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Contorni di Noir | August 20, 2017

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Intervista a A Yi

| On 25, Apr 2016

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Foto Cecilia Lavopa

Oggi su Contorni di noir ospitiamo lo scrittore cinese A Yi, che ha pubblicato con la casa editrice Metropoli d’Asia il romanzo thriller “E adesso?”. Lo incontro a Milano, insieme all’addetta dell’ufficio stampa Giulia Zanichelli e all’interprete.
A Yi si presenta con alcuni fogli davanti e io mi chiedo a cosa possano servire..ma lo scoprirò più avanti.

Le prime domande sono sempre quelle di rito, ma servono per conoscere meglio chi abbiamo di fronte.

1. Chi è A Yi, da dove è partito e dove vorrebbe arrivare?
A Yi: Sono un autore, ho lavorato come poliziotto per cinque anni e come giornalista sportivo per altri nove. Arrivo da un villaggio della Cina e ora vivo a Pechino. Quello che desidero sarebbe scrivere continuamente, magari arrivare a morire avendo lasciato ai posteri una decina di libri significativi.

2. In una precedente intervista lei dichiara che suo padre desiderava che diventasse uno scrittore. La cosa curiosa è che questo desiderio lo espresse quando era ancora piccolo. Su quali aspetti si basava? E anche lei ci credeva nello stesso modo?
A Yi: Ero ancora piccolo quando mio padre consigliò a mio fratello maggiore di seguire tematiche scientifiche, in quanto portato per la fisica e la matematica. Ho anche un fratello minore per il quale mio padre nutre un certo disagio, infatti non ha un obiettivo preciso. Io dimostravo più lentezza in quelle materie e invece più sensibile nelle umanistiche, quindi mio padre pensò che avrei lavorato meglio in lettere. Quello di diventare scrittore era un desiderio, ma non ci credeva veramente e neanch’io.
Solo dopo 32 anni ho iniziato a ricredermi, ma mio padre non era contento in realtà. A 26 anni lasciai il lavoro di poliziotto che lui riteneva essere un lavoro molto dignitoso in Cina, accusandomi di aver perso un lavoro di alto livello per preferire un lavoro instabile. Ora che vengono pubblicate sempre più mie opere, è orgoglioso di me.

3. La letteratura orientale si distingue molto dalle altre per le trame ricercate e testi atipici. Come se foste avulsi dai condizionamenti editoriali. Si scrive per gli altri o per se stessi?
A Yi: Io scrivo per me stesso. Questo romanzo in realtà non è in stile orientale, perché sono stato influenzato dalla letteratura straniera. Quindi rispetto a tutta la letteratura occidentale è la conseguenza di un’assimilazione. In particolare rispetto all’esistenzialismo così come viene espresso con Kafka, Sartre, Camus, Dostoevskij. Kundera. I miei romanzi brevi sono diversi. Mi piace scrivere di storie dove si trattano le maledizioni o testi dove combino il mistero orientale all’esistenzialismo occidentale. In generale, ciò che mi interessa di più è scrivere degli emarginati, di quelle persone da compatire.

4. Ho letto con interesse delle sue letture, da Camus a DostojevskiJ, passando attraverso Kafka e Kundera, oltre a tanti altri davvero. Prendo spunto dal titolo “Lo straniero” di Camus. Ci si può sentire stranieri nella propria terra?
A Yi: La condizione di straniero viene percepita dagli animi di molti. Per un certo periodo mi sono sentito parte di questa schiera. Mi sentivo come un emigrato che non sarebbe mai riuscito ad integrarsi nella società. Per esempio, se non ci foste voi, a Milano mi sentirei così. Mi sono sentito così per un anno o due e in una città dove non conoscevo nessuno, temevo molto i week end, perché ovviamente non si lavora. Avevo la fobia e camminavo per le vie, sperando che accadesse qualche rissa, un incendio che si propagasse da un palazzo. O degli Ufo, ma non accadeva niente e per strada non c’erano ragazze che si innamorassero di me!
Ho raccontato tante volte la storia di una piazza in una città dove c’era una statua altissima in stile neoclassico. Nel fine settimana mi è venuta in mente una domanda: siccome la Cina è una nazione timida e la statua è nuda, i genitali saranno stati scolpiti o no? Una parte di me pensava che fosse un’opera d’arte e quindi andavano scolpiti e l’altra parte, seguendo la cultura cinese, diceva: “E’ impossibile che l’abbiano fatto.” Ho preso il taxi per andare direttamente in piazza. Io ero l’unico turista che puntava “quella” zona della statua. Anche a Milano, io guardo le statue e cerco. In Cina non ce l’ha nessuna statua!

