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Contorni di Noir | June 26, 2017

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Intervista a Valeria Montaldi

| On 13, Dic 2016

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Valeria Montaldi è nata a Milano, dove ha seguito gli studi classici e si è laureata in Storia della Critica d’Arte. Dopo una ventina d’anni di giornalismo dedicato a luoghi e personaggi dell’arte e del costume milanese, nel 2001 ha esordito nella narrativa con Il mercante di lana (Premio Città di Cuneo, Premio Frignano, Premio Roma), a cui sono seguiti Il signore del falco, Il monaco inglese (finalisti Premio Bancarella), Il manoscritto dell’imperatore (Premio Rhegium Julii), La ribelle (Premio Città di Penne, Premio Lamerica, Prix Fulbert de Chartres), La prigioniera del silenzio.
I suoi romanzi sono pubblicati in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Serbia, Ungheria, Brasile. Ho presentato la scrittrice durante BookCity Milano 2016 nella splendida cornice della Casa Museo Boschi di Stefano e le ho rivolto alcune domande davanti a un pubblico curioso e attento.

1. Benvenuta, Valeria. Ti vuoi presentare al nostro pubblico? Cosa vuoi che si sappia di te?
V.: Niente più di quello che già si sa, cioè che da circa vent’anni mi dedico alla narrativa. Ho scritto sette romanzi, sei dei quali ambientati in periodo medievale: l’ultimo, “La randagia” è costruito, invece, su due piani temporali diversi, l’antico e il contemporaneo. Un taglio inconsueto, molto stimolante per me: è stata una sfida che credo di aver vinto.

2. E’ uscito per Piemme La randagia, ci vuoi raccontare come è nata l’idea e perché la scelta di questo titolo?
V.: L’intenzione era quella di raccontare una storia che avesse come protagonista una donna forte, decisa a non piegarsi, a non subire prevaricazioni da parte di chi era convinto di poterle esercitare. Questa scelta di autonomia ne fa una nomade, cioè una persona che, pur di non sottomettersi, accetta di abbandonare le proprie radici e diventa, per l’appunto, una “randagia”.

3.Tra i pregi del romanzo trovo che le indagini condotte dal maresciallo Randisi e dalla sua collega Lucchese siano molto realistiche e ben descritte, complimenti dunque. Mi sono sempre chiesta come si riesca a coinvolgere le autorità relativamente all’ottenimento di informazioni, procedure e quant’altro utile per poter poi riportare il tutto correttamente nel proprio romanzo. Per capirci: ci sono reticenze oppure la collaborazione avviene in modo funzionale? Quanto è facile, se lo è, oppure quanto è difficile riuscire ad ottenere queste informazioni dai diretti interessati?
V.: Nessuna reticenza. Ho trovato persone gentili, pazienti e collaborative, dotate di grande umanità, pronte a spiegarmi con chiarezza ruoli, gerarchie, competenze, problemi quotidiani, delusioni e soddisfazioni legate a un lavoro oggettivamente non facile.

4. Il romanzo denota una notevole conoscenza storica ed un lavoro di ricerca di pari valore. Il tutto si mostra quando descrivi gli avvenimenti di fine Quattrocento e l’ambientazione tardo medievale. La qualità di questa parte del romanzo, a mio avviso, è decisamente più elevata rispetto al resto, quasi che ti sia più consono scrivere nel passato che nel presente. Quanto è vera questa affermazione?
V.: Non lo è. Detto che la ricerca storica deve essere minuziosa e che ormai da anni è parte integrante del mio lavoro, detto che chi era abituato a leggermi SOLO come narratrice di vicende medievali può essere rimasto spiazzato dalla parte di storia che si svolge ai giorni nostri, mi sento di affermare che l’ambientazione temporale contemporanea mi sembra ben riuscita dal punto di vista narrativo. Personaggi e dialoghi sono verosimili, la trama si snoda senza forzature. Questo, per lo meno, è il giudizio dei lettori.

5. Scorrendo i titoli dei tuoi romanzi, ho notato più risalto alle figure femminili da “La Ribelle” a “La Prigioniera del Silenzio” e qui con “La Randagia”. In questi libri, metti in primo piano donne che devono fare i conti con una realtà profondamente gretta e chiusa, dove ogni cosa è condotta da uomini. Cosa ha fatto sorgere in te questa necessità di raccontare le donne del passato?
V.: Le donne devono SEMPRE fare i conti con la realtà: non credo di affermare alcunché di nuovo se dico che la condizione femminile è, per l’appunto, una condizione, cioè un modo di essere diverso da quello dei nostri compagni uomini. Ecco, la consolazione è che oggi possiamo permetterci di chiamarli “compagni”, mentre nel passato erano solo padroni, dei nostri pensieri e delle nostre vite. Mi sembra giusto, e per me lo sarà sempre, parlare della prevaricazione operata per secoli sulle donne: è una necessità, un modo per far intendere con quanta fatica e determinazione noi donne abbiamo, sempre e nonostante tutto, condotto le battaglie che ci hanno portato fin qui.

6. Ne “La Randagia” il filo rosso sottile della sottotrama è quello legato alla stregoneria e di come sia stato il metodo con cui l’ignoranza o l’invidia concionassero a far condannare questa o quella donna solo in base a false testimonianze e maldicenze. Sebbene se ne parli poco, anche qui in Italia abbiamo una lunga storia relativa ai processi per stregoneria. Da quanto si evince poi, la Val D’Aosta sembra detenere una sorta di primato. Cosa ti ha portato a fare ricerche in questo senso?
V.: Il ruolo svolto dalla cosiddetta strega all’interno della comunità mi ha sempre incuriosito: volevo capire cosa si celasse dietro la persecuzione perpetrata ai danni di centinaia di migliaia di donne, approfondendo cause e particolarità di un fenomeno difficilmente spiegabile. Dopo numerose ricerche al riguardo, ho realizzato che l’origine di tutto è stata la paura: del “femminile deviante”, cioè di colei che, per volontà propria, si situava al di fuori dai binari precostituiti dal potere maschile. Non moglie e madre e basta, non amante, non figlia o sorella, ma persona che, nonostante il suo sesso, intendesse farsi padrona delle proprie scelte di vita. Donne libere, quindi, evidente bersaglio di una drammatica misoginia continuata per secoli. In questo senso, gli inquisitori della Valle d’Aosta non sono stati da meno dei loro colleghi di altre località: solo per parlare dell’Italia, Valtellina, entroterra ligure, sperduti villaggi dell’Appennino, ma anche città come Milano, dove ancora si parla dei roghi innalzati sulla baltresca di Piazza della Vetra.

7. Con “La Randagia” ti sei inoltrata in un campo minato, a mio avviso: il romanzo thriller/soprannaturale. Da quanto ho sperimentato sinora, non è per nulla scontato riuscire a trarre un qualcosa d’equilibrato; il rischio è, normalmente, di avere o un thriller poco incisivo o un aspetto del soprannaturale fortemente artefatto, quasi fantasy (il tuo ovviamente non lo è..). Cosa ti ha aiutato a mantenere un buon equilibrio?
V.: Diciamo che ci ho provato. So che a qualcuno non sono piaciuti i miei (sporadici, peraltro) excursus nel campo del paranormale, ma mi sembravano dovuti: soprattutto nel corso di una trama dove il presente si specchia nel passato, dove i personaggi si trovano a fare i conti con l’irrazionale: nelle mie intenzioni, questi episodi contribuiscono a far affiorare alla coscienza parti sconosciute del proprio sé. Come d’altra parte capita anche nella vita reale di ognuno di noi: un incubo notturno, un déjà-vu, una premonizione incomprensibile.

8. Per questo romanzo hai fatto anche dei sopralluoghi nelle zone di cui parli dato che Saint Jaques è una frazione realmente esistente a qualche chilometro da Champoluc?
I sopralluoghi sono fondamentali: non si può ambientare una storia in un posto che non ti è proprio, perché risulterebbe artefatta. Ho sempre parlato di località che conosco o, se mi erano ignote, sono andata a scoprirle, a “respirarne l’aria”, a osservare colori e odori, a studiarne le caratteristiche: Milano, la Val d’Aosta, il lodigiano, la Marca Trevigiana, Parigi, Venezia. E, comunque, la scelta delle locations in cui ambiento i miei romanzi deve farmi sentire a mio agio da subito, ancor prima di iniziare a scrivere. Per quanto riguarda Saint Jacques, non si tratta della valle di Champoluc, ma di Saint Jacques aux Bois, una località inesistente: una scelta, questa dell’invenzione topografica, dettata dalla discrezione verso la popolazione valdostana.

9. Nonostante i vari personaggi, il tuo romanzo sembra molto più orientato a mantenere quale protagonista Britta e ad utilizzare l’omicidio e il resto degli eventi a corollario della vicenda ambientata nel passato. Ho avuto l’impressione che i personaggi “moderni” fossero principalmente degli “esecutori”. Mi sbaglio o pensi che il maresciallo Randisi possa ricomparire più avanti in un altro racconto?
V.: Anche qui non sono d’accordo: i personaggi contemporanei non sono affatto esecutori, ma, a mio avviso, contribuiscono a delineare la trama grazie a caratteristiche psicologiche proprie. Incertezze, contraddizioni, passioni improvvise, tutte peculiarità umane, prima che letterarie. Il maresciallo Randisi, personaggio che ho molto amato, probabilmente tornerà, ma per ora non posso aggiungere altro.

10. C’è una certa sorpresa da parte di due rappresentanti delle forze dell’ordine, tra cui una donna, nel constatare che il parrucchiere è gay. Reputi che certi pregiudizi siano ancora così radicati? E cosa si può fare, anche nel campo della letteratura, per combatterli?
V.: Più che sorpresi, i due rappresentanti sono curiosi, ma non esprimono pareri, si limitano a constatare. I pregiudizi sono ancora radicati, questo è certo, anche se il “politically correct” impone di non farli trasparire. Il problema è che questi pregiudizi (contro i gay, i rom, i migranti, i clochard e tutti coloro che, ancora oggi, sono considerati “devianti”) emergono dai fatti, spesso ben più gravi delle parole con cui potrebbero essere espressi. Credo che compito dello scrittore sia anche quello di denunciare questo tipo di situazioni: io, nel mio piccolo, l’ho sempre fatto, rendendo protagonisti i più deboli, raccontando le storie dei “senza storia”.

11. Un altro pregiudizio altrettanto grave e diffuso è quello di credere che certe persone portino “iella”, una sorta di streghe dunque. Nel romanzo anche un uomo di fede come Don Giancarlo crede che la Ravet utilizzi “malefizi”. Pensi che queste malsane convinzioni saranno sconfitte?
V.: Lo spero, ma non ne sono affatto certa. Siamo noi uomini a produrre il male, ma ne abbiamo anche paura: cosa di meglio, quindi, che vederlo negli occhi degli altri per assolvere noi stessi?

12. Cosa penserebbero gli inquisitori oggi, se vedessero le donne moderne? Tutte al rogo? Facevano paura nel passato e forse fanno paura anche adesso? L’ignoranza, in fondo, esiste ancora, anche se in forma più nascosta e insidiosa…
V.: L’ignoranza ha sempre generato mostri e continua a generarli: l’importante è individuarli prima che facciano danni. I roghi non esistono più, qualche “inquisitore”, invece, c’è ancora. La nostra fortuna è che oggi lo individuiamo subito: lo vediamo in tivù o ne leggiamo le parole aberranti su web e giornali. Se lo conosci, lo eviti. O almeno ci provi.

Grazie per questa bella chiacchierata e alla prossima!
Cecilia Lavopa

Intervista a cura di Michele Finelli e Aurelio Morandi.