Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Contorni di Noir | November 24, 2017

Torna su

Alto

Ian Manook – Yeruldelgger in blogtour

| On 27, Giu 2016

blogtour yeruldelgger[3]

Ian Manook (pseudonimo di Patrick Manoukian) è un giornalista e autore francese il cui primo thriller, Yeruldelgger, ambientato in Mongolia, sarà disponibile in Italia dal 30 giugno dalla Fazi Editore.

Tappa del blogtour di oggi, dopo essere stato ospitato da Thriller Magazine, La Bottega del Giallo e 50/50 Thriller, tocca oggi a Contorni di Noir, felice di avere avuto la rara occasione di intervistarlo da parte del nostro collaboratore Marco A. Piva. Leggete cosa ci ha detto.

Bonjour Monsieur Manoukian, e grazie per aver accettato la nostra intervista; benvenuto su Contorni di Noir!

1. Prima di Yeruldelgger, lei ha pubblicato due diari di viaggio sotto il suo vero nome e un romanzo di avventura con lo pseudonimo di Paul Eyghar. Purtroppo, nessuno di questi è (ancora) stato pubblicato in Italia: cosa ci siamo persi?
IM: Un saggio sull’arte del viaggiare nel quale difendo il concetto che la fermata sia più importante dello spostamento. Il sottotitolo originale è Chiacchiere sulla nonchalance e sul valore delle pause (in uscita in Italia per Ediciclo editore nella collezione “Piccola filosofia del viaggio”, con il titolo La virtù degli imprevisti. Piccole deviazioni). È in quel libro che compare per la prima volta un personaggio di nome Yeruldelgger, un nomade stanziale. Quello pubblicato a nome di Paul Eyghar è un’avventura epica per ragazzi; lo stanno ristampando in Francia con il nome di Ian Manook in un’edizione rinnovata, ristrutturata per formare una trilogia chiamata TARKO.

2. Essendo un giornalista, naturalmente lei ha passato la maggior parte della sua vita adulta scrivendo, ma il suo primo romanzo, Les Bertignac – L’homme à l’œil de diamant (quello pubblicato a nome Paul Eyghar) è stato pubblicato quando lei aveva già più di sessant’anni. La passione per scrivere fiction le è venuta solo a una certa età? O semplicemente non aveva tempo? O forse c’è un altro motivo per cui ha iniziato a scrivere romanzi così tardi?
IM: Ho sempre scritto. La prima volta che ho scritto cento pagine avevo circa quindici anni. Ma per cinquant’anni non sono stato in grado di finire nulla. È che mi mancava la sicurezza. Iniziavo a scrivere un romanzo di alto valore artistico, e poi mi dicevo: “Perché sto scrivendo qualcosa di tanto presuntuoso? Farei meglio a scrivere un romanzo che incontro il gusto popolare, e con i soldi potrò poi scrivere quello che mi piace”. Quindi mettevo da parte il manoscritto e cominciavo a scrivere qualcosa di più commerciale. Ma a un certo punto dicevo a me stesso: “Perché sto sprecando il mio talento per scrivere qualcosa di tanto commerciale? Se potessi scrivere un solo libro, dovrei scrivere il libro più meraviglioso possibile!” E quindi mettevo da parte anche quel manoscritto. Ma a questo punto non potevo tornare al primo, quindi ne iniziavo un altro. Sono andato avanti così per cinquant’anni.

3. Lei ha pubblicato Yeruldelgger (e il seguito, Les temps sauvages, di cui parleremo più avanti) con lo pseudonimo di Ian Manook. Perché ha scelto di usare uno pseudonimo, e perché questo?
IM: Il tutto viene da una sfida con la più giovane tra le mie figlie. Quando è diventata abbastanza grande, ho cominciato a farle leggere quello che avevo scritto durante il giorno. Quando si è trasferita in Argentina, le ho chiesto se voleva che le mandassi quelle stesse pagine via posta elettronica, ma lei mi ha detto che si era stufata: non sapeva come finivano le storie, non conosceva il destino dei personaggi, e quindi mi ha detto che non avrebbe più letto niente di mio finché non avessi finito un libro. Allora le ho detto che non solo avrei finito di scrivere un libro, ma che ne avrei scritti due all’anno, di generi diversi e con pseudonimi differenti. Quindi, nel 2012 ho scritto e pubblicato un saggio sull’arte di viaggiare, con il mio vero nome (Patrick Manoukian), e un romanzo per ragazzi che ha vinto il premio di miglior romanzo del 2012, e nel 2013 ho pubblicato un romanzo non di genere, con il nome di Jacques Haret, e l’ormai famoso Yeruldelgger con lo pseudonimo di Ian Manook. Per crearlo, ho semplicemente tolto “Ian” dal mio cognome “Manoukian”, e l’ho usato come nome proprio.

