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Contorni di Noir | September 22, 2017

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Intervista doppia: Laura Tasso e Sara Crimi

| On 21, Mar 2015

 

 

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Foto di Laura Tasso

 

 

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Foto di Sara Crimi

Oggi abbiamo l’onore di ospitare due traduttrici d’eccezione:

Laura Tasso, milanese d’origine, vive a Varese ed è traduttrice di testi di vario genere, spaziando dall’arte alla filosofia, alla fotografia ecc.
Appassionata di archeologia, traduce dall’inglese, tedesco e francese.

Sara Crimi è di Modena, è traduttrice e redattrice free-lance. Si occupa di editoria da dieci anni.
Ha una biografia talmente lunga e articolata, che vi consiglio di andare a leggere per farvi un’idea: http://www.saracrimi.com/

Benvenute, Laura e Sara!

1. Come vi preparate alla traduzione di un testo? Utilizzate dizionari particolari o, in caso di necessità, utilizzate il web?
LT : Potrei dire che i testi li affronto a testa bassa. I tempi editoriali non consentono ormai di leggere un testo e poi tradurlo, quindi “mi butto” e entro nel testo traducendolo. I dizionari che utilizzo sono alla portata di tutti: un normalissimo dizionario lingua di partenza-italiano e tanto web per i dizionari monolingua. Poi, in funzione dell’argomento, tante ricerche sul web, che spesso portano a scoperte insperate.

SC: In questa intervista, citerò spesso le parole di Laura, nelle quali mi ritrovo sempre molto. Comincio subito col dire che “affrontare a testa bassa” è certamente una descrizione calzante del mio (del nostro) modo di lavorare, anche perché di solito gli editori ricorrono alla traduzione a quattro mani per motivi di tempo, quindi non c’è modo di leggere il testo per intero prima di tradurlo. Oltre ai dizionari mono- e bilingue, uso glossari specifici online e quelli che ci siamo costruite nel corso degli anni per i diversi argomenti. In caso di necessità, e la necessità di presenta spesso, ricorriamo poi agli amici esperti nelle diverse materie (una volta ho persino telefonato a un negoziante per chiedere delucidazioni su un prodotto).

2. Quali difficoltà incontrate nell’approccio di un libro?
LT: In linea di massima la grande difficoltà è entrare nel testo, nel modo di scrivere dell’autore e nell’argomento. Il primo capitolo di qualsiasi testo è sempre il più difficile e lento

SC: Come dico sempre, io sono un diesel. Per me, il primo capitolo è sempre ostico e impiego una decina di giorni a entrare nel testo, quindi all’inizio vado a rilento e non mi piace nulla di ciò che scrivo. Poi, la mia curva di rendimento aumenta, il numero di pagine giornaliere cresce e il tasso di errori cala.

3. Se doveste tradurre un testo che “non è nelle vostre corde”, o reputate ci siano refusi o inesattezze. Come vi comportate?
LT: Il testo “fuori dalle corde” capita, ma lo affronto come qualsiasi altro, solo con qualche fatica in più. Quanto ai refusi o inesattezze li segnalo con commenti all’interno della traduzione.

SC: Ci è successo di lavorare a testi che non fossero completamente nelle nostre corde, ma abbiamo avuto la fortuna di avere nell’altra una valida spalla: ciò che per una risultava ostico, per l’altra non lo era, quindi siamo sempre riuscite a sostenerci a vicenda. I refusi e gli errori capitano sempre più spesso (ci è successo in molte occasioni di lavorare a testi in bozza, perché la traduzione doveva uscire in contemporanea con l’originale, quindi ricevevamo un testo ancora in lavorazione), ed è nostra abitudine segnalarli con commenti per la redazione. Se però il testo fosse completamente fuori dalle mie inclinazioni o competenze, o fosse al di fuori del mio sistema di valori, lo rifiuterei (è capitato).

4. Sono interessata ai traduttori, categoria che reputo ancora troppo poco riconosciuta e apprezzata. Qual è la vostra opinione in merito? Cosa si potrebbe fare di più?
LT: Sono d’accordo sul fatto che si tratti di una categoria poco riconosciuta: fuori dal nostro ambito non conosco persone che, pur leggendo molto, vadano a cercare il nome del traduttore del libro che stanno leggendo. Occorre sensibilizzare giornalisti e recensori, che dovrebbero sempre citarlo, ma ho la sensazione che si tratti di una battaglia persa.

