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Contorni di Noir | September 23, 2017

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Intervista a Håkan Nesser

| On 03, Ott 2014

 

© SVEN PAUSTIAN

© SVEN PAUSTIAN


Håkan Nesser
è un autore svedese arrivato a ben ventisette romanzi, tredici dei quali tradotti in Italia dalla casa editrice Guanda. Abbandonata la sua professione di insegnante in un liceo per dedicarsi completamente alla scrittura, ha dato voce ai suoi protagonisti, Van Veeteren e Gunnar Barbarotti.
Nel 1999 Carambole ha vinto il prestigioso premio Glasnyckeln come miglior romanzo poliziesco dell’anno di tutta la Scandinavia.
il suo stile è davvero unico e, in occasione di Pordenonelegge al quale l’autore ha partecipato per presentare il suo ultimo romanzo Confessioni di una squartatrice – tradotto da Carmen Giorgetti Cima e recensito su Contorni di noir, ho avuto l’opportunità di intervistarlo per voi!

1. Benvenuto, Håkan! Ha scritto ben dieci romanzi con protagonista Van Veeteren, prima di passare a Gunnar Barbarotti. Come ci si lega ad un personaggio e come si riesce a virare completamente rotta e ricominciare da capo?
H.: Ho scritto dieci romanzi con Veetern come protagonista e cinque con Barbarotti. In realtà, la totalità dei romanzi che ho scritto è molto di più: 27. Quindi ce ne sono parecchi in più. Tra l’altro Confessioni di una squartatrice l’ho scritto cinque anni fa. In questo momento mi sto occupando di tutt’altro, in verità.
Dopo la serie di Van Veeteren ho pensato: Mai più, nel senso che va benissimo scrivere una serie, ma una volta nella vita e senza ripetersi.
Ho cominciato con “L’uomo senza un cane” e non avevo alcuna intenzione di ricominciare un’altra serie con un altro protagonista, ma a un certo punto il romanzo si è trasformato automaticamente in un giallo e dopo duecento pagine mi sono bloccato e mi sono reso conto di avere bisogno di nuovo di un ispettore ed è stata la volta di Barbarotti, che mi è piaciuto fin da subito per il suo legame con la religione. E c’è stato un accordo tra me e Barbarotti: facciamo quattro libri e basta, poi sono diventati cinque. Il punto è che io non pianifico mai nulla. Le cose ti colpiscono e tu devi ascoltare i personaggi e le loro esigenze. Tra l’altro vi rivelerò che nell’ultimo romanzo Barbarotti arriverà anche in Italia per cercare suo padre.

2. L’ispettore Barbarotti è alquanto atipico: per metà italiano, dialoga con Dio in modo semplice e chiaro, dal quale peraltro riceve veri e propri suggerimenti. Personificare il Signore rende la teologia meno astratta o è un modo per esorcizzare concetti religiosi troppo istituzionali e poco spontanei?
H.: In realtà non ci ho mai pensato in questi termini ma probabilmente quello che lei ha detto è corretto. Pensiamo a essere cristiani in Italia: la Chiesa cristiana rappresenta un peso significativo. Anch’io sono cristiano ma non voglio questo peso, perché la cosa fondamentale è di avere un collegamento con Dio. Per questo io e Barbarotti siamo assolutamente d’accordo. D’altra parte la domanda in assoluto che ci si possa fare è: “Esiste Dio?” Ma questa è una domanda che ognuno si deve porre a titolo personale. Io voglio credere, ma senza avere il peso di 2.000 anni di teologia, perché sono state dette e scritte tante cose, invece vorrei avere e rendere un Dio attraverso la mia scrittura che sia più vicino e più comprensibile. Tra l’altro, ho cominciato a scrivere del rapporto tra Barbarotti e Dio in modo molto divertente, creando un Signore che doveva dimostrare la propria esistenza. Poi nei romanzi successivi ho voluto che questo rapporto si trasformasse in qualcosa di più serio. Lei ha ragione nel dire che tento di rendere Dio più comprensibile..

3. Parliamo dell’ultimo romanzo, “Confessioni di una squartatrice”. Diceva prima che l’idea nacque cinque anni fa, ma qual è stata la scintilla?
H.: Credo che la scintilla sia assolutamente nel primo capitolo. Ci sono dei capitoli che non si vogliono scrivere, ma che si devono scrivere. Barbarotti e sua moglie hanno un ottimo rapporto, sono felici insieme. Ma capita che una mattina Gunnar si sveglia, allunga una mano per toccare la moglie e sente che il corpo è freddo, perché è morta. E questo in effetti è quello che capita alle persone nella vita reale, anche se ho pensato che mi dispiaceva farla morire nel romanzo. Ma riscrivere il capitolo non mi andava. Volevo proprio andare in quella direzione.
Questo è un libro sulla perdita, sul lutto e su come si affronta la perdita di chi si ama. E’ stato scritto tanto sull’argomento, ma volevo farlo anch’io attraverso il personaggio di Barbarotti. E’ stato interessante mettere in relazione la perdita di Barbarotti con le tante perdite che ha avuto nella vita il personaggio della squartatrice. Credo che ci sia una sorta di operazione di specchiatura dei personaggi, Barbarotti alla fine impara qualcosa dalla squartatrice. Quindi la nascita di questo romanzo è stata sicuramente più lunga di una scintilla..
C’è un altro autore presente qui a Pordenonelegge, David Grossman, il quale ha scritto ben due romanzi sulla perdita di suo figlio. Io ne ho letto uno e l’ho trovato straordinario. Grossmann è stato capace di scrivere attraverso una tragedia così terribile dell’ottima letteratura.

