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Contorni di Noir | June 27, 2017

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Intervista a Mirko Zilahi

| On 29, Apr 2016

Zilahy (C) Laura Ceccacci

(C) Laura Ceccacci

Oggi ospitiamo su Contorni di noir Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai, autore emergente che ha pubblicato a gennaio 2016 “E’ così che si uccide” con la casa editrice Longanesi, romanzo in corso di traduzione in Germania (Bastei Luebbe), Spagna (Alfaguara), Francia (Presses de la cité), Turchia (Dogan Egmont), Grecia (Patakis), Olanda (Xander).
Nato a Roma nel 1974, laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Dipartimento di Italianistica del Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi, interventi su scrittori italiani contemporanei, è traduttore letterario dall’inglese (Peter Murphy, Bram Stoker, Roger Boylan, Michael Dahlie, Donna Tartt) ha collaborato con varie case editrici italiane e al momento è editor della narrativa straniera per minimum fax. Nel 2014 ha tradotto per Rizzoli il premio Pulitzer Il Cardellino di Donna Tartt.

1.Benvenuto Mirko. Domanda canonica, ma importante: chi è Mirko Zilahi? Lascio a te la scelta di presentarti. Racconta qualcosa di te che vorresti sapessero i nostri lettori.
M.: Se sapessi chi sono smetterei di scrivere! C’è una schiera di persone che mi affolla.

2.Hai scritto, prima di uscire con il tuo romanzo d’esordio, un teaser in esclusiva per D.it, intitolato “Cinque mosche d’oro bianco” per la casa editrice Longanesi. Protagonista è Enrico Mancini, che poi ritroveremo in “E’ così che si uccide”. E’ stata una mossa vincente incuriosire i lettori prima del romanzo vero e proprio?
M.: In quel racconto c’è uno sguardo particolare sul commissario Enrico Mancini. Perché è un piccolo prequel rispetto a È così che si uccide. In Cinque mosche d’oro bianco, che è anche un piccolo omaggio la grande Dario Argento, Mancini è un uomo profondamente diverso da quello che il lettore conoscerà in È così che si uccide.

3.E’ appena stato pubblicato da Longanesi il thriller “E’ così che si uccide”. Ci vuoi raccontare qual è stata la scintilla? Ho letto in una tua precedente intervista che l’idea di scrivere questo romanzo nasce da un sogno ricorrente, sempre che tu ce lo possa raccontare..
M.: Un incubo a occhi aperti che ho fatto per anni, al mattino, appena sveglio. Ogni giorno. La stessa scena vivida e raccapricciante. Non posso raccontarla per non fare spoiler però chi leggerà il romanzo potrebbe scoprirla… Diciamo che ho iniziato a scrivere per provare a esorcizzarla, per tentare di allontanarla da me mettendola sulla carta. E per vendicarmi dei “mandanti” di quell’incubo…

4.Il commissario Mancini ci è piaciuto subito: esperto profiler, complesso e fragile, pieno di manie. Colpito da un lutto che lo ha segnato visibilmente e nonostante la sofferenza, nell’animo e nel corpo, questo non gli impedisce di fare il proprio lavoro. Ci vuoi raccontare qualcosa di lui? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
M.: L’idea di un commissario maudit è ormai un must e anche Enrico Mancini ha un’anima nera. E inizialmente il vuoto che lo abita dopo la scomparsa della sua Marisa è incolmabile, soprattutto perché il rimorso di non averla potuta salutare un’ultima volta è enorme. Tanto che indossa sempre dei guanti di pelle perché non vuole più avere niente a che fare col mondo che gli ha tolto il suo amore, né con le persone che lo abitano. Non vuole più avere contatti e si veste di questa seconda pelle. Perciò in effetti Mancini rifiuta il caso e si chiude in se stesso, almeno al principio.
L’idea primitiva di questo personaggio è nata da un ricordo familiare. Intorno agli otto anni passavo le estati a Terni con la mia nonna materna e vedevamo insieme una serie che si chiamava Attenti a quei due. Roger Moore e Tony Curtis, l’inglese nobile e raffinato e l’americano dei bassifondi un po’ rozzo. Quest’ultimo portava sempre dei guanti di pelle (che sottolineavano la sua maleducazione), non li toglieva nemmeno per dare la mano ad ambasciatori e nobili, ci andava a dormire e li usava durante le scene di lotta. Insomma, in qualche modo quella suggestione infantile si è riaffermata quando cercavo un tratto distintivo, un oggetto, per il commissario Mancini. Attorno a quell’immagine poi ho lavorato.