SC: Concordo con Laura (tanto per cambiare!), sostengo le battaglie per il riconoscimento del ruolo del traduttore, ma confesso che – per carattere – a una parte di me non dispiace stare dietro le quinte. Certo, il nome del traduttore deve sempre essere citato nelle recensioni e nelle schede editoriali, ma sono anche molto consapevole di essere al servizio di un’opera che sarebbe esistita anche senza di me. In questo senso, molto viene fatto dai blogger e dai librai, sempre più attenti alle buone pratiche in editoria.

5. Traduzioni a quattro mani: come funzionano e come vi dividete il lavoro?
LT: Posso parlare dell’esperienza mia e di Sara che, fin dal primo titolo tradotto insieme, abbiamo trovato molta sintonia nel modo di lavorare. In teoria ci dividiamo il lavoro a capitoli, ma le urgenze spesso scombinano i programmi, quindi andiamo a catena. Ognuna traduce la propria parte, e l’altra la revisiona e la commenta: è anche un modo per avere presente tutto il testo e uniformare la resa di molti vocaboli.

SC: Io e Laura abbiamo un metodo molto consolidato, che nel tempo ha dato ottimi risultati. Alla risposta di Laura aggiungo: Google Doc e BlackBerry, cioè strumenti che ci consentono di essere in comunicazione continua. Abbiamo anche sviluppato un lessico in codice. Per esempio, “Vasca da bagno” è il nostro modo per avvertire l’altra di un passaggio o di una resa che ci hanno causato difficoltà, e che vanno rivisti con particolare cura. (Da dove nasce il concetto di “Vasca da bagno”, però, non posso dirlo, ne va del mio onore!)

6. Ho letto che avete tradotto insieme “No easy day: Il racconto in prima persona dell’uccisione di bin Laden” di Mark Owen (Mondadori). Che cosa avete provato durante la traduzione? Qui non si parla di romanzo inventato, ma di fatti reali.
LT: Traducendo saggistica siamo abituate a tradurre fatti reali. Posso dire che è stata una traduzione appassionante che mi ha fatto scoprire per la prima volta un mondo che non conoscevo. E ci siamo divertite moltissimo, aggiungo.

SC: NED (abbiamo un nome in codice anche per questo, sì), è l’avventura traduttiva che ha consolidato il nostro rapporto e il nostro sodalizio. Traduciamo spesso fatti reali, visto che ci occupiamo di non fiction. Quella è stata l’occasione per approfondire un argomento, per entrare nel magico mondo dei Navy Seal (sarebbero seguiti altri titoli, come “No Hero” [tradotto da Laura con Giovanni Zucca] e “American Sniper” [ancora con la partecipazione di Giovanni]) e per chattare fino a notte inoltrata. A me capita di immedesimarmi molto, quindi alcuni passaggi di quel libro mi hanno colpita molto (penso per esempio alle scene in cui si descrivono bambini terrorizzati davanti al bagno di sangue delle azioni belliche).

7. Come si “sopravvive” di sola traduzione editoriale? E parlatemi del tempo, credo principale nemico in questo tipo di lavoro. Come si riesce a ritagliare lo spazio necessario per non essere fagocitati dalle traduzioni?
LT: Risponderei con la classica battuta: ho un marito che mi mantiene. La traduzione editoriale è quella che sicuramente dà le maggiori soddisfazioni dal punto di vista professionale e formativo, ma certo è la Cenerentola quanto ai compensi. Il tempo è il tasto dolente: le tempistiche sono sempre più strette, si lavora costantemente sotto pressione della consegna imminente e, da parte mia, posso dire che quando sono sotto consegna sono fagocitata completamente. Premuto il tasto invio cerco di recuperare la vita privata.

