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Contorni di Noir | February 19, 2018

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Intervista a Donato Carrisi

| On 07, Dic 2016

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foto (c) Longanesi

Donato Carrisi, autore italiano ormai arrivato alla notorietà non solo nazionale, ma anche internazionale, si è fatto intervistare in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Il maestro delle ombre”, appena pubblicato dalla casa editrice Longanesi e terzo della serie dedicata al personaggio di Marcus, il cacciatore del buio, addestrato a riconoscere le anomalie, a scovare il male e a svelarne il volto nascosto.
Nato nel 1973 a Martina Franca, vive a Roma e, dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio e La ragazza nella nebbia, tutti pubblicati da Longanesi.

Lo abbiamo incontrato allo storico locale “Il Camparino” di Milano, situato all’entrata della Galleria del Duomo e, mentre la città è già in fermento per i preparativi pre-natalizi, dalla vetrata che mi ricorda tanto un acquario dove non si sa se siamo noi a guardare gli altri o viceversa, tra un aperitivo e un salatino ci siamo fatti raccontare qualche curiosità.

1. Mi incuriosisce il fatto che il tema del tuo romanzo sia stato la mancanza della corrente e della tecnologia, un mondo che sprofonda nel buio. Volevo sapere se sei tecnologicamente dipendente, se questa storia ti ha ispirato a seguito di un fatto personale o altro.
D.: Sono connesso esattamente quanto lo siamo tutti, questa dipendenza non la riconosciamo più e quando ci vengono a mancare queste tecnologie allora ci accorgiamo del ruolo che hanno nella nostra vita.
Una volta sono rimasto bloccato in galleria su un Eurostar tra Firenze e Bologna. Ho notato l’assenza di segnale e improvvisamente è scoppiato uno strano panico tra le persone. Allora ho pensato a come utilizzare il mio telefonino, visto che il segnale non c’era, poteva diventare una torcia. Quanta carica c’era nel caso in cui dovessi uscire dal treno. Bloccati là sotto, scollegati da tutto.
Un’altra scoperta: com’era la società quando non c’era la corrente elettrica? Fino alla fine dell’800. Parlando di libri, la gente pensa che si leggesse di sera accanto al lume o alla candela, invece era impossibile. Al tramonto si fermava tutto, si poteva solo pregare e attendere che sorgesse di nuovo il sole. Non c’erano altre attività.
Non siamo abituati a vedere i luoghi in cui viviamo al buio. Rimane solo il traffico, noi armati di questi strumenti dovremmo cercare la via di casa.

2. Mi ha colpito un passaggio del romanzo dove tu parli del perdono: “Il perdono era il più grande nutrimento per la tentazione. Erriaga rimpiangeva i tempi della Santa Inquisizione quando i peccatori venivano puniti severamente e fisicamente per le loro malefatte.” Questo mi fa pensare a una forma speculare ai giorni nostri, per cui vengono commessi crimini per i quali non c’è più la certezza della pena e quasi una giustificazione degli atti criminosi. E’ un riferimento a questo tipo di giustizia ai giorni nostri?
D.: Non è cambiato nulla, anche oggi parliamo di giustizia approssimativa. E’ inevitabile, non c’è mai la certezza della pena, tornando indietro nel tempo c’è sempre stata una giustizia non completa. Ed è di quella che ci dobbiamo preoccupare. Da questo punto di vista è sferzante nei costumi, anche tra colui che fu il primo dei peccatori.

3. Parliamo del processo di struttura, diverso per ogni autore e per ogni genere: hai determinati abitudini o segui l’ispirazione? Quanto lavoro di ricerca c’è dietro ogni tuo romanzo?
D.: C’è tantissima ricerca, circa un anno per ogni romanzo. Anche in questo caso, ho dovuto consultare una serie di esperti per rendere verosimile la storia. Non puoi distruggere una città come Roma se non sai come fare. Ho creato questo piano diabolico e ogni volta che facevo una domanda a ingegneri o a archeologi, chiamati a preservare il patrimonio, io chiedevo di pensare alla cosa opposta: cosa faresti tu per distruggere la città? Ci vuole poco per attuare questo tipo di distruzione, la natura umana è distruttiva.
Questo romanzo l’ho scritto in maniera indisciplinata: scrivevo, poi mi alzavo e interpretavo ciò che stavo scrivendo. Alla fine della giornata mi facevano male le gambe! Non so perché sia andata così, forse perché il romanzo è più cinematografico questa volta.

4. Curiosità: negli ultimi due o tre anni i problemi di Roma sono sempre in primo piano, la decadenza della città. Quanto dell’attualità ha influito sulla tua idea di creare questa situazione catastrofica?
D.: Non a caso non ho citato il sindaco. In uno scenario americano, tipo New York, magari il sindaco avrebbe preso in mano la situazione, avrebbe fatto dichiarazioni alla tv. Ci vedete Marino, Alemanno o la Raggi alle prese con questi problemi? Ho tenuto fuori l’aspetto politico. Se ci pensate Roma è sempre stata così, forse è questa la sua magia, essere decadente, sporca, caotica. Già ai tempi degli antichi romani.
C’è un paradosso, poi, che molti dimenticano: Roma è un museo in cui abitano sei milioni di persone. E’ un’assurdità, io la recinterei e farei pagare il biglietto per visitarla, come Venezia.

5. Rispetto ai romanzi precedenti (Il tribunale delle anime, Il cacciatore del buio), questo viene definito un romanzo internazionale, meno una visione solo della città di Roma e più coinvolgente a livello mondiale come struttura del romanzo. Quanto ti hanno influito le recensioni dei precedenti per rivedere alcuni passaggi di questo?
D.: Bisogna intanto capire come vengono percepiti i miei libri all’estero: l’ambientazione a Roma crea curiosità, gli stranieri fanno un proprio tour sui luoghi del romanzo, due dei quali li ho guidati io.
Mi dicono che i miei romanzi sembrano scritti non da un italiano, ma da uno straniero. Riuscire a creare questa illusione è importante, dare l’ildea che ci sia uno sguardo esterno. Non ci sono accenti su quello che scrivo, io scappo da Roma quando comincio a scrivere. Perché solo sentire il mio bottegaio che dice: “A’ dotto’, come va?” mi influisce sulla scrittura.
Dovendo fare il thriller, mi approprio dell’ombra di Roma. A Milano funziona molto di più il poliziesco, se ci pensate.

6. Saresti a favore o contrario a un adattamento cinematografico di uno dei tuoi romanzi? O preferiresti un format televisivo?
D.: Ho costituito una società di produzione chiamata Gavila (prende il nome dal criminologo protagonista de Il suggeritore Goran Gavila), che si occuperà proprio di serie TV, ma anche di cinema. Il prossimo marzo 2017 sarò sul set come regista, è il mio primo film tratto da “La ragazza della nebbia”, con Tony Servillo, Alessio Boni, Diego Abatantuono. e sarà un thriller internazionale che è stato già venduto all’estero.
Questo libro, insieme a Il cacciatore del buio e Il tribunale delle anime diventerà una serie televisiva internazionale.
Probabilmente sarà così anche per Il suggeritore, perché in realtà il destino delle mie storie è sempre quello. Sono un narratore, perché scrivo per immagini. La mia scrittura non è letteraria, il mio è tutto fuorché un romanzo d’autore, anzi. L’autore deve fare un passo indietro.
Io suscito e tendo ad evocare l’immagine, ma non la scrivo. Lascio al lettore che porti a pensare alla sua versione. Qual è il colore dei capelli di Sandra, per esempio? O di Vitali? Come ve li immaginate?

7. Il tuo romanzo mi ha richiamato alla mente “E’ arrivato il giudizio universale” di Vittorio De Sica o “La notte del giudizio”, l’attesa prima che avvenga qualcosa di devastante. In questa notte non ci sono regole, c’è l’anarchia totale. Nel buio uno può fare qualsiasi cosa, una giustificazione del crimine e del reato perché vengono colpite determinate fasce di persone, la feccia. Un atto visto quasi come un atto di purificazione. La concezione del romanzo è inteso come una notte di catarsi?
D.: Perché, secondo te non accade? E’ una cosa molto lontana da noi? Di che colore è internet? Non siamo in una perenne notte che chiunque dice qualcosa rimane impunito? Mi sono detto: “Se togliessimo questa barriera tecnologica, cosa ci impedirebbe di scendere per strada e far fuori il primo che passa?” Su internet lo facciamo ogni giorno!

8. Il romanzo è più futuristico, più apocalittico di quanto si possa immaginare. Si parla del Medioevo, ma non è un romanzo di intrattenimento, alla fine..
D.: Va via la luce adesso, i telefonini non prendono più, dobbiamo tornare a casa, adesso! Come si fa? Pensateci, può sembrare inverosimile. Possiamo avere tutta la tecnologia a disposizione, ma è ancora supportata dai combustibili fossili. In Francia più della metà delle centrali nucleari è obsoleta. C’è un rischio default dell’energia che si ripercuoterebbe sull’Italia che dipende dalla Francia. Vi lascio con questo pensiero…

Grazie a Donato Carrisi per la chiacchierata!

Cecilia Lavopa