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Contorni di Noir | February 18, 2018

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Intervista a Kim Young-Ha

| On 26, Ott 2015

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Vi presentiamo oggi Kim Young-Ha, scrittore coreano molto noto per le sue opere tradotte in tutto il mondo che hanno ispirato film e serie televisive di notevole successo.
Nato nel 1968 a Hwach’on, approdò a Seoul nel 1980, dopo aver seguito le varie tappe della carriera militare del padre. Con Io ho il diritto di distruggermi (Metropoli d’Asia 2014) ha ottenuto il premio come migliore autore nel concorso Munhaktongne. A quell’opera sono seguiti nel 1997 il romanzo breve Chiamata e nel 1999 Cosa ci fa un morto nell’ascensore che, insieme ai suoi lavori più celebri L’impero delle Luci (Metropoli d’Asia 2013), Fiore nero e Quiz show gli hanno assicurato sempre ottime recensioni. Memorie di un assassino è il suo lavoro più recente.

In Italia per la presentazione di Memorie di un assassino, romanzo in uscita oggi 26 ottobre 2015 sempre dalla casa Editrice Metropoli d’Asia, incontra in occasione di BookCity Milano 2015 alcuni blogger tra i quali la sottoscritta. Ecco le domande che gli abbiamo rivolto:

1. Kim Pyŏngsu, aspirante letterato e poeta, uccide decine di persone, a cominciare da suo padre. Poi si dimentica di tutto e di tutti annullando anche la propria esistenza. Il lato oscuro di noi stessi è sconosciuto anche a noi stessi?
K.: Noi siamo discendenti di assassini. Forse i nostri antenati, migliaia di anni fa, avranno ucciso qualcuno. Questo forse non sarà nel nostro DNA, ma questa caratteristica ci è stata tramandata.

2. La prospettiva dell’umanizzazione della figura dell’assassino, si sta utilizzando molto nel mondo della letteratura, del cinema o delle serie TV. Secondo lei la figura dell’assassino sta prendendo piede al posto dell’eroe romantico tradizionale?
K.: Ci sono due tipi di uomini, i malvagi e i deboli. Quando vediamo una persona malvagia, chiediamo una punizione adeguata al peccato che ha commesso. Quando invece ci troviamo davanti a un debole, proviamo empatia e cerchiamo di giustificarlo in qualche modo.
Kim Pyongsu ha le due caratteristiche insieme, di assassino e di poeta. Non è facile contrastare le due cose: demonio o eroe. Esistono a mio avviso quattro tipi di persone: buona e semplice, cattiva e semplice, molto cattiva e complessa, molto cattiva e semplice. Noi vediamo sempre la persona buona e semplice, ma non attira la nostra attenzione. I protagonisti dei romanzi in genere hanno un carattere molto complesso ma buono, ma a me interessa un personaggio molto cattivo e complesso. Nella nostra vita crediamo di essere molto complessi ma buoni. In realtà forse noi siamo esseri cattivi e molto complessi o è molto possibile esserlo. E i lettori sono interessati a questa tipologia proprio perché si sentono simili al protagonista. Alla fine provano empatia.

3. Ne “L’impero delle luci” uno dei temi fondamentali è la memoria, l’oblio che in qualche modo deve essere ricostruito. Così come viene riproposto ne “La memoria dell’assassino”. Perché è importante per lei questo argomento?
K.: Ci sono due motivi: uno perché avevo perso la memoria a seguito di un incidente nel quale ho inalato anidride carbonica che ha causato la perdita della memoria dei miei primi dieci anni di vita. Non me ne sono accorto finché non diventai uno scrittore e cercai di ricordare il mio passato.
Quindi mi sono appassionato alle persone che hanno sofferto di amnesia o delle persone scomparse. Inoltre, la società in Corea del Sud ha una lunga storia sulle spalle e negli ultimi due decenni ha avuto uno sviluppo economico con cambiamenti frenetici, cancellando il passato della mia città. Una volta ho cercato di tornare nel mio luogo natìo, dove giocavo da piccolo.
La casa non c’era più, sostituita da enormi palazzi. Nel discorso sociologico sta svanendo tutto il passato con i suoi ricordi, per questo motivo tratto nei miei libri il tema.

4. Il protagonista scrive poesie e quando riceve le copie delle riviste sulle quali sono state pubblicate, le brucia nel camino, scena simbolica dei dubbi sull’utilità della poesia. Lo stesso Kim è insoddisfatto di quello che scrive e di quello che legge. Ha fiducia nella letteratura e nella poesia o, attraverso queste immagini, vuole trasmettere diffidenza nella parola scritta?K.: Il protagonista è assassino e poeta. Da giovane prevaleva l’aspetto negativo di assassino. Da vecchio, la forza artistica sale. Kim Pyŏngsa fa fatica ad accettare il cambiamento, visto che si considerava un uomo forte. Scrivere poesie viene considerato un aspetto “femminile” e sinonimo di debolezza. I due aspetti contrastano tra loro. Nello stesso tempo queste due forze definiscono il carattere del protagonista, un punto di incontro cruciale.

