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Contorni di Noir | October 23, 2017

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Intervista a Andrea Garbarino

| On 15, Lug 2016

Sud Africa, b_n

Conobbi per la prima volta Andrea Garbarino in occasione di BookCity Milano 2013, dove presentai tre bravi scrittori, uno era lui e gli altri due Sergio Altieri e Massimiliano Santarossa. Ne uscì un bel confronto nel quale i tre autori parlarono del futuro dai loro diversi punti di vista.
Sempre di futuro si parla nel nuovo romanzo di Andrea Garbarino, esattamente del 2022. Il titolo è “Le finestre sul confine” (Endemunde, 2016).
L’ho presentato il 15 giugno alla Libreria Open di Milano e vi riporto la nostra chiacchierata davanti a un pubblico attento. Buona lettura!

1. Benvenuto, Andrea, descriviti con tue parole. Cosa vuoi che sappiano di te i tuoi lettori?
Finita l’università , ho avuto la fortuna di realizzare, nella vita, ciò che mi piaceva. Sembra incredibile, ma trenta o quaranta anni fa potevi scegliere che lavoro fare, dove e con chi. Potevi cambiarlo, ripartire da zero con un progetto, crescere, farti ascoltare. Non tutto mi è andato bene, ma ho messo in cascina molte esperienze memorabili. Chi è stato adolescente negli anni Sessanta e giornalista tra i Settanta e i Novanta, sa di cosa parlo.

2. E’ uscito il tuo ultimo romanzo intitolato “Le finestre sul confine”, ambientato nel 2022. Com’è nata l’idea? Un futuro prossimo alle porte?
Cinque anni fa misi giù una scaletta dettagliata di un noir ambientato in una tranquilla località  di confine, dove centinaia di ricchi borghesi italiani bivaccavano in attesa di passare la frontiera per rifugiarsi in Engadina. Fuggivano dal collasso dell’economia italiana, uscita dall’euro e tornata alla lira, e dai pesanti disordini di piazza causati dalla scarsa attenzione del governo per il destino di precari ed emarginati. Poi abbandonai il progetto, pensando che lo scenario fosse poco plausibile. Nel gennaio scorso pensai che l’idea era diventata molto più verosimile e in due mesi terminai il romanzo. Che si è rivelato ancora più profetico dopo la Brexit.

3. Personaggio principale del tuo romanzo è l’avvocato Alberico Ascanio d’Aubry. Ingessato nelle tradizioni, un’educazione rigida alle spalle. Ce ne vuoi parlare?
Alberico d’Aubry è il prodotto di una tipica educazione alto borghese del primo dopoguerra, scandita da regole minuziose e severissime e segnata dal distacco affettivo dei genitori. D’Aubry, cresciuto in un ambiente conservatore, è un uomo che ha dovuto adattarsi più volte alle veloci, dirompenti rivoluzioni culturali e sociali degli ultimi quarant’anni. Lo ha fatto, più o meno controvoglia, per restare a galla ma arrivato a 69 anni decide di praticare con maggiore cautela la ginnastica richiesta dal trasformismo due punto zero. Si trova sul difficile confine tra la maturità  e le prime avvisaglie della senilità. Non ha ancora rinunciato a certi ardori tardo giovanili e vive un periodo confuso in cui si alternano fermezza e rassegnazione, ambizioni e pigrizie, infatuazioni e disillusioni, tolleranza e insofferenze. Questo gli dona un fascino particolare, apprezzato da molti lettori: i giovani ci vedono in filigrana la fragilità  dei padri, i sessantenni si riconoscono negli improvvisi buchi di memoria, negli errori che commettono, nella furia che li prende davanti alle sciatterie, alla volgarità  dei nostri giorni.

4. D’Aubry lavora in uno studio prestigioso di avvocati in via Borgogna, a Milano. Riceve un incarico dalla sorella di Porzia Klavis, erede di una storica e facoltosa famiglia della Valchiavenna, scomparsa nel nulla senza lasciare tracce. Di cosa si occupa esattamente e qual è il motivo per il quale un avvocato si improvvisa investigatore?
L’avvocato d’Aubry si occupa di conciliazioni. Nelle vertenze tra due parti cerca di trovare soluzioni cosiddette “win-win”, in cui non vi sia un vincitore e un soccombente bensì un accordo che contemperi gli interessi dei due litiganti. E’ un modo veloce e soprattutto riservato di comporre le liti, che consente di non mettere in piazza alcuni aspetti delicati, come per esempio la provenienza delle fortune di cui si discute. Il caso che Rico si trova ad affrontare a Chiavenna richiede appunto discrezione, per motivi che preferirei non svelare al lettore. Quel che posso dire è che il singolo mistero della sparizione di una ricca ereditiera diventa assai più ampio quando in valle cominciano a fioccare strani omicidi, apparentemente senza alcun legame tra loro.

