Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Contorni di Noir | November 22, 2017

Torna su

Alto

Intervista a Paolo Roversi

| On 14, Ott 2016

pr_duomo_082012
Paolo Roversi è nato nel 1975. Scrittore, giornalista e sceneggiatore, vive a Milano. Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire (premio Selezione Bancarella, premio Garfagnana in giallo).
Gli altri suoi romanzi sono Taccuino di una sbronza (Morellini), PesceMangiaCane (Edizioni Ambiente) e L’ira funesta (Rizzoli).
I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti.
Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per serie televisive e cortometraggi.
È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival e del portale MilanoNera.
Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo nuovo romanzo uscito per Marsilio, La confraternita delle ossa, il primo episodio di una serie con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi che comprende anche La marcia di Radeschi (Mursia), La mano sinistra del diavolo (Mursia, premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007), Niente baci alla francese (Mursia) e L’uomo della pianura (Mursia).

Queste sono le domande che gli abbiamo posto:
1. Ciao Paolo, grazie della tua disponibilità e parlaci di te: cosa vorresti sapessero i tuoi lettori?

P.: Che è uscito il mio nuovo romanzo La confraternita delle ossa (Marsilio), che non è un giallo ma un thriller e che, finalmente, dopo tanto tempo, ho scritto una storia con protagonista Enrico Radeschi.

2. Hai pubblicato un romanzo intitolato “il mio nome è Bukowski”, dove hai voluto raccontare la tua versione dello scrittore che ti ha fortemente influenzato. Se scrivessi ora un romanzo intitolato “Il mio nome è Roversi”, che cosa conterrebbe?
P.:La lista dei miei romanzi, perché gli scrittori parlano con quelli e poi l’indicazione che non sono parente con Patrizio o Roberto con cui spesso mi confondono…

3. Nel tuo romanzo hai voluto fare omaggio a Scerbanenco. Quali differenze ci sono secondo te tra il tuo personaggio Radeschi (un giornalista freelance ed un esperto hacker) e Duca Lamberti (ex medico radiato dall’ordine colpevole di eutanasia) ? Pensi che abbiano delle similitudini?
P.: Le differenze sono molte: i due sono personaggi molto diversi per formazione, metodo d’indagine e approccio alla vita. Hanno tuttavia un punto in comune; si muovono sullo stesso scacchiere: Milano. Una città perfetta per ambientarci dei gialli.

4. La prima Escape Room Adventure italiana ti ospita per raccontare “Delitto nella stanza chiusa”, la nuova avventura di Enrico Radeschi, l’investigatore hacker che attraverso i segreti che nasconde la nostra organizzazione, svela il mistero di una nuova stanza: The Impossible Station. Nel tuo romanzo c’è una stanza segreta? Tipo un passaggio o un capitolo che ti è costato fatica, anche se noi lettori non ce ne accorgiamo?
P.: Ci sono molti capitoli su cui ho dovuto faticare più di altri. Ma fa parte del gioco: in genere sono quelli in cui la trama si snoda, dove si scopre chi è il cattivo e dove si risolve l’indagine. Scriverli bene è come passare attraverso un passaggio segreto che ti porta dall’angoscia alla soddisfazione.

5. Nel romanzo parli non solo di Milano, ma anche di luoghi esistenti come la libreria Lirus di Via Vitruvio o il ristorante La Pobbia 1880 di Milano. Perché questa scelta?
P.: Da sempre mi piace raccontare di luoghi esistenti che il lettore può conoscere, visitare. Andarci a mangiare se si tratta di un locale o a comprarci i miei romanzi se racconto di una libreria. Un espediente che secondo me rende quasi reale una storia di finzione.

6. Hai detto in una precedente intervista che Radeschi rappresenta la difficoltà del vivere moderno nella metropoli. Quali pensi siano i mali di questa città?
P.: Milano è una metropoli con tutti i difetti che ne conseguono: traffico, smog e via dicendo. Ma è anche la città delle opportunità: delle mille librerie, dei mille incontri, degli editori.

7. Non solo scrivi della città, ma anche della provincia. Credi siano ancora così distinte le due ambientazioni o una sta rischiando di soffocare l’altra?
P.: Rimangono ben distinte e sono due location che si prestano perfettamente alle storie gialle naturalmente con i dovuti accorgimenti. In generale direi che la città è perfetta per un thriller o un noir di grande respiro mentre la provincia per un giallo alla Agatha Christie.

8. Se dovessimo paragonare la Milano raccontata da Scerbanenco e la città oggi, vista attraverso gli occhi dello scrittore, quali credi siano le differenze?
P.: Una su tutte: la tecnologia che pervade le nostre vite. Urbanisticamente la città è rimasta quasi la stessa solo che adesso camminiamo tutti con la testa chini sugli smartphone e siamo sempre connessi anche quando prendiamo il metrò…

9. Quanto interessa il libro di denuncia sociale rispetto alla storia romanzata? Abbiamo fior di autori in Italia come Massimo Carlotto, Valerio Varesi, Elisabetta Bucciarelli e tanti altri, che attraverso le loro opere hanno dato voce e potenza alla parola scritta. A tuo avviso, c’è la volontà di “ascoltarla”?
P.: Credo di sì purché la storia sia raccontata bene. Il lettore vuole essere intrattenuto e se poi la storia che legge denuncia fatti reali tanto meglio. Se invece il romanzo diventa un saggio di denuncia che sacrific la fiction allora l’operazione rischia di risultare inutile.

10. Il mio blog si chiama Contorni di noir.. Trovo che spesso questo termine sia abusato e si parla di noir anche quando non c’entra nulla. Cosa significa per te?
P.: Il noir racconta le ragioni del male, non importa se il nome del colpevole lo conosciamo già dalla prima pagina. Detto questo sono d’accordo: la parola noir è abusata. Molto meglio parlare di storie nere raccontate bene o raccontate male.