5. Parlaci degli altri protagonisti. Ce ne sono parecchi, ma la sinergia sembra funzionare. Non sono rivali, ma alleati..
M.: È così che si uccide non gira attorno a un personaggio e basta. Di fronte a Mancini c’è ovviamente il serial killer che si fa chiamare l’Ombra. E accanto al commissario in realtà non ho messo comprimari ma spalle all’altezza. L’ispettore Comello, l’anatomopatologo Rocchi, Caterina De Marchi, la fotorilevatrice, Giulia Foderà la pm, il professor Carlo Biga, criminologo della vecchia scuola romana in pensione. Diciamo che in un certo senso questo è un thriller corale. Amo molto scendere nei meandri delle paure e delle ansie, assolute e quotidiane, dei miei personaggi. Per questo il mio romanzo ha questa vocazione corale all’approfondimento psicologico.

6. Hai scelto Roma per ambientare il romanzo, scegliendo volutamente il lato più oscuro della città. Parli di un “ribaltamento stilistico”. Pensi sia un aspetto più veritiero e meno patinato rispetto a come la dipingono solitamente?
M.: Tra la Roma dei marmi e quella nera della cronaca odierna si nascondono decine di sfumature di una città che ha un’anima grigia. E tra queste sfumature io ho scelto quelle dell’acciaio e del cemento, della ruggine che si sposano con l’anima della città eterna. Il Gazometro è un monumento vero e proprio, con un’energia che lo anima e ne fa una specie di enorme ibrido tra edificio e macchina. Mentre, a proposto del ribaltamente, ad esempio il Colosseo è descritto come se fosse un mostro, una mascella dentata.

7. Chi si nasconde dietro i personaggi e la città, è l’Ombra. Ti piace giocare con la paura?
M.: Mi piace raccontare con le paure, le sfumature dell’angoscia degli esseri umani, uomini, donne come fa Edgar Allan Poe e il punto di vista dell’infanzia, come succede in Dickens e Stevenson, ma anche raccontare l’eccitazione e il personalissimo senso di giustizia di chi uccide, appunto. E mi piacciono le ombre, appunto.

8. Prima di essere scrittore, sei anche traduttore. Quando traduci un romanzo riesci a rimanere “neutrale” sulla sua qualità oppure, in cuor tuo, dai un giudizio, positivo o negativo che sia, sull’opera del collega?
M.: Ricevere un’impressione da un’opera che si legge (e poi si traduce) è automatico, naturale. Perciò sì, il giudizio, estetico e personale, umorale, c’è sempre. Ma poi entra in campo il professionista che deve rendere al meglio l’universo che ha costruito lo scrittore nella sua lingua, con le cose belle e meno belle, fedelmente, fin dove è possibile.

9. Prendi spunto da un’idea, da una situazione, dai personaggi che trovi nei romanzi che traduci per porre le basi di una tua nuova opera?
M.: Per È così che si uccide avevo in testa lo spirito dickensiano che c’è nel Cardellino, la storia di un ragazzino che si addentra tra le rovine del grande Gazometro in una notte piovosa e sente in lontananza il rintocco di una campanella. In generale parto da un’idea, più spesso da un oggetto, e allargando il focus della macchina da presa mi si mostra, magicamente, la scena completa, a volte, come nel primo capitolo di È così che si uccide, anche i personaggi. Poi amo lavorare sulle componenti sonore del lessico che descrive un oggetto, ad esempio il Gazometro. Da quelle costruisco un reticolo di suoni che si lega con le immagini più forti che ho in mente.

10. Sei traduttore letterario dall’inglese (Fazi, Nutrimenti, Rizzoli, minimum fax, Longanesi), editor e consulente editoriale. Nel 2014 hai tradotto Il Cardellino di Donna Tartt per Rizzoli. Con quali autori hai avuto maggiore empatia nel tradurre i romanzi e con quali le maggiori difficoltà?
M.: Diciamo che la Tartt è stata molto impegnativa ma che il feeling con la storia, e con il personaggio principale, Theo, è stata grande dall’inizio. Le difficoltà sono sempre di carattere tecnico, un bellissimo romanzo di Bram Stoker Il mistero del mare (Nutrimenti), ad esempio comportava delle enormi difficoltà lessicali legate all’antico lessico marinaresco. The Dark, da poco uscito per minimum fax, oltre ai vocaboli legati alla campagna irlandese ha un andamento cupo che ho dovuto mantenere per tutto il libro e degli slittamenti dalla prima alla seconda, alla terza persona che andavano calibrati anche nei toni.

11. In genere non chiedo mai dei progetti futuri per non rubare la scena al romanzo appena uscito, ma se ti va di raccontare cos’hai in programma..
M.: Tra una presentazione e l’altra sto scrivendo il secondo romanzo della trilogia, Spettri, su Enrico Mancini e la mia Roma.

Grazie, Mirko, allora in bocca al lupo!

Cecilia Lavopa (con la collaborazione di Aurelio Morandi)