5. Per questo romanzo si è ispirato a qualche vicenda capitata in Corea su delitti irrisolti o è pura invenzione letteraria?
K.: Ci sono stati delitti in Corea, ovviamente, ma nessuno ha ispirato quello che ho scritto. Ci sono stati tanti casi di serial killer, specialmente prima del 1990 quando ancora non c’era il riconoscimento attraverso il DNA.
Altro fattore importante, non si potevano impegnare tanto i poliziotti a risolvere i delitti, quanto per opprimere i movimenti studenteschi. Non si parlava tanto di democrazia a quell’epoca.

6. Il romanzo riporta la struttura di un diario, molto intimo e profondo, nel quale il personaggio si esprime su tutto, citando persino filosofi come Nietsche. C’è un legame autobiografico tra lei e il personaggio?
K.: Vuole una confessione da parte mia? Non c’è, il punto di vista del protagonista non ha a che fare con me, ma quando costruisco una figura, raccolgo le idee dai libri di altri tra i quali Nietsche o Edipo o dalla filosofia buddista. Quindi ne creo il carattere.

7. Nei suoi romanzi vengono rappresentati i confini tra realtà e fantasia, tra desiderio e morte, tra scienza e corpo, tra fiction e media. Cosa rappresentano i confini per lei, nel senso più ampio del significato?
K.: L’uomo è sempre davanti a un bivio, è un essere molto debole che cerca di mantenere l’equilibrio giusto, ma appena si distrae può cadere da una parte o dall’altra. Noi cerchiamo l’equilibrio giusto per non cadere nella nostra vita, ma siamo sempre nel mezzo.

8. Kim Pyongsu racconta che non era spinto da un impulso omicida né da un istinto sessuale. Ma vi era la ricerca di un piacere perfetto. In che modo il protagonista cerca il piacere perfetto uccidendo delle persone?
K.: In questo libro non ci sono scene truculente o orribili, tipo “Il silenzio degli innocenti”, dove un serial killer agisce con atti sanguinosi. Leggendo questo libro i lettori provano un’ empatia verso l’assassino, proprio perché le azioni si svolgono molto delicatamente. Se ci fossero le ragioni o le cause che possano provocare una persona tale da diventare un assassino, il lettore può trovare un modo di prevenire l’azione e quindi si sente a proprio agio.
Prima di scrivere questo libro, ho letto il diario di un serial killer vero, e quello che mi fa più paura è che sono stati descritti i suoi progetti, ma senza un vero e proprio motivo. L’essere umano è questo, quando camminiamo in una stanza buia, quando non vediamo quello che può accadere.

9. Alla fine del libro, si parla del Sutra del cuore, l’assenza di qualsiasi cosa. In realtà vorrei capire se è una concezione positiva o negativa dell’autore di intendere il mondo e la vita. L’assenza di tutto come pace assoluta o come timore che non ci sia davvero nulla?
K.: Questa fase, chiamata Sutra del diamante al principio del libro, è un canone buddista. I lettori coreani la definiscono come la parte più tremenda, mentre i lettori italiani lo leggono in modo diverso, se non seguono la filosofia del buddismo. Nulla è essere, essere è anche nulla. Noi non possiamo dividere nettamente le due cose.
Detto questo, l’assassino cerca di giustificare se stesso e i suoi delitti, perché secondo l’insegnamento nel mondo non c’è niente che abbia un significato. Lui può anche commettere un atto così orribile perché non significa niente. Legge Nietsche, Bacon, ascolta Wagner. Ma commette anche degli omicidi.

10. Vorrei parlare del concetto del male: il protagonista dice in maniera esplicita che del male non si può dare una definizione. Dice anche che in realtà non è il male la cosa peggiore, ma il tempo, perché è a quello che in nessun modo possiamo sopravvivere. Per lui il male è qualcosa di sconosciuto?
K.: Esiste il male, però nel libro il male non esiste per il protagonista. Forse leggendo il canone buddista si può capire meglio il concetto che cerco di esprimere. Nel romanzo le vittime non ci sono. Se non esiste la persona a cui è stato commesso il male, il protagonista non ha commesso il reato. Piange solo la sua morte incombente che si avvicina. La cosa più paurosa per lui è la morte, più del male stesso.

11. Ho letto che dal romanzo verrà tratta la trasposizione cinematografica. Come vede questa prospettiva, considerando la tipologia stessa della narrazione?
K.: Credo che questo libro verrà trasformato in film in Corea e anche in America, però non mi piace l’idea, non perché verrà trattato in maniera sofisticata, ma perché avrà un impatto molto diretto.
Quando andai all’anteprima di un film, durante la scena c’era un’attrice che si spogliava e faceva l’amore con il proprio partner, ma l’immagine su di me è stata vissuta come una sorta di violenza, mi sentivo perplesso. L’attrice poi si è avvicinata a me per salutarmi, ma è stato imbarazzante.

La nostra intervista si conclude e ringraziamo Metropoli d’Asia per aver accresciuto il nostro blog con una cultura, quella coreana, poco conosciuta da noi italiani e sicuramente meritevole di approfondimento.