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Contorni di Noir | February 19, 2018

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Ritratti noir: Eric Ambler, il maestro.

| On 23, Ott 2014

76207-004-DD4EE35FEric Ambler, il maestro.
Fortunatamente ristampato da Adelphi, ecco cosa dicono nel retro di copertina del suo “Doctor Frigo” :
Il migliore degli autori di thriller” (Graham Greene)
Le sue opere sono una vetta” (Alfred Hitchcock)
Non c’è miglior narratore di Ambler. La miglior storia è Doctor Frigo.” (Rex Stout).

La fama internazionale gli venne dal film Topkapi, molto per merito di Melina Mercouri, tratto da La luce del giorno neppure il suo miglior libro; ma per chi vuole veramente conoscere l’essenza dei Balcani Ambler rimane irrinunciabile.
Si può dividere la produzione negli scritti prima o dopo la guerra: libri come “La maschera di Dimitrios” (1939) poi film nel 1946 di Negulesco con la carta geografica a pieno schermo dove corre la locomotiva molto prima dell’areoplanino di Indiana Jones o La frontiera proibita (1936) degno del primo Hitchcock di Intrigo internazionale, mentre Un pericolo insolito (1937) è una trama alla Le Carrè con vent’anni di anticipo.

Le origini della spy story le racconta Ambler stesso in prefazione al suo Caccia alla spia, una raccolta dei migliori racconti di spionaggio curata da lui (ormai si trova solo su ebay) dove ironicamente Ambler scrive “ può darsi benissimo che, come dicono, la professione più antica sia la prostituzione ma quella della spia non può essere molto più recente” .
Si parte da Fenimore Cooper e Conrad per giungere ai tempi suoi e mentre vi rimando a quelle pagine, suggerisco due testi che Ambler cita: “I 39 scalini” di Buchan e “Ashenden l’inglese” di Somerset Maugham.
Torniamo al nostro e alla sua produzione del dopoguerra quando il mondo era cambiato e Ambler dice che dovette esplorarlo di nuovo da capo per mettersi in sintonia, tanto che Uno strano processo (titolo Adelphi “Processo Deltchev”, occhio perché cambiano i titoli come con Simenon) la sua prima uscita dopo la guerra è stato riscritto cinque volte. I critici gli han dato dell’esagerato e lui rispose citando Fleming “anche se i thriller non fanno parte della letteratura con la elle maiuscola ciò non toglie che si possono scrivere thrillers concepiti per essere letti come Letteratura”.

Ed in effetti Ambler ha saputo elevare a dignità la spy story prima del rutilante 007 dello stesso Fleming, lo Smiley di Le Carrè o l’ Harry Palmer di Deighton. Solo che al contrario di questi non ha usato un personaggio fisso nelle sue storie, con l’’unica eccezione dell’ apolide Abdel Simpson, uno sfigato sempre alla caccia del permesso di soggiorno che appare in La luce del giorno del 1962 come in Una sporca storia del 1967. Mentre il primo ha come sfondo Istanbul nel secondo siamo a Gibuti e poi nel Chad, anche qui anticipando di dieci anni il Forsyth dei Mastini della guerra. Di qualche anno dopo il suo Levantino (1972) potrebbe essere il fratello maggiore di una Tamburina.

Insomma appare chiaro che Ambler mi piace assai e alla fine se dovessi consigliare da quale libro iniziare per chi non lo conoscesse mi troverei in imbarazzo. La location per me conta molto e dunque dove vogliamo andare? vicini nella villa sulla Costa Azzurra di Non più rose? O la Milano di Motivo d’allarme (francamente noioso, non è colpa dei milanesi)? La plumbea Europa farmaceutica di Ricatto internazionale? Oppure viaggiamo verso gli Emirati del golfo con Mancanza di tempo o le Antille col Doctor Frigo? Nel dubbio, diamo retta a Stout e cominciamo da Doctor Frigo.
Comunque data la mia rispettabile età preferisco il primo Ambler, quello legato alle letture giovanili di Kipling, Hemingway, Conrad, Graham Greene e perché no Mario Soldati.
Hemingway dicevo:
“Arrivai a St. Gatien, da Nizza, martedì 14 agosto. Fui arrestato giovedì 16, a mezzogiorno meno un quarto».
E’ l’incipit di Epitaffio per una spia di Ambler.

Le storie di Ambler non sono mai fini a se stesse, hanno una “morale” e i personaggi non sono macchiette come molti detective di quel tempo ma reali, non di carta ma di carne e crescono nel corso degli eventi. In questo anche se di idee politiche diverse si accosta al Graham Greene di Una pistola in vendita o L’Agente confidenziale o il celebre Terzo uomo, anche in questo caso più famoso per Orson Welles che per il libro.
Ne L’eredità Schirmer il giovane avvocato all’inizio annoiato nel suo ufficio di Filadelfia viene mandato in Europa a indagare su un’eredità e la ricerca si trasforma in una magnifica avventura; scrive Ambler “…mentre scopriva qualcosa su quel morto, aveva anche cominciato a scoprire qualcosa su se stesso”.
Che poi mi rammenta “Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso” di Proust.

Mi scuso della lunghezza ma dovevo a Eric Ambler ( Londra 1909 – Londra 1998) un grandissimo nel suo genere che mi ha emozionato da giovincello, questo sentito omaggio.

Sergio, collaboratore estemporaneo.