affatto che ci debba essere una simbiosi fra traduttore e scrittore. Quello che il traduttore deve affrontare è un testo, e in qualche caso conoscere troppo bene l’autore può essere addirittura uno svantaggio. A parte questo, però, a volte il contatto con lo scrittore può aiutare a trovare una chiave utile per arrivare a una traduzione migliore. Il miglior consiglio che abbia ricevuto da un autore è stato quello di Mikael Niemi, quando mi trovavo alle prese con un capitolo pieno di neologismi improbabili e creature inventate del suo romanzo di fantascienza Il manifesto dei cosmonisti. In risposta a una mia mail ha scritto: “Guarda, Laura, io a scrivere questo libro mi sono divertito moltissimo. Divertiti anche tu!”

7. Passo successivo, di frequente fra i traduttori, è quello di scrivere qualcosa di proprio. Così anche per te. Ce ne vuoi parlare? Scrivere è una necessità, come dicono molti scrittori?
L.: No, io non ho scritto niente di mio, anche se (cosa alquanto buffa) nella motivazione del premio che mi ha assegnato l’Accademia di Svezia l’anno scorso si legge che scrivo libri per ragazzi. Non è così! Per me scrivere non è una necessità.

8. Vi sono molti libri stranieri, che in Italia non approdano e che un lettore deve, se vuole, leggersi in lingua originale. Da che cosa dipende, secondo te?
L.: Questo bisognerebbe chiederlo a un editore. Forse perché mancano traduttori curiosi che abbiano il coraggio di proporli a editori a loro volta coraggiosi? Io sono invece meravigliata delle tante schifezze che vengono pubblicate nonostante siano schifezze!

9. Un tuo collega ha risposto a una mia domanda dicendo che il traduttore è di fatto una figura “ibrida” tra un prestatore d’opera e un (co-)autore. Pertanto credo che il suo compenso debba essere altrettanto composito: una parte valutata oggettivamente, “a cartella”, per la misurabilità e la quantificabilità del lavoro commissionato e svolto, affiancata, magari, da una piccola parte di compartecipazione agli utili che andrebbe a compensare l’aspetto meno misurabile e oggettivo del lavoro “d’ingegno”. Sembra un’utopia, ma mi risulta che in altri paesi, in altre realtà, funzioni proprio così. Cosa ne pensi?
L.: Sono completamente d’accordo con il mio collega e confermo che non è un’utopia, perché in diversi paesi europei avviene già. Come sindacato stiamo lottando anche per andare verso questo tipo di remunerazione.

10. Ho atteso (e sto attendendo ancora..) più tempo ad avere le risposte da parte dei traduttori che dagli scrittori stessi. Mi dici la tua opinione in proposito? Più faticoso tradurre o scrivere?
L.: Non credo si tratti di fatica: piuttosto, di tempo. Come si sarà capito da qualche risposta (mia e di altri), le condizioni di lavoro dei traduttori non sono delle migliori e molto spesso ci si ritrova a lavorare con scadenze ravvicinate che tolgono il tempo a qualsiasi altra attività. Per molti i weekend non esistono così come non esistono le ferie, e magari poi ci si ritrova ad avere altri periodi di totale inattività. A me non capita da anni, anche grazie al boom dei gialli nordici, ma non si sa mai: i periodi di magra possono arrivare per tutte le lingue. Se la prossima volta ti risponderò a giro di posta, magari sarà perché sono disoccupata anch’io.

E con questo è tutto, grazie a Laura per la disponibilità!