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Contorni di Noir | July 26, 2017

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Jane Harris – I Gillespie

| On 21, Mar 2016

Casa Editrice Beat Collana Beat
Anno 2016
Genere Narrativa
508 pagine – brossura
Traduzione di M. Ortelio

gillespie_02Harriet Baxter, benestante inglese, si reca a Glasgow dopo la morte della zia che aveva curato con amore e dedizione, per visitare l’Esposizione Internazionale, casa degli influenti “Glasgow boys”. Durante la visita incontra per caso Ned Gillespie, un pittore che esponeva i suoi quadri e già incrociato a Londra tempo prima.
Sempre per caso, il giorno prima Harriet salva dalla morte certa per soffocamento Elspeth Gillespie che, in compagnia della nuora Annie, viene colta da un malore. Riconoscente di essere stata soccorsa dalla donna, la invita a casa sua qualche giorno dopo.
Quando Harriet si reca a casa dei Gillespie, si rende conto che la famiglia non vive proprio nell’agio – a cominciare dalla domestica che sembra puzzare di alcol –  ma cerca di darsi un tono. Elspeth vive con suo figlio Ned, la nuora Annie e le due nipotine, Rose e Sybil.
Quest’ultima, la più grande fra le due, ha uno sguardo ostile e atteggiamenti aggressivi, soprattutto da quando Harriet comincia a frequentarli. Tra l’altro, cominciano ad accadere fatti molto strani, come il ritrovamento di disegni volgari sul muro e veleno per topi nelle bevande. Ma la bimba non viene mai colta sul fatto, seppure i sospetti portino a lei.

Inizia un’amicizia molto profonda tra Harriet e i Gillespie, forse spinta dal fatto che la donna non è mai cresciuta con una vera famiglia, bensì con la zia e dimenticata da un patrigno, al quale non fregava nulla di avere una figliastra e faceva anzi di tutto per starne lontano.

Harriet era convinta che Ned non trovasse tempo e estro per dipingere poiché asfissiato dalle continue attenzioni che richiedevano le figlie – soprattutto Sybil – e in lei si era fatta strada l’idea che con il suo aiuto il pittore avrebbe avuto il meritato successo. Il suo amore platonico per il pittore non sfocia mai in qualcosa di concreto, ma le dà la spinta per essere la più volenterosa e caritatevole delle donne, sempre prodiga ad agevolare le difficoltà della famiglia forse per voler esserne parte integrante.

L’ossessione, come tutte le forme maniacali del resto, le si ritorcerà contro e ciò che sembrava un’azione compiuta a fin di bene prenderà delle pieghe completamente inaspettate..

Uscito per Neri Pozza nel 2012 e ripubblicato da Beat Edizioni nella versione tascabile, il binomio tra vittoriano e, a mio avviso, lievemente gotico, è l’ideale per l’ambientazione del romanzo alla fine del 1800, nella roboante e vivace Glasgow, città in cui le attività intellettuali e artistiche si avvicendavano rendendola affascinante agli occhi di molti che sceglievano di viverci, compresa Harriet: etichettata come zitella, a trentasei anni portava la “colpa” di essere femmina e nubile. A peggiorare la situazione, c’era la nazionalità: inglese.
Il romanzo si divide in due storie, la Harriet giovane e piena di iniziativa e quella ormai giunta al tramonto della vita che scrive le sue memorie, forse alla ricerca di redenzione.

Se inizialmente si tende a provare un moto di affetto e di compassione per le vicende, a mano a mano che si prosegue con la lettura la scrittrice ci conduce verso il dubbio e gli stessi atteggiamenti che ci avevano colpito per la bontà dei gesti, all’improvviso lacerano quel velo di perbenismo e lasciano il posto agli interrogativi.

Ho una predilezione per i romanzi ambientati nel 1800, che siano in America o in Inghilterra. Trovo che sia un’opportunità per comprendere lo stile di vita di quell’epoca, apprezzando le abitudini che viviamo oggi o rimpiangendone altre mai vissute. Mi vengono in mente Tracy Chevalier ne “Quando cadono gli angeli”, o Michael Faber nel mirabile “Il petalo cremisi e il bianco”, entrambi con la stessa ispirazione per l’epoca vittoriana, per le atmosfere cupe che solo quel periodo può trasmettere in cui le classi sociali erano nettamente divise fra sobborghi maleodoranti e salotti da thè, ma che conservano ancora un fascino indiscutibile.
Il romanzo è un gioiello, incastonato in un’epoca difficile in cui parlare di “singletudine”, di omosessualità o di disturbi della personalità. Una figura come quella di Harriet è talmente fuori dall’ordinario che spicca come una mosca bianca e, se da eroina rischia di trasformarsi in strega, la bellezza sta nell’arrivare alla fine del romanzo senza averlo capito.
Geniale..

Cecilia Lavopa


La scrittrice:
Jane Harris è nata a Belfast. I suoi racconti sono apparsi in numerose antologie e riviste. Autrice di cortometraggi premiati nei maggiori concorsi cinematografici internazionali, nel 2000 ha ricevuto il Writer’s Award dell’Arts Council of England. Vive a Londra con il marito Tom. Con Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Le osservazioni.