4. Lei ha deciso di ambientare il suo romanzo in Mongolia. Qual è stata la ragione della sua decisione?
IM: Scrivere un thriller non è stato facile per me, poiché al periodo non avevo nessun retroterra nel genere. Quindi ho deciso di mettere in pratica una regola che mi sono imposto nel io lavoro: che tutto sia “rilevante e inatteso”. Per renderlo rilevante, ho costruito la classica trama di un thriller. Per renderlo inatteso, ho deciso di scegliere un’ambientazione inusuale. Volevo che ci fosse un’atmosfera… “rocciosa”, quindi ho guardato tra i miei ricordi di viaggio; la scelta alla fine era tra Patagonia, Alaska, Islanda e Mongolia, tutti luoghi che ho visitato. Alla fine ho scelto la Mongolia perché il retroterra sciamanico della loro cultura fornisce agli elementi essenziali di un thriller (la morte, il destino, la violenza, la verità) una ruvidità diversa da quella che hanno nella cultura occidentale.

5. Yeruldelgger si incastra nella lunga tradizione dell’investigatore (o poliziotto) “A pezzi”. Cosa le ha fatto decidere di dargli un passato tanto doloroso?
IM: Perché l’ho preso da uno dei miei diciotto romanzi incompiuti: era Donnelli, un poliziotto di Brooklyn… ma, appena si è trasformato in Yeruldelgger, è diventato evidente per me che avrei dovuto renderlo la personificazione della sua patria, una nazione che tutti considerano rocciosa, eterna, immutabile, ma che invece potrebbe scomparire nel giro di vent’anni dal punto di vista politico, economico e addirittura fisico. Lo stesso vale per Yeruldelgger.

6. Yeruldelgger ha avuto un grande successo in Francia, vincendo l’importantissimo “Prix SNCF du polar” e una decina di altri premi; si aspettava una risposta del genere da parte dei lettori?
IM: Nessun thriller ha mai vinto tanti premi quanto Yeruldelgger. Nel primo anno dopo la pubblicazione ha vinto sedici premi dei lettori ed è l’unico romanzo da aver mai vinto, nello stesso anno (ed essendo un romanzo d’esordio) i tre premi principali: il “Prix SNCF du polar”, il “Prix ELLE du polar” e il “Prix Quais du polar”. Quando una cosa del genere capita a te, per il tuo primo romanzo, pubblicato all’età di sessantacinque anni… è ad anni luce al di sopra delle mie aspettative.

7. Ha ricevuto qualche feedback dalla Mongolia?
IM: Sì, e sono fiero di dire che tutti sono stati molto positivi. Molti mi hanno detto che hanno visitato la Mongolia con il libro in tasca. Una persona mi ha raccontato che la gente, a Ulan Bator, chiede di andare a vedere i posti che descrivo nel libro; una volta, qualcuno ha addirittura organizzato un tour dei luoghi di Yeruldelgger…

8. Su Salon littéraire, lei ha (ironicamente) fornito ai lettori dieci motivi per non leggere Yeruldelgger; potrebbe darne a noi in paio per cui invece dovremmo leggerlo?
IM: Perché sono abbastanza vecchio da non poter più aspettare troppo a lungo prima di ricevere feedback positivi. E perché è il primo volume in una trilogia, e vi conviene leggerlo se volete godervi al meglio quello che seguirà.

9. Les temps sauvages è il secondo romanzo nella serie. Senza anticiparci troppo, potrebbe dirci cosa aspetta i suoi personaggi in questo libro?
IM: Nel primo romanzo, Yeruldelgger cerca di continuare a seguire le tradizioni del popolo nomade dal quale proviene; è profondamente convinto che sia quello il collante che tiene unita la società anche se, sia nel suo ruolo di polizioto che a causa delle sue tragedie personali, spesso deve allontanarsene. Nel secondo libro, Yeruldelgger è arrabbiato. È arrabbiato per il fatto di essere arrabbiato. È arrabbiato perché la rabbia sembra essere l’unico modo di affrontare la gente e le cose, di confrontarsi con loro. E perché capisce che questa rabbia gli consentirà di avere la meglio sulle anime malvagie, anche a costo di perdere la sua.

10. Ha intenzione di continuare a scrivere molte altre storie riguardo Yeruldelgger e i suoi colleghi della polizia di Ulan Bator, o ne ha un numero preciso in mente, con un inizio (Yeruldelgger) e una fine?
IM: Come ho detto prima, si tratta di una trilogia. Ho scritto il terzo romanzo l’estate scorsa, e uscirà in Francia in ottobre.

11. C’è qualcosa che vuole aggiungere per i suoi lettori italiani?
IM: Sono molto contento di essere tradotto in italiano, e per una casa editrice tanto seria come la Fazi. Una delle mie figlie vive a Pisa, e una volta ho scritto che penso spesso di trasferirmi in Italia per continuare a scrivere. Una cosa è certa: spenderò gran parte dei guadagni che avrò da questo libro per venire in visita il più spesso possibile. Ho aspettato tanto, ma sento che finalmente Yeruldelgger mi porterà questa parte di “Dolce Vita” che tutti ci meritiamo.

Detto questo, ringraziamo Monsieur Manoukian per essere stato tanto gentile da accettare questa conversazione con noi, e anche per il suo romanzo Yeruldelgger che sarà disponibile dal 30 giugno 2016. In pari data troverete la recensione su questo blog, sempre a cura di Marco A. Piva.

Vi lasciamo a un simpatico video dell’autore: