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Contorni di Noir | June 27, 2017

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Intervista a Francesca Battistella

| On 22, Dic 2016

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foto (c) Contorni di noir


Abbiamo incontrato Francesca Battistella in una serata uggiosa e con lo sciopero dei treni che avrebbe fermato chiunque ad intervenire alla libreria 6rosso di Via Albertini gestita con simpatia e garbo da Sabina VIsintin, ma vi assicuro che non solo c’era il pienone, ma il pubblico era attento e curioso e Francesca una scrittrice dal tono marcato e dalla parlantina travolgente.

Francesca Battistella vive sul Lago d’Orta. Ha trascorso quattro anni a testa in giù (Nuova Zelanda) dove ha insegnato lingua italiana e storia contemporanea presso la Auckland University. Attrice di cinema e teatro d’avanguardia negli anni ’70 e ’80, ha alcune grandi passioni: viaggiare, ballare l’hip hop come Michael Jackson, leggere disperatamente e, naturalmente, scrivere. Suoi i fortunati, per critca e pubblico, Re di bastoni, in piedi (2011), selezionato per un adattamento in sceneggiatura cinematografica, La stretta del lupo (2012), dove mette in scena per la prima volta gli esilaranti, e a tratti ironici, personaggi che si ritroveranno poi anche in Il messaggero dell’alba (2014) e in  La bellezza non ti salverà (2016).
Questa la biografia che troverete sul sito della casa editrice Scrittura&Scritture che ha pubblicato tutti i suoi romanzi e noi le abbiamo fatto qualche domanda.

1. Benvenuta Francesca. Raccontaci qualcosa di te, ovviamente partendo dalla tua esperienza di scrittrice.
F.: Grazie Cecilia e un caldo benvenuto a te nel mio mondo dove la fantasia regna sovrana. Potrei dire di essere una ‘giallista per caso’. Quando ho cominciato a scrivere – molti, ma davvero molti, anni fa – la mia aspirazione era comporre un romanzo storico o di genere. Come lettrice, il giallo mi ha sempre attratta moltissimo, ma non immaginavo di essere in grado di scriverne uno. Tutto è iniziato in un periodo molto doloroso della mia vita. Avevo un disperato bisogno di tenere la mente occupata per non tornare di continuo con il pensiero a una situazione contro la quale non potevo lottare e che non potevo, per altro, modificare. Oggi, invece, costruire un nuovo giallo è divertimento puro. Penso a lungo alla storia e poi la scrivo abbastanza in fretta. In quel lasso di tempo scompaio dal mondo, non importa se sia estate o inverno, e devo fare una gran fatica a ricordarmi di marito, casa, spesa, cucina, parenti e amici. A seguire c’è il pesante – ma mille volte benedetto – lavoro di editing che svolgo con le mie editrici e editor Chantal e Eliana Corrado di Scrittura&Scritture.

2. Dalla tua biografia si legge che hai un passato da attrice di cinema e teatro d’avanguardia negli anni ’70, ’80. Prima recitavi sopra ad un palco ed eri tu a parlare. Ora fai recitare i tuoi protagonisti. Cosa si prova ad essere la loro regista, visto che ora gli attori sono loro?
F.:
Di sicuro l’esperienza teatrale mi è servita moltissimo. Recitare significa calarsi in un ruolo, diventare qualcun altro, talvolta diversissimo da te. Essere attore vuol dire leggere un bel numero di opere teatrali, se non altro per cultura personale. Ancora, quando si prepara uno spettacolo, badi alla tua parte e nel contempo osservi gli altri, li studi, devi fare gioco di squadra perché la recita funzioni. Per finire, vivendo a Napoli, ho avuto la straordinaria fortuna di veder recitare Eduardo De Filippo, di assistere alle sue commedie, ricche come poche di tanti personaggi e di una miriade di situazioni e sentimenti. Ecco, credo che tutto questo sia finito nei miei scritti. Essere regista delle vite dei propri personaggi è un momento sublime, forse l’unico in cui un essere umano si sente simile a Dio nell’atto della creazione. Ma l’ingranaggio deve muoversi in sincrono, alla perfezione, senza mai perdere colpi. Questa è la parte più difficile.

