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Contorni di Noir | June 23, 2017

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Ma a Natale puoi fare tutto quello non vuoi fare mai?

| On 23, Dic 2016

dinoir_xmas16Il ghiaccio? C’è. La neve? Cade. Di Noir si destreggia funambolescamente per non fare la stessa fine. Ha messo un paio di scarpe improbabili, delle Oxford nere lucide che stenta a non far diventare più simili a delle babbucce da turco incurvate all’insù nella punta per via di tutto quel piastriccio. Porca pupazza, ma fino a ieri… lasciam perdere. Dopo l’incubo del Natale passato al quale non vuole nemmeno pensare, quest’anno Di Noir ha deciso di andare sul sicuro. Ha prenotato una cena di gala al “Baraccone” un tre stelle Michelin per via dello chef, Robino Cirella, noto per le sue performance culinarie e l’estrosità delle sue creazioni.
Altro che Cracco e compagnia. Cirella è l’unico che non si è mai fatto tentare da alcuna comparsata negli stranoti programmi di gastronomia catodica. Ed è per quello che l’ha scelto. Quando ci pensa, in quei cento metri che lo separano ancora dall’ingresso del locale, gli viene in mente anche quanto gli sia costato, così si distrae e rischia un arabesque con finale sul fittone se non fosse per una provvidenziale ringhiera a cui aggrapparsi. Rimessosi in sesto con nonchalance raggiunge senza altri problemi il ristorante.

“Buonasera e auguri” lo accoglie una ragazza all’ingresso “la serata è completa e solo su prenotazione”, sottolinea stentorea. Di Noir, con viso di cemento, esibisce l’invito che l’ottusangola rimira con lo stesso sguardo di un curatore fallimentare. “Prego; la mia collega s’occuperà del suo cappotto” bramisce la perfettina e gli fa cenno di proseguire oltre una doppia porta in mogano d’antan. Oltre il muro di legno l’atmosfera cambia di colpo: completa rarefazione dei rumori, con straniamento annesso, una volta che il battente in massello si è richiuso con un felpatissimo “click”. Di Noir cerca d’articolare un “buonasera”, ma sembra che ogni tipo di sonoro sia fagocitato da una strana alchimia.
La collega della stentorea esibisce per lui un favoloso sorriso con soppalco, ma Di Noir – maldestramente – viene subitaneo attratto dal dispiegarsi di un decolté di profondità batimetrica. A fianco del vuoto centrale, due ammassi globulari sono drammaticamente trattenuti al posto da una strisciolina di voile che pare sul punto di cedere da un momento all’altro. L’aprirsi della porta alle sue spalle lo salva da una figura di merda formato famiglia. Una coppia d’età indefinibile, con visi che da Madame Tussaud sono più vispi e meno finti, lo dribbla lasciando sul banco cappotto e pelliccia, mentre lui sta ancora infilando la sciarpa di H&M nell’incavo della manica del giaccone. Consegna il tutto all’esperta di tettonica e con enorme sforzo punta lo sguardo cercando di mantenerlo fisso verso l’alto. I suoi buoni propositi s’infrangono con clangore quando lei gli rimanda un sorrisino compiaciuto. Di Noir entra in sala con una strana sensazione addosso e non credo di dovervi spiegare in quale punto specifico.
Mentre ancora il suo mesencefalo sta computando con compiacimento il volume spaziale di quanto rivisto poc’anzi e di quanta crema alla vaniglia sia necessaria per coprirlo tutto, arriva al suo fianco, con passo felpato e studiato, il maître: “Bonsoir Monsieur, vous avez une réservation?” sussurra mentre gli gira intorno come un avvoltoio sulla preda.

Di Noir rimane spiazzato per un momento. Osserva l’uomo e qualcosa scaccia dalla sua mente la stupenda immagine alla vaniglia di poco prima. Il viso dell’uomo gli rimbalza tra le sinapsi e cerca una sua collocazione nella sua memoria criminale. Sta per giungere a una conclusione quando la vaniglia e il corredo rientrano nel suo stream sequenziale spazzando via qualsivoglia altro pensiero. Questo gli fa assumere una serie d’espressioni degne del Lombroso e che mettono il maître momentaneamente in difficoltà. Poi, ripescando memorie adolescenziali della gita a Nizza con quelli della 4B, risponde: “Oui” e allunga, di nuovo, il suo invito.
“Oh, parfait” s’illumina il maître e gli fa cenno di seguirlo. Lo mena quindi a un tavolo agghindato di tutto punto e sul quale fanno bella mostra di sé una serie di bicchieri e posate che già mettono in crisi: è la famosa apparecchiata secondo il codice Siebert con piatti in porcellana Prochet del 1861 e posate in argento. Solo il cucchiaino per il dolce costa come il suo appartamento. Di Noir si siede con la stessa facilità di chi è in sala d’attesa dal dentista prima di un’estrazione. Il maître s’invola, e Di Noir ha tempo per familiarizzare con la poltrona – no, non è una seggiola quella su cui è seduto, ma una poltrona – il tavolo e i dintorni.

Mentre le sue dita arzigogolano sul velluto del bracciolo giocando con la stoffa come si faceva da bambini, un’immagine s’incunea tra l’ormai definitiva sequenza di lui che spalma crema alla vaniglia sulle… ma sì! Ecco chi è! Francoise Du Pont Assies, funambolico ladro gentiluomo sfuggito ad almeno sette polizie e mezzo. E adesso è lì davanti a lui che fa il maître.
La consapevolezza d’essere sulla strada giusta l’ottiene quando s’avvede che anche il maître, di quando in quando (totalino in quando: 2), butta distrattamente un’occhiata dalla sua parte per cercare di capire se lui lo stia osservando. Da quel momento in poi dal suo ipotalamo svaniscono tutte le immagini lubriche di cui fino a poco prima si era pasciuto e il suo istinto poliziesco torna preponderante. Chissà perché, ma questa cosa lo fa sentire anche meno fesso e gli induce uno stato di strana euforia. Adesso stare ad una tavola apparecchiata così sontuosamente non lo preoccupa più: la sua amigdala gli pompa sicurezza di sé e spavalderia come da un idrante d’estate. Uno dei camerieri arriva con il menu della serata e questa incursione non preventivata spegne per un momento la marcia di Radetzky che rimbombava già nella sua testa.

“Come faccio a catturarlo?” arriva sibillina la domanda che gli rimpalla nella corteccia prefrontale. Dopo aver passato in rassegna una serie d’ipotesi dagli esiti più simili a un film di Jakie Chan, decide in un approccio soft: fingere di non averlo riconosciuto ed aspettare che si scopra da solo. Così la serata prende piede. I piatti dello chef si susseguono gagliardi: potromelle di gnu in sugo di snuzza, papaveri e pacchere, tortino in tino con patatino e via di questo passo. Due ore e sette portate più tardi, l’occhio vispo di Di Noir si era mutato in un bradipo cilorbo. La pupilla guizzava da un lato all’altro della sclera con la stessa vitalità di un chicco di vialone nano appena scolato. In quella condizione riuscire anche solo lontanamente a considerare l’idea di catturare Francoise era uno sforzo erculeo. Fu così che l’ebbra di Di Noir gli si avvolse attorno come un boa costrictor e Di Noir non oppose alcuna resistenza. A dargli la mazzata finale fu l’apparizione della portatrice sana di seni che gli si sedette accanto.
“Ho visto che mi guardava molto bene, prima” sussurrò al suo orecchio sinistro “qui nessuno l’ha mai fatto come lei”. Di Noir avrebbe voluto risponderle, ma il rischio di un reflusso laringofageo e quindi di una potente disfonia con conseguente vocina da Farinelli (cosa che gli accadeva quando il tasso alcolico si computava ad ottani) lo trattenne. Si limitò ad ammiccare, sperando che la cosa venisse notata. E lo fu.

Francoise Du Pont Assies rubò l’intero incasso della serata, le pentole di rame, tutta la porcellana Prochet del 1861 e l’intero cucuzzaro delle posate in argento. Nessuno seppe mai come fece, dato che dal locale si usciva solo dalla doppia porta in mogano massello o da una porticina nanometrica nel retrobottega. Di Noir si risvegliò la mattina di Santo Stefano con nelle narici, il profumo narcotizzante della vaniglia e udì sé stesso dire “oh, quest’anno niente pacco”.

Tanti Auguri a tutti dallo staff di Contorni di Noir!
Racconto di Michele Finelli – Riproduzione Riservata

n.d.r.: la copertina è ovviamente falsa, abbiamo voluto giocare sulle bellissime copertine di Mondadori, ma se a qualcuno desse fastidio, basta dircelo e noi la rimuoveremo.