5. E’ stato pubblicato il suo primo romanzo, tradotto dalla casa editrice Metropoli d’Asia. Com’è nata l’idea? Ho letto che è stato ispirato da un fatto realmente accaduto.
(n.d.r.: l’autore passa uno dei fogli all’interprete e gli chiede di ripetere quanto c’è scritto)
A Yi: Nell’estate del 2006, il giornale “Nuova Pechino” pubblica un articolo in cui racconta che uno studente di fine liceo di Xi’an – la città dei soldati di terracotta – chiamato Zhao Dawei, uccide una sua compagna a coltellate e mette il cadavere dentro la lavatrice. Viene catturato dopo una breve fuga e il motivo per cui il giornale sceglie di pubblicare questa notizia all’interno di infiniti casi di omicidi, è perché il movente non era chiaro. Vendetta? Soldi? Raptus? Giornalisti esperti, avvocati, chiunque cercava la soluzione di questo enigma. Un esperto di formazione disse che era un caso di fallimento dell’educazione della famiglia e eccessiva pressione delle superiori per l’accesso all’università.
Tutto ciò mi ha fatto pensare a “Lo straniero” di Camus, ai meandri del romanzo. Posso dire che il sistema legale ha rapito la scena a Meursault, protagonista del romanzo, creando a sua volta un nuovo personaggio: insensibile, che disprezza Dio, un dannato. Zhao è molto simile a Meursault per questo menefreghismo rispetto alla violazione e alla complessità strategica di una mente assassina.
Fino al momento dell’esecuzione Zhao non ha mai rivelato il movente. Io penso che abbia voluto superare se stesso nella sua identità di studente per recitare di fronte a un auditorio di adulti risultando al pari di un uomo freddo. Forse ha ucciso perché ha avuto un pensiero infantile e testardo. Un folle e spavaldo, pieno di sé. Senza cognizione dei limiti, desideroso di attrarre l’attenzione altrui, passando continuamente tra realtà e finzione. Non dovremmo cercare di impiegare troppe energie per capire un atto così irrazionale, ma anch’io nel 2008 mi sono cimentato. Quando non se ne parlava più, Zhao stesso ha confermato tutto il percorso del suo folle gesto, e io sono arrivato alla conclusione che si trattava di un ragazzo annoiato, desideroso di provare un gioco alla Tom e Jerry tra lui e la polizia. Per ottenere l’attenzione della polizia, uccide la studentessa più bella, brava. Solo questo tipo di omicidi crea la rabbia di questa società.

6. Lei scrive: “E’ poderoso e invulnerabile il tempo. Ed è dappertutto, non prova emozione, non sente le sue suppliche.” Come fosse una persona, mi verrebbe da pensare.. Ci spiega la sua visione del tempo?
A Yi: Il tempo è particolarmente crudele. Quando sei annoiato, il tempo si dilata. Rispetto alle persone che hanno bisogno del tempo, diventa scarso. Il tempo esiste e non esiste. E’ qualcosa che ha inventato l’uomo, ma anche senza l’uomo il tempo esiste comunque. A pensarci troppo diventa terribile.

7. Sia nelle sue interviste che nella trama del romanzo, protagonista indiscussa è la morte in tutte le sue sfaccettature. Crede che nominarla sia un viatico per giungere alla fine in modo più sereno o rassegnato? Mi è piaciuta molto l’espressione usata: “La morte non è un fulmine o un punto esclamativo.” Perché darsi tanto da fare da vivi, allora?
A Yi: Dopo i 30 anni il mio pensiero della morte è stato centrale. Mio padre ha avuto gravi problemi di salute e pensavo che sarebbe mancato in poco tempo come mio nonno. Lo percepivo come un uomo forte, eterno che avrebbe goduto sempre di una salute di ferro, invece era molto vicino a lasciarci.
Da allora ho cominciato ad avere terrore della morte e a volte, in momenti di particolare solitudine, mi immaginavo che arrivasse in abito bianco (in Cina il bianco è il colore del lutto n.d.r.), che si sedesse all’angolo della stanza, mangiando una mela con pazienza estrema poiché riteneva di essere in anticipo, attendendo il momento giusto per compiere il suo lavoro.
Ciò mi ha spaventato ma ho pensato poi a un pensiero di Borges che ha scritto “Storia dell’eternità”. Se non ci fosse la morte, allora la nostra vita sarebbe ancora più insignificante. Senza la morte, l’uomo diventerebbe pigro, perderebbe la voglia di compiere ogni azione, vivrebbe senza gioia né dolore diventando un cavernicolo.
Ho pensato che avesse pienamente ragione. E’ proprio la morte che ci permette di avere un significato perché ogni volta che non salutiamo, potrebbe essere l’ultima volta.
La morte è questa: far sì che la vita sia più interessante. Perché è grazie alla morte che noi percepiamo la bellezza dei fiori.

8. Lei scrive: “La voce è un sassolino che rimbalza sul pelo dell’acqua, salta sulle nuvole per poi perdersi nel cielo.” Quanto è importante far sentire la propria voce e il romanzo può essere un mezzo per poterlo fare? Inoltre, nella Cina del 21° secolo è più facile dare voce alle proprie espressioni?
A Yi: Non mi sembra così importante..pochi cinesi riflettono sulla propria condizione. Pensano molto al cibo, agli oggetti materiali. Credo che a un certo punto ogni popolo dovrà affrontare l’esistenza. Come fa l’uomo a relazionarsi fra cielo e terra, fra nascita e morte, quando la vita potrà avere un significato?
La Cina di oggi io non riesco a svegliarla, a scuoterla. Scrivo questo romanzo per l’occidente, perché l’esistenzialismo già a metà del ventesimo secolo era molto in voga, ma nel mio paese non è ancora arrivato.
Tra 20 anni, forse attraverso questa mia opera percepiranno tante cose. E’ un’opera che sicuramente per la Cina è stata scritta troppo in anticipo. In Italia c’è stato Pirandello, che ha scritto molti libri che esprimono la solitudine della condizione umana.
Mi ricordo la storia di un aspirante suicida, che andò al mare per affogarsi, ma in spiaggia incontrò un conoscente che lo portò a bere, a divertirsi, a ballare. Fu quindi costretto a subire il divertimento per molto tempo, certo non poteva dire all’amico i suoi propositi. L’uomo perse la libertà di suicidarsi. Sulla falsa riga di questo romanzo, ne ho scritto uno che parla di un insegnante cinese che vuole suicidarsi buttandosi da una montagna.
Prende un taxi, ma il tassista lo porta in un bordello, dove si ritrova ad avere rapporti con una prostituta, seppure sia combattuto. I poliziotti irrompono e lo portano dentro. Sua moglie va a riprenderselo in commissariato pagando una cauzione enorme e mentre lei lo conduce fuori, con rabbia e tirandolo per le orecchie dice: non è che ti manca una donna a casa! In quel momento, lui si ricorda che era partito da casa per suicidarsi. Questo è un fatto vero che ho vissuto quando ero poliziotto: la donna piangeva non perché il marito fosse andato con una prostituta, ma perché aveva speso dei soldi! All’interno del commissariato ridevamo tutti di lei.

10. Parlando della caratterizzazione che ha dato alla polizia nel romanzo, mi è sembrato che non abbia molta fiducia sul lavoro che i poliziotti svolgono. Come se li volesse in qualche modo ridicolizzare..è una mia impressione? La connotazione che ha dato ai poliziotti è molto blanda, come a non voler dare molta importanza a queste figure.
A Yi: L’ho scritto dal punto di vista del ragazzo. Nella realtà i poliziotti non sono così ridicoli. Hanno un ruolo, vestono una divisa e questo fa sì che diventino una macchina.
Se tu hai a che fare con un poliziotto e lo attacchi, lui si arrabbia perché pensa alla nazione che lui rappresenta, è la nazione che è offesa e ne deve difendere la dignità. Lui ottiene l’arma e il diritto di arrestare, quindi non permette che gli altri lo possano oltraggiare.
Si pensa che siano poco pericolosi, ma è tutto il contrario. Hanno un livello di dignità più grande, anche se ritengo che in occidente siano controllati maggiormente, ma quando si ha davanti a quelli che vestono una divisa meglio stare attenti..

11. Una frase tratta dal suo romanzo parla del senso della vita: noia – ripetizione – ordine – cattura – prigionia. Noi esseri umani cerchiamo nutrimento, devastiamo il territorio, manipoliamo le risorse naturali. E’ un messaggio che vuole trasmettere ai suoi lettori?
A Yi: Il concetto che vorrei trasmettere ai miei lettori è che se tu non puoi separarti da questo tipo di sensazione, allora verrai schiavizzato dalla solitudine e dalla mancanza di significato, dalla noia e dalla nullità. Una persona dovrebbe staccarsi da questi sentimenti e creare, agire..
L’uomo fin da quando nasce viene punito perché la sua vita è breve, limitata. Se vuole ottenere un significato dalla vita, deve distaccarsi da ciò che dio o questo mondo fa per punirlo, andando a creare qualcosa di interessante.

Bene, finisce qui questa interessante intervista! Alla fine della chiacchierata, presumo che i fogli che l’autore avesse davanti, altro non fossero che le risposte a domande che probabilmente si sarà sentito fare molte volte. Fortunatamente per me, solo uno – quello con la trama – è stato sfilato dal mucchio.

Cecilia Lavopa

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