3. Dopo Il messaggero dell’alba, La stretta del lupo, Re di bastoni, in piedi, tutti pubblicati per casa editrice Scrittura&Scritture, è uscito La bellezza non ti salverà. Com’è nata l’idea?
F.:
La bellezza non ti salverà è il terzo capitolo della trilogia iniziata con La stretta del lupo, ambientato sul lago d’Orta, e proseguita con Il messaggero dell’alba, che si svolge sulla Costiera Sorrentina. Ci tenevo che i principali protagonisti, la profiler Costanza Ravizza e il suo amico anglo-napoletano Alfredo Filangieri, tornassero sulle sponde del lago, il luogo in cui vivo e che amo con tutto il cuore. Insieme alle editrici avevamo pensato a una trama più cupa rispetto agli episodi precedenti; a una stagione invernale. E poi avevo questa storia in testa: un serial killer che cattura le sue prede usando parole come fossero una droga irresistibile. Volevo renderlo letale, imprendibile e perverso. Mi interessava parlare della fragilità dei giovani, del loro sentirsi soli e persi in un mondo che non gli offre ascolto e attenzione. Della bellezza che, lungi dal provocare rispetto e ammirazione, attira odio e disprezzo, viene vista come una colpa da espiare. Ma ancora non bastava. Così ho complicato un po’ le cose inserendo una seconda indagine legata allo smaltimento illegale dei rifiuti edili tossici e all’omicidio del proprietario della discarica dove l’illecito avviene. Un omicidio che ricorda un fatto di cronaca realmente accaduto alcuni anni fa nei pressi di Novara. Far quadrare il cerchio è stato faticoso, una vera sfida.

4. Costanza Ravizza è una profiler molto femminile, nel suo caso è un dono. In questo romanzo la bellezza è protagonista, nella quale però diventa anche una dannazione. Viviamo circondati da belli. Quanto ne siamo influenzati? Chi non è bello viene automaticamente emarginato. Siamo diventati una società dell’essere o, in fondo, lo siamo sempre stati?
F.: Mai come in questo momento credo che viviamo in una società dell’apparire. Esisti solo in quanto sei visto. E non importa che l’immagine proposta sia reale o solo un camuffamento frutto di elaborati programmi fotografici. Così, molta della bellezza che crediamo di ammirare è un’illusione. E’ posticcia, fasulla. Come lo è il suo elemento simmetrico – almeno a parer mio – la gioventù. Bellezza e gioventù strillano ai quattro angoli del pianeta la loro imprescindibile esistenza. Bisogna essere belli e giovani o NON essere, scomparire. Lo trovo terribile e superficiale, ma tant’é. Questo è il modello che social, televisioni e rotocalchi ci propongono e che tanti, acriticamente, accettano. E più questo modello si afferma ingenerando confusione, più una vasta fetta di popolazione risulta, appunto, emarginata. Ne consegue che fra costoro può nascere chi, lungi dal trovare nella bellezza – quella vera e incontaminata – appagamento e serenità, la veda piuttosto come una maledizione, qualcosa da rifiutare e distruggere.

5. Le storie dei tuoi romanzi si svolgono sul lago d’Orta. Si prestano meglio i luoghi della provincia per ambientare le storie che racconti? Le piccole comunità nascondono il male più facilmente? Forse ancora di più risalta il contrasto tra paesi vacanzieri e ambientazioni omicide…
F.: Non credo che le piccole comunità nascondano più facilmente il male, ma di certo sono molto più intriganti come luoghi dove ambientarlo e descriverlo. Ci si conosce tutti e di tutti si conoscono vita e miracoli. L’esistenza di ciascuno sembra scorrere pigra e serena, senza scossoni, avvolta in un ripetitivo velo di noia e buone maniere, quando all’improvviso…Un paese di vacanze o una cittadina di provincia sono microcosmi che riproducono il mondo. Però ciò che nella metropoli si diluisce e si stempera qui si concentra al massimo. Siamo in presenza di un perfetto palcoscenico dove ambientare un dramma a forti tinte.

6. Una tua caratteristica – correggimi se sbaglio – è quella di dar voce a parecchi personaggi, quasi a depistare il lettore. Così come succede in questo romanzo, tra l’altro. Poi però ognuno di questi ha la sua ragion d’essere e si va a incastonare nella trama. E’ una scelta voluta?
F.: Confesso che mettere in scena tanti personaggi mi diverte e mi appaga. Farli agire e interagire, scoprire i loro lati deboli e le loro virtù. Raccontare attraverso i dialoghi e le situazioni come ognuno potrebbe essere, a buon diritto, il ‘colpevole’. Credo che abbiamo tutti qualcosa da nascondere e che non tutte le nostre azioni siano improntate alla limpidezza. Questo senza arrivare a commettere un delitto, per carità! Ma spesso ci sfuggono frasi o commenti che, se letti in un determinato contesto, potrebbero metterci davvero nei guai. Nessuno è innocente a priori. Viviamo delle nostre passioni e delle nostre rabbie, oltre che di amore e buona creanza. Detto questo, cerco sempre di creare personaggi utili alla trama, dall’inizio alla fine del racconto. Non è mia intenzione ingannare il lettore, ma intrattenerlo e spingerlo a condividere le regole di un gioco che si chiama ‘giallo’.

7. Sul tuo romanzo fai cenno al potere delle parole: in una società in cui tutti parlano e nessuno ascolta, se a qualcuno capita di farlo, il rischio è che rimanga intossicato dalle parole, fino a morirne. Si parla molto, sicuramente più di prima. Ma sembra esserci molta più solitudine, nonostante tutto…Cosa ne pensi?
F.: In questo senso, ritengo che quello che la televisione ci ha propinato negli ultimi vent’anni sia stato altamente diseducativo. Vedo, sebbene di rado, dibattiti in cui tutti urlano in modo violento e maleducato senza ascoltare le parole degli altri. Anche questo è un modello che ormai molti hanno appreso e mettono in pratica. Vedo gente che vive con gli occhi incollati a telefonini e tablet ignorando il compagno o la compagna. Certo, parlarsi, comunicare le proprie emozioni, impressioni, pensieri è difficile, costa fatica. Costruire un rapporto è un lavoro quotidiano fatto di pazienza e ascolto, fatto di amore. E non importa di che tipo di relazione stiamo parlando: amicizia o un legame di amore, fa lo stesso. La solitudine dei nostri giorni credo nasca da questo: l’incapacità di farsi carico dell’ascolto, la paura di concedere attenzione sincera all’altro. Come se ci mancasse il tempo. Invece è necessario farlo e pretenderlo per sfuggire a una spirale capace di generare soltanto altra solitudine.

8. Deep web e dark web. Come ti sei documentata? I primi a cascarci, purtroppo, sono i giovani. Come te lo spieghi?
F.:
Libri, siti internet e i meravigliosi amici della Polizia Postale di Novara. Proprio da loro ho appreso di un tentato rapimento – poi sventato grazie al Cielo! – di una ragazzina caduta nella rete di un malvivente che era riuscito a convincerla a scappare con lui. Ritengo che i giovani e i molto giovani di oggi siano più fragili e soli, meno abituati ad accettare le sconfitte e meno preparati a individuare chi vuole ingannarli. Forse perché, da un lato, hanno avuto vite più protette e dall’altro genitori più assenti per il troppo lavoro e le molte preoccupazioni economiche di questi ultimi anni. La realtà che tanti di questi ragazzi conoscono è soprattutto quella virtuale, un videogioco con personaggi irreali, che risorgono persino dalla morte. Questo li rende più inclini a credere che nulla e nessuno possa davvero nuocergli; li rende, come dico nel libro, delle ‘prede a buon mercato’ dei brutti personaggi che bazzicano la rete e la strada. Sia chiaro che queste sono considerazioni generali, ma la mia sensazione è che per molti sia così.