5. Rico vive con Fiorella, un colpo di fulmine per una donna vivace e divertente. Lui la definisce “un tifone umano”. Il loro rapporto è carico di tensioni. Ci vuoi spiegare il motivo?
Rico ama Fiorella, molto più giovane di lui, perché è una che pensa con la sua testa, che non si ferma davanti a verità  preconfezionate e di comodo. La invidia ma allo stesso tempo la teme. Perché una parte di lui non è pronta ad accettare le ricadute dell’eccessiva autonomia della sua donna, le sue assenze, i suoi viaggi di lavoro. Rico è un uomo in bilico tra progressismo e restaurazione e anche in campo sentimentale non si smentisce. Non riesce a mascherare fino in fondo la sua misoginia e la nostalgia per i bei tempi in cui l’unico ad avere i pantaloni in casa era l’uomo. Sentimento molto diffuso tra gli uomini della sua età. Quelli che proclamano il contrario lo fanno perché è politicamente corretto.
Ma basta raccogliere qualche confessione off the records e tra loro emergono i rimpianti per la famiglia tradizionale di 50 anni fa dove, come ha spiegato molto bene Albinati (“La chiesa cattolica”, N.d.R.) sull’amore tra uomo e donna prevaleva la funzionalità  del nucleo familiare, e cioè sostentare, educare, conservare. Le famiglie si reggevano su ruoli consolidati, l’amore era un corollario marginale, si riduceva a zero nel giro di qualche anno ma il nucleo restava in piedi, seppure tra molte rinunce e umiliazioni delle donne. Poi l’amore ha preso il sopravvento e con la sua volatilità  ha messo in crisi la famiglia. Come sintetizza Albinati, oggi “l’amore è la tomba del matrimonio.”

6. Insieme all’avvocato D’Aubry vive Bonnak, il maggiordomo di origini cambogiane. Un osservatore attento e silenzioso. Sembra essere l’unico personaggio senza macchia e senza disonore..
Per come l’ho pensato, Bonnak è l’unico personaggio veramente positivo del libro. Non ha macchie nel passato ed esprime invece molta dignità  nella sua quotidiana cura dell’uomo che gli ha affidato le sue incombenze pratiche e parte dei suoi crucci per come va il mondo. Tra i due c’è un rapporto molto più chiaro e gratificante di quello che Rico ha con la sua compagna. Bonnak, appassionato buddista, istintivamente raffinato, intenditore di vini e gastronomia orientale, di vent’anni più giovane di Rico, lo aiuta nelle indagini con delle sorprendenti intuizioni. E lo sostiene, senza darlo a vedere, nei momenti in cui l’autorevolezza del famoso avvocato cede il passo alle inquietudini più brucianti. Semplificando, Bonnak incarna il modello di donna che Rico sogna di avere accanto: accudente, intuitiva, riservata, elegante e attenta alle sue esigenze, la cui priorità è indiscutibile.

7. Il tuo è un noir di confine tra la Valchiavenna e l’Engadina. Quali sono i reali confini della società di oggi, a parte quelli meramente geografici?
Il vero problema è che molti confini sono stati sommersi dalla cosiddetta società  liquida, lasciando spazio alle incertezze tra ciò che è bello, giusto, ragionevole, accettabile e ciò che non lo è. Non ho mai registrato, nelle molte primavere che mi sono lasciato alle spalle, un tasso di smarrimento personale e collettivo come quello attuale. Molti concetti, persino molti vocaboli, oggi stentano a trovare una definizione circoscritta e univoca. Ci siamo alleggeriti di molti vincoli e abbiamo abbattuto molte frontiere ma questo disboscamento ha favorito soprattutto l’individualismo, la frammentazione, l’incertezza. A subirne le conseguenze sono stati sopratutto i più deboli, quelli culturalmente meno preparati ad accettare il bisogno di libertà  di chi fino a qualche tempo fa davanti a loro chinava la testa e obbediva.

8. Prima di essere scrittore, sei stato giornalista. Il primo racconta storie inventate e il secondo descrive i fatti dopo averli verificati. Ma quanta e quale libertà  esiste in una e nell’altra professione?
Il giornalismo è molto cambiato. Era un’attività  professionale esercitata all’interno di imprese che dall’autonomia, l’accuratezza e lo spirito critico dei giornalisti ricavavano un giusto profitto. La convivenza era accettabile. I giornalisti non godevamo di una libertà  illimitata ma neppure condizionata dai criteri tipici dei business oggi in palese declino: quantità  (mal pagata) anziché qualità . Calo della pubblicità, concorrenza dei social media e della tv on demand hanno assestato alla professione una botta pesantissima. Si è allargata la platea dei giornalisti precari, free lance pagati un centesimo a riga. Quale libertà possono invocare? Scrivere romanzi ne dà  di più, anche se il collo di bottiglia si crea nel momento della pubblicazione. I grandi editori devono fare i conti con margini sempre più ridotti e anche qui la qualità  a volte ne risente. Ma poi cos’è la qualità letteraria? Come si misura? Io non sono riuscito ad andare oltre le prime 40 pagine del premio Strega “La Ferocia” e ho trovato invece deliziosa una brevissima “Storia politica del filo spinato” di Olivier Razac, e appassionante il saggio “La rapina in banca” di Klaus Schonberger, godibile come e più di un noir d’autore. Non è solo, banalmente, una questione di gusti, ma di cosa uno chiede a uno scrittore cui dedica tempo e attenzione.

9. In uno dei tuoi precedenti romanzi, “Gli appartati” (Tropea Editore 2010), racconti di personaggi in fuga dalla realtà  verso una meta non delineata, ma priva di seccature e di complicazioni. Un modo per vivere ai confini della società  senza essere imbrigliati nelle convenzioni. Tu vivi tra la Valchiavenna e la Grecia. Anche tu fuggi da qualcosa? Fuggire per trovare o per ritrovarsi con se stessi?
Non credo che la mia sia una fuga, una ritirata. E’ una ricerca. Preferisco appartarmi non tanto perché, come dice Rico scherzosamente, io sia sociopatico, ma perché questa società  la patisco. Questa società, e non qualsiasi società . Mi interessa sempre meno il modo in cui si discioglie, fa vittime, si stordisce e soprattutto comunica. Troppa comunicazione e troppo poco meditata. Prevale il format del cabaret. Tutto diventa una battuta, una risata, una smorfia. Preferisco stare appartato. L’appartato non fa confusione, non violenta il cielo con le sue fotoelettriche, non pesa sulla schiena di qualcuno, non si allarga. E’ un organismo non infestante, autosufficiente. Occupa spazi che gli altri disdegnano: terreni vaghi, luoghi disertati e dagli indirizzi imprecisi in cui, come dicono i miei figli, Non c’è niente da fare. Quei posti, l’appartato li rispetta, li coltiva, li protegge. Li ama per l’armonia che trasmettono ai suoi sensi. E soprattutto per il silenzio. Oggi il silenzio è considerato un disvalore, un vuoto da riempire a ogni costo, anche di spazzatura. La quiete, al contrario, è una risorsa decisiva per l’armonia. Claudio Magris ha definito la quiete in un modo bellissimo: La libera pace che si consegue quando cessa ogni smania di fare e di chiedere. Ecco, quella è la libera pace che cerco.

10. Hai viaggiato molto, soprattutto nei paesi sudamericani. Cosa ti sei portato e cosa, invece, hai lasciato?
Ho viaggiato e vissuto in paesi i cui grandi spazi ti inducono ad aprirti, a spalancare lo spirito. Gli incontri, in ambienti così rarefatti, assumono colori vividi, tratti che lasciano il segno. Ogni storia è plausibile dove il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente è filtrato unicamente dalla sua esperienza, da quel che pensa e che fa. Non necessariamente da quel che dice. La preponderanza del dire sull’agire è un’aberrazione tipica del Vecchio continente. Nei grandi spazi, non servono tante parole. Ti giudicano per quello che fai. Un po’ come nei romanzi che piacciono a me, dove piano piano scopri di che pasta sono fatti i personaggi dal modo in cui scansano un serpente o soccorrono una persona in difficoltà.

Cecilia Lavopa