4. Una particolarità che mi ha colpito nella trama è l’utilizzo delle voci. E non intendo l’IO narrante o l’uso della terza persona, ma le voci “fuori campo” che parlano a Gunnar Barbarotti e a Ellen Bjarnebo. Gunnar parla con Dio, ma anche con la moglie ed è come dare una speranza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti non vi sia una separazione netta. Ci si sente meno soli in un luogo spesso ostile..cosa ne pensa?
H.: La risposta è sì, questa è la mia speranza. Devo anche dire se mia moglie fosse morte e io dicessi che mi ha parlato, chi può dire che questo non è vero? Se questo accade in un sogno o vicino al sogno, chi sei tu per dirmi che non è possibile? Se Dio esiste – e io credo che esista – secondo me a Lui va assolutamente bene che i morti possano parlare con i vivi e questo per me è una fonte di speranza. Penso che queste connessioni siano possibili, e lo penso perché le nostre menti sono estremamente complesse e anche perché Dio è estremamente complesso.

5. E’ un romanzo molto incentrato sui drammi della famiglia, sugli affetti, sulla protezione che i genitori hanno verso i propri figli. E’ un argomento sensibile nel suo Paese soprttutto o pensa che la situazione non abbia bandiera? In Italia, per esempio, ogni giorno si sentono notizie di questo tipo al telegiornale..
H.: Sono certo che si tratti di una cosa universale. Otto romanzi su dieci parlano del rapporto tra madre e figlia, padre e figlio, padre e figlia ecc.
Questo perché la famiglia è l’ambiente fondamentale per ogni bambino. Le esperienze che si fanno durante l’infanzia vengono portate con sé per il resto della vita. Quindi quanto accade all’interno delle famiglie è importante a livello universale Il modo in cui noi trattiamo i nostri figli è un termometro della qualità della società in cui viviamo. E credo che questo valga in tutto il mondo.

6. Ho apprezzato la costruzione della trama, una storia nella storia e un avvicinarsi al dramma quasi con cautela. Ultimo, ma non meno importante, un uso dei flash back molto accurato, senza mai perdere le fila del discorso. E’ un suo modus operandi che la aiuta nella stesura in generale o per ogni romanzo utilizza una procedura diversa?
H.: E’ una domanda difficile quella che mi ha fatto. Sono contento innanzitutto che funzioni finora, ma devo dire che io lavoro in modo organico, non pianifico. C’è una storia e io la racconto, ma se pianificassi troppo, sarebbe noioso scrivere. Io invece mi affido alla storia, scritto un capitolo mi metto nei panni del lettore perché quello che fa la qualità del romanzo non è nella testa dello scrittore, ma negli occhi di chi legge.
E’ importante che uno scrittore cambi prospettiva e si immedesimi nel lettore. Aggiungo una cosa importante: non amo ripetermi, non voglio che i lettori all’uscita di un nuovo libro, pensino: “No..ecco un altro Nesser!” perché riconoscono la scrittura e la tipologia di storia. Certo, diventa sempre più complicato ora che ho scritto ventisette romanzi!
Ritornando alla serie di Barbarotti, sono tutti e cinque molto differenti: la storia è diversa ed è anche raccontata in modo diverso.

7. Il primo romanzo pubblicato fu nel 1993, tradotto in Italia da Guanda nel 2001, molto prima del fenomeno della trilogia di Stieg Larsson. Cos’è cambiato per lei come scrittore dopo questo evento?
H.: In realtà devo dire che non è cambiato nulla, l’impatto è stato insistente. Può essere che abbia venduto, in quanto anch’io svedese, qualche libro in più.. Devo dire anche che la Trilogia di Larsson mi è piaciuta molto, ma non ha avuto nessuna influenza né sulla scrittura né sull’impatto delle vendite dei miei romanzi.

8. Qual è il rapporto tra Barbarotti e i suoi colleghi, a cominciare dal commissario Asunder, che in un momento così delicato gli affida un cold case, di cui lo stesso Gunnar si chiede il motivo di tale scelta. Proseguendo sui colleghi, cosa rappresenta Eva Backman?
H.: E’ un po’ complicato, se pensiamo al capo di Barbarotti è il tipico commissario di polizia misterioso, che non ha rivelato molto, anche se alla fine rivela parecchi misteri della sua vita..
Eva e Gunnar sono colleghi, ma c’è anche dell’affetto tra di loro. Lei si era sposata, divorziata da poco, Barbarotti era divorziato e poi felicemente sposato. Poi la moglie è morta. C’è un’apertura tra queste due persone, ma la cosa non è facile. Lui a un certo punto ci riflette e pensa di conoscere Eva da molti anni e di non averla mai vista a piedi nudi, come dire che non erano mai stati così vicini. C’è tra i due un rapporto buono, ma complesso..e se ci fosse stato un sesto libro, probabilmente qualcosa sarebbe successo tra loro. Ma tanto questo sesto libro non c’è!

9. Cosa ne pensa dei lettori italiani?
H.: Ho un’ottima opinione del cibo e del vino italiano e posso supporre che anche i lettori italiani siano di buona qualità!

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