SC: Io ho una visione più ibrida, perché non mi occupo solo di traduzione editoriale, ma è ovvio che i problemi non mancano, sia perché i compensi non sono commisurati all’impegno profuso, sia perché non sempre gli editori rispettano i termini di pagamento (il che, in alcuni casi-limite, è un ottimo motivo per smettere di lavorare con certi committenti, e l’abbiamo fatto). Quanto al non farsi fagocitare, potrei citare De André quando cantava “Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio…”: in questi anni mi sono lasciata fagocitare completamente, credo anche – non me ne vogliano i colleghi uomini – che questo accada un po’ di più alla donna che lavora a casa, che si fa inevitabilmente prendere da mille incombenze, perdendo tempo prezioso che poi recupera di notte. Col tempo, però, ho iniziato a compartimentare maggiormente, segnando confini che tendo a non oltrepassare, perché mi sono accorta che – oltre a trascurare la mia vita personale – avrei finito per odiare quello che facevo.

8. Intervistando il vostro collega Daniele Petruccioli, ho scoperto che esistono penali in caso di non rispetto dei tempi di traduzione di un testo. Come si concretizzano? Una percentuale minore di guadagno? E, alla stessa stregua, le case editrici rispettano i tempi di pagamento?
LT: Abitualmente i contratti riportano penali in caso di ritardo, ma a me non sono state applicate: di solito si parla con la redazione e, in caso di ritardo, si concorda una consegna posticipata, seppure di poco. Quanto ai tempi di pagamento dipende da editore a editore, ma i ritardi di pagamento ultimamente ci sono un po’ per tutti.

SC: Posso solo citare Laura, aggiungendo che, sì, la puntualità nella consegna è molto importante, ma avvertendo in anticipo la redazione si può arrivare a un accordo in caso di problemi.

9. Spiegatemi come funziona l’accordo con l’editore: ogni traduzione equivale a un contratto? O si stipula un accordo che prevede più traduzioni in un determinato periodo?
LT: Nella mia esperienza il contratto viene stipulato libro per libro.

SC: Anche io ho la stessa esperienza di Laura: un libro, un contratto. In questi anni non mi è mai capitato che un editore programmasse più lavori, anche se so di colleghi che hanno l’agenda impegnata per molti mesi.

10. Che percezione ha il lettore di chi traduce un libro? Parliamo sempre della mancanza di sensibilità degli editori, ma i lettori si ricordano di voi? Ho provato a chiedere ad amici e conoscenti lettori, ma il bilancio è davvero sconfortante..
LT: La percezione di quasi tutti i lettori è di aver letto un libro di X o Y, inteso come l’autore: sono praticamente solo i colleghi che sanno chi ha tradotto cosa. E concordo che il bilancio sia davvero sconfortante.

SC: I lettori non hanno, nella maggior parte dei casi, la percezione del fatto che il libro che stanno leggendo non sia nato in italiano ed è divertente leggere le recensioni, per esempio su Amazon, in cui i lettori elogiano la scorrevolezza del testo e lo stile, senza pensare che, in realtà, dello stile dell’autore non sanno nulla. I lettori hanno inoltre una percezione distorta delle condizioni di lavoro. Di recente, per esempio, ho sbalordito alcune amiche che erano convinte che noi percepissimo le royalties (magari!).

11. Raccontatemi di una particolare traduzione che vi ha gratificate, coinvolte, o..
LT: Devo dire quasi tutte. Quasi perché a volte ho tradotto libri che non mi sono piaciuti o argomenti che non mi toccavano particolarmente. Qualsiasi libro alla fine coinvolge perché ti fa conoscere qualcosa di nuovo. Poi ci sono i sogni nel cassetto… Diciamo che il migliore sarà sempre il prossimo?

SC: Sebbene arrivi sempre il momento in cui “detesto” il libro a cui sto lavorando, tutti quelli che ho tradotto hanno rappresentato un’esperienza coinvolgente e gratificante, e i motivi sono i più vari: quelli da cui sono stati tratti dei film (Argo, No Easy Day, American Sniper) mi hanno dato la soddisfazione di aver partecipato a un progetto di ampio respiro, i cataloghi di arte hanno alimentato il mio amore per l’arte nelle sue diverse espressioni, i testi scolastici mi hanno fatto sentire il peso – gradevole – della responsabilità. Ho anche un sogno nel cassetto, che perseguo da 13 anni, e nel quale non smetto di credere. Se si avvererà, ti chiederò di intervistarmi di nuovo.

E io vi aspetto su questo blog, quando volete!