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Contorni di Noir | September 24, 2017

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Intervista a R. J. Ellory

| On 13, Giu 2016

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(c) Cecilia Lavopa

Roger Jon Ellory è un famoso scrittore inglese di romanzi thriller. La sua lunga ed interessante biografia lo colloca nelle classifiche internazionali di best-sellers e potrete leggere tutto questo sul suo sito: http://www.rjellory.com/about/biography/
Ho avuto il piacere di intervistarlo nel 2012 e recentemente l’ho incontrato a Milano durante il tour di presentazioni in Italia dei suoi ultimi romanzi che portano il marchio della casa editrice 21 Editore: Il circo delle ombre e Il diavolo e il fiume. Così l’ho intervistato, buona lettura!

1. Benvenuto Roger e grazie della tua disponibilità. Cominciamo con una domanda per farti conoscere ai tuoi lettori: cosa vorresti sapessero di te?
R.: Non credo mi sia stata fatta una domanda simile prima! Bene, che cosa posso dire? Suppongo di essere fortunato a trovarmi in una situazione nella quale la maggior parte del mio  tempo è occupato da cose che amo. Scrivo romanzi, racconti brevi, romanzi grafici, sceneggiature. E poi ci sono i progetti di musica in cui sono coinvolto con il gruppo The Whiskey Poets, oltre a comporre musica per film e televisione. C’è voluto tanto tempo e lavoro e nessuna di queste cose si è verificata per un colpo di fortuna! Sono anche molto fortunato ad avere uno splendido rapporto con mia moglie, con me da quasi trenta anni a lavorare di fianco a me, ad incoraggiarmi e a sfidarmi. Tuttora amo scrivere come non mai, e penso che continuerò sempre a scrivere in una forma o  in un’altra. Sono un maniaco  del  lavoro . Non mi fermo  mai.  Non dedico molto tempo al relax e non mi prendo una vacanza.

2. Quali sono stati i tuoi esordi? E’ stato difficile essere pubblicati? A cosa hai dovuto rinunciare e di che cosa ti sei arricchito?
R.: Penso che  chiunque sia guidato  dalla passione – specialmente nel campo artistico – debba fare dei sacrifici. All’inizio è stato molto difficile. Il vero sacrificio è stato la vita sociale, il tempo per gli amici e la famiglia. Facevo due lavori e scrivevo anche da molti anni, per cui non facevo mai niente se non lavorare! Incominciai a scrivere il 4 Novembre 1987, e tra allora e il 17 Luglio 1993 ho scritto qualcosa ogni giorno ad eccezione di tre giorni in cui ottenni il divorzio. In quel periodo completai ventidue romanzi, qualcosa come tre milioni e mezzo di parole, e in momenti diversi discutevo con un paio di agenti, con una o due case editrici ma niente mi rendeva per quanto avrei voluto. Prima di tutto scrivevo a mano e poi acquistai una macchina da scrivere, e finalmente andai a finire con un word processor  Amstrad  specializzato che impiegava circa mezz’ora a scaldarsi!

Trascorsi quei sei anni a spedire materiale ad editori britannici e ricevetti circa cinquecento lettere complimentose e molto educate che mi dicevano “Grazie,  No, grazie”. Capisco il puro e semplice lavoro che una manciata di persone deve sbrigare a fatica in una casa editrice. Mi sono stati forniti dati su quanti manoscritti non richiesti arrivano alle maggiori case editrici ogni settimana, e quella cifra è sbalorditiva. La mia convinzione era che se avessi continuato a farlo alla fine avrei trovato la persona giusta nella giusta casa editrice al momento opportuno. Disraeli diceva: “Il successo dipende interamente dalla costanza dello scopo”. Comunque, dopo sei anni in cui continuavo a fare ciò pensai,” E’ troppo” e smisi di scrivere. Allora studiai musica, fotografia, tutto quel genere di cose, e non ritornai a scrivere fino alla seconda parte del 2001. Fu allora che scrissi “Candlemoth”.

Lo mandai a trentasei editori, trentacinque dei quali me lo rimandarono indietro. Tutti tranne Bloomsbury, e un redattore lo diede ad un amico che lo diede ad un amico e finì ad Orion con il mio attuale redattore, e abbiamo lavorato insieme su otto libri.  Da quando Orion si è impegnato per iscritto con me ci sono stati un paio di commenti fatti da un paio di editori che ho incontrato su come  all’inizio avrebbero dovuto perseguire il proprio fine con più tenacia. Il primo materiale non pubblicato starà proprio dove è in soffitta. Era un genere diverso, in un certo modo più soprannaturale , e ad ogni modo scrivo meglio ora. Penso che il periodo in cui non ho scritto tra il 1993 e il 2001 mi ha reso più conciso, mi ha fornito maggiore chiarezza su ciò che volevo dire. Recentemente sono ritornato indietro e ho letto qualcuno dei miei primi lavori ed erano un po’ prolissi. Ad ogni modo, è stato un buon esercizio!

3. Da dove nasce la necessità di raccontare storie agli altri?
R.: Sono sempre stata una mente creativa sin da giovanissimo. I miei primi interessi erano nel campo dell’arte, fotografia, musica e cose del genere.. Solo quando avevo ventidue anni presi in considerazione la possibilità di scrivere. Ricordo di aver avuto una conversazione con un mio amico su un libro che stava leggendo, ed era tanto entusiasta! Pensai” Sarebbe fantastico ottenere quel genere di effetto”. Quella sera- nel novembre 1987 – incominciai a scrivere il mio primo libro, e una volta iniziato non sono riuscito a fermarmi, e ora penso che ho proprio impiegato quei primi ventidue anni della mia vita a scoprire  ciò che volevo fare veramente. Ora mi sembra cosi naturale  che non potrei immaginare di fare qualcosa di diverso. E perché vogliamo raccontare storie? Penso che il raccontare storie sia vecchio come il dono della parola e non meno importante. Raccontare storie è una tradizione, un patrimonio, un’ eredità…è il passato che si fa strada verso il futuro in uno sforzo di mostrarci quelle cose che non siamo riusciti ad imparare dalla nostra esperienza .Il raccontare storie è una magia che può essere restituita ad un’età che è quasi dimenticata.  Suppongo che tutti sentiamo che abbiamo qualcosa da dire, che ciò che abbiamo da dire potrebbe interessare la gente, e raccontare storie è il modo migliore per trasmettere quel messaggio.

4. E’ uscito il romanzo “Il circo delle ombre” seguito da “Il diavolo e il fiume” di 21 Editore, dopo un silenzio durato..quanto tempo? Come è nata l’idea?
R.: Sono molto molto felice che i miei libri siano stati di nuovo pubblicati in italiano. L’editoria è un business. E’ un dato di fatto. Anche se abbiamo a che fare con una creazione artistica – teatro,musica, film etc…dobbiamo proprio accettare che è un business. Ci sono molte ragioni per cui l’editoria in tutto il mondo è in lotta, e so che gli editori stanno facendo tutto ciò che possono per continuarla., ma se diventa non realistico continuare una particolare sigla editoriale o un genere allora capisco che una tale sigla editoriale o genere deve essere sacrificato. Ora sono molto soddisfatto di aver trovato Editore 21, e spero di avere insieme una lunga  partnership piena di successo.

5. Com’è cambiato nel corso degli anni? C’è un Ellory prima e un Ellory dopo? O sei riuscito a mantenere un certo filone narrativo?
R.: Penso di aver imparato molto durante gli scorsi anni di produzione. Quando  lavori con redattori ed agenti, con editori e quando  ascolti giornalisti e lettori, incominci a vedere il tuo lavoro da un punto di vista oggettivo. Non penso che le mie aree di interesse siano cambiate, ma mi sono forse reso conto di come raccontare una storia in un modo pìù abile ed efficace. Inoltre, scrivere è come molte altre cose- più lo fai, più capisci la sua tecnica, come usare la lingua, come creare tensione etc. La lingua , la grammatica e la sintassi sono strumenti, come martello e chiodi, e incominci ad usarli con più competenza. Penso di dire anche di più con meno parole oggigiorno.

6. Michael Travis è protagonista del romanzo de Il Circo delle ombre. Parlaci di lui. In alcuni tratti mi ha ricordato quello che hai scritto della tua infanzia. Un ragazzino rinchiuso tra 4 mura, che sia un carcere o lo State Welfare, ex struttura militare.
R.: Michael  Travis è stato un uomo con tantissime certezze nella sua vita. Ha affrontato il trauma e i problemi della sua giovinezza investendo in un credo. Ha scelto un sentiero nella sua vita nel quale avrebbe dovuto prendere pochissime decisioni. Era ciò che voleva. Era ciò di cui aveva bisogno. Così da quella prospettiva lui ed io non siamo più diversi di quanto io abbia sempre scelto il sentiero meno trafficato. Ho sempre scelto di fare affidamento su cose che fossero incerte, per correre rischi. L’intero scopo del libro era creare questo personaggio con tutte queste certezze, e poi portare via le sue certezze. E’ ciò che volevo fare – fare andare a pezzi tutto intorno a lui così si sarebbe sentito come essere in un terremoto psicologico. Tutto ciò che dovrebbe essere solido e sicuro era fragile e trasparente.

7. Il circo Diablo è il luogo in cui ruota tutta la storia, un cadavere trovato sotto la piattaforma della giostra con il collo spezzato. Gente ai margini che rifiuta di essere etichettata, spaventa da un lato ma dall’altro c’è sempre qualcuno che la vuole sfruttare. Ce ne vuoi parlare?
R.: Si, naturalmente. Questi personaggi non sono quelli che sembrano essere. Sembrano essere pericolosi, sovversivi, una minaccia, esattamente il genere di persone con le quali non si vorrebbe avere a che fare. Questi sono, naturalmente, individui cattivi, e poi arrivi a conoscerli e scopri che sono individui buoni. E’ l’altro principale punto di vista del libro – niente è ciò che sembra essere. Penso che qui il messaggio sia che noi tutti viviamo con le nostre idee fisse e preconcetti sulle persone, sulla vita, su noi stessi. Sto raccontando una storia che dimostra come ciò che sappiamo sia vero è  vero molto raramente. C’è molto di più nella vita, nelle persone, in noi stessi. Noi tutti siamo molto più capaci di quanto ci hanno portato a credere. Penso che siamo stati fatti per pensare che non possiamo fidarci della nostra conoscenza, della nostra intuizione, e ho scoperto che quando le persone si fidano di quelle cose hanno spesso ragione.

8. Michael Travis entra a far parte dell’FBI per sete di conoscenza, bisogno di sapere. Aveva paura delle sue ombre. Di quali ombre ha paura R.J. Ellory?
R.: Del  fallimento. Il  non contribuire a cambiare le cose. Arrivare alla fine della mia vita e avere la sensazione di avere sprecato del tempo. Penso che arriviamo alla fine delle nostre vite e pensiamo a tutte le cose che rimpiangiamo. Non rimpiangiamo ciò che abbiamo fatto ma ciò che non abbiamo fatto. Credo che ciò dica tutto di me. Tutto ciò che voglio fare…beh, devo trovare un modo per farlo.

9. In una precedente intervista sul mio blog, raccontavi della tua intenzione di ridurre le differenze tra il personaggio buono e quello cattivo, così da instillare nel lettore il dubbio che entrambi abbiano torto o ragione. Hai optato per la stessa scelta anche in questo romanzo. C’è sempre un barlume di luce anche nel più buio dei luoghi?
R.: Si, l’ho scelta. Tutti sono buoni e cattivi, tutti hanno ragione e torto, tutti sono sinceri e bugiardi. Non credo negli individui buoni con i cappelli bianchi e negli individui cattivi con i cappelli  neri. La vita non è così, e perciò non voglio scrivere un tale libro. Penso che in ognuno ci sia del buono e del cattivo, e c’è buono e cattivo in ogni situazione della vita.

10. Vi è una frase in cui scrivi che le illusioni possono essere altrettanto convincenti come qualsiasi realtà. Ma dove finisce l’illusione di Michael Travis e dove comincia la realtà?
R.: La realtà di Michael è semplicemente ciò che crede. Qualunque cosa egli creda è reale per lui. Quando cambia le sue convinzioni, cambia la sua realtà, e di conseguenza le sue priorità, le cose che ritiene importanti, in fine ciò a cui è fedele.

11. In “Un semplice atto di violenza”, vi è uno spaccato sociale di un Paese che ha dovuto confessare molti errori commessi dai Presidenti in carica, uomini fra i più potenti del mondo che, in nome di ideali sbagliati, hanno lasciato uccidere, torturare centinaia, migliaia di persone. Il tutto, insabbiando ogni traccia. Anche in questo romanzo vi sono molti riferimenti storici e ad azioni del passato da dimenticare. Qual è il confine fra thriller e informazione?
R.: Mi impegno a fare una gran quantità di ricerche, ma lavoro sempre per integrare il fatto nel racconto in modo che sia equilibrato. Trovo la ricerca affascinante. Mi piace leggere , mi piace fare domande e scoprire tutto ciò che posso su qualcuno o qualcosa. E’ proprio la mia natura. John Lennon diceva che si dovrebbe trovare da fare qualcosa  che si ama, e poi non si lavorerà mai un altro giorno nella vita. Mi piace fare ricerche e mi piace scrivere per cui non lo sento come un lavoro duro. Spesso potrei lasciare dei vuoti nello script riguardo a date, nomi e cose simili in quanto non voglio interrompere il flusso del materiale.

La ricerca può creare dipendenza in quanto ci sono tanti diversi soggetti in cui uno può essere interessato. Il mio agente una volta mi dimostrò di avere perfettamente ragione. Disse ”porta il tuo sapere con leggerezza”, volendo dire che non si dovrebbe mai seppellire  la trama del proprio romanzo sotto un tonnellaggio di fatti. Non si sta scrivendo un manuale,  si sta scrivendo qualcosa che ha come primo scopo il divertimento. Credo che l’unico pericolo per me con la ricerca è che talvolta trovo i soggetti così affascinanti che non mi rendo conto di aver scritto molto! Quanto ai confini, sembra ce ne siano pochissimi! Il fatto è più insolito della narrativa. Sono normalmente stupito da ciò che scopro mentre lavoro su un libro. Le coincidenze e le straordinarie circostanze che sembrano definire la razza umana sono spesso troppo strabilianti da credere che siano vere!

12. “Il passato è passato, il presente è adesso, il futuro è sconosciuto”. Come sono il passato, il presente e il futuro di Ellory? Scegli un aggettivo per ciascuno per descriverli.
R.:
Il passato: Impegnativo
Il Presente: frenetico
Il futuro: entusiasmante

13. Nella mia precedente intervista, mi incuriosivano le tue origini britanniche e, a fare da contraltare, la scelta di scrivere storie ambientate in America. Mi rispondesti che amavi le atmosfere e la diversità di cultura. A me pare ci sia anche una critica alla strumentalizzazione del potere e delle istituzioni. Convincimi che non è così.
R.: Conosci la verità tanto quanto me! L’America è un luogo strano. E’ splendido da visitare, per fare esperienze, ma non è il posto dove vorrei vivere da qualche parte. Penso che il problema fondamentale dell’americano – quanto alla cultura- è che si crede libera, liberale e democratica, che offre a chiunque l’opportunità di assicurarsi un posto e creare il proprio “Sogno Americano”. E’ un’illusione. Ci sono moltissimi diritti umani fondamentali ed essenziali che noi diamo per scontato in Europa che non esistono in America. Non è un paese libero. E’ anche un aggressore e guerrafondaio. L’America vede qualcosa che vuole (terra, petrolio, minerali etc.) e creerà un motivo per invadere e prenderlo. Non è la gente, è il governo, le istituzioni, gli uomini di potere (che ovviamente non sono gli stessi del governo). Queste sono persone pericolose e antisociali e hanno creato un’illusione sull’America in cui la gente vuole credere.. Penso che l’America rappresenti tutto il meglio e tutto il peggio dell’umanità, e mi dispiace… non farti sentire un po’ meglio riguardo a loro!