9. Nel tuo raccontare il giallo, non manchi sempre di aggiungere un pizzico di ironia, alterni la scrittura con i dialetti, con le stramberie di alcuni personaggi, elemento ricorrente quasi a voler sdrammatizzare situazioni grevi. Cosa ne pensi?
F.: L’ironia, la capacità di sdrammatizzare dovrebbero essere sempre una parte preponderante della nostra esistenza. Cerco, per quanto possibile, di riportarla nelle mie storie quasi a dire: vi sto raccontando una vicenda terribile, triste, angosciante, ma non dimenticate mai che anche nel buio più profondo se riuscirete a trovare dentro di voi un piccolo sorriso, le cose si aggiusteranno e ci salveremo.

10. Parliamo degli uomini che ruotano intorno alla vita di Costanza: c’è Enrico, Alfredo Filangieri, il suo capo (il dottor Giamasso), c’è Giacomo, l’unico collega con cui Costanza si sente a proprio agio. Che ruolo hanno nella vita della profiler?
F.: Alfredo Filangieri è, forse, il miglior amico di Costanza. Impiccione, testone, anche un po’ cialtrone a volte, ma un uomo buono nonostante le piccole e grandi nevrosi che lo affliggono. Lui non ti abbandonerebbe mai al tuo destino a costo di fare brutta figura o di passare un guaio. Enrico Marconi è l’amore della sua vita, ma è anche un tipo difficile, complesso. Credo che Costanza lo ami per questo: non è uno che puoi dare per scontato, devi conquistarlo di volta in volta anche con un paio di strilli e qualche porta sbattuta. Il capo Giamasso è il classico burocrate, detrattore, a parole, delle capacità femminili. In realtà, abbaia ma non morde e stima Costanza oltre ad ammirarla nel profondo. E infine c’è Giacomo Anselmi: intelligente, spiritoso, gentiluomo. Difficile non accorgersi di lui quando si è sole, l’amore della tua vita vive a tanti chilometri di distanza e non si decide a dire le parole che vorresti sentire! Povera Costanza. Devo ammettere che non la invidio.

11. Nel romanzo citi frasi di Emily Dickinson, Nazim Hikmet, Fernando Pessoa, Ernest Hemingway. Come dire: “Chi non legge abbastanza non capirà mai che stiamo parlando di parole d’altri.” Il potere prolifica anche nell’ignoranza?
F.: Il potere prolifica soprattutto nell’ignoranza, ma citando questi autori non volevo impartire lezioni a qualcuno. Anche Costanza, infatti, nonostante sia una lettrice forte, non capisce subito che si tratta di citazioni. Ne ha il sospetto, ma non la certezza. In realtà, mi divertiva l’idea di far sì che anche un semplice giallo potesse diventare, per chi legge, un veicolo per ulteriori letture. I libri dovrebbero sempre essere questo: un suggerimento a leggere ancora e di più. Magari chi non conosce gli autori di cui sopra – per altro citati nella nota finale – proverà la curiosità di scoprirli, di trovare i loro libri e poi di leggerli.

12. Da qualche parte rispondi a un’intervista dicendo: Non riesco a immaginare un mondo senza libri. Quali, a tuo avviso, quelli che non possono mancare?
F.: Ce ne sono così tanti che la mente si perde. I libri che cito sono quelli che ho amato tantissimo, ma parliamo, naturalmente, di un giudizio soggettivo: Memorie di Adriano della Yourcenar, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, Cuore di tenebra e La linea d’ombra di Conrad, Cent’anni di solitudine di Graçia Marquez, I Viceré di de Roberto, Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Italo Calvino, quasi tutti i suoi libri direi, la trilogia autobiografica di Elias Canetti, la Recherche di Proust, L’uomo senza qualità di Musil, tutti i libri di Durrenmatt, i romanzi di Elizabeth von Armin e la saga dei Cazalet della Howard, La mia Africa e i Racconti di Karen Blixen. Amo molto anche i contemporanei. Ho adorato Vicarìa di Vladimiro Bottone, mi diverto come una matta con i ‘polar’ di Enrico Pandiani e mi commuovo con il commissario Ricciardi di de Giovanni. Trovo fantastico il Marcello Fois di Luce perfetta e i libri di Elvira Seminara. E mi scusino tutti quelli che, pur avendoli letti, non ho citato. Se poi qualcuno vuole un quadro abbastanza completo consiglio il bel libro di Piero Dorfles “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”. Un vademecum del buon leggere.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa