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Contorni di Noir | August 20, 2017

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Intervista a Sandrone Dazieri

| On 09, Gen 2017

Sandrone Dazieri, cremonese di nascita, è uno dei più apprezzati scrittori e sceneggiatori italiani. ll suo primo romanzo, Attenti al gorilla (Mondadori) uscito nel 1999 è stato il primo di una lunga serie, tra i quali La cura del gorilla (Einaudi, 2001), dal quale è stato tratto l’omonimo film con Claudio Bisio. Come sceneggiatore e headwriter ha curato alcune serie di straordinaria popolarità tra le quali: “Squadra Antimafia”, “Intelligence” e “R.I.S. Roma”. Nel 2014 ha pubblicato per Mondadori il thriller Uccidi il Padre, tradotto in molte lingue ed è ritornato con L’Angelo nel 2016. I due titoli sono parte di una trilogia alla quale farà seguito il prossimo romanzo, ancora segretissimo.
Lo abbiamo incontrato alla libreria Open e lo abbiamo intervistato.

1. Nel libro L’angelo si fa riferimento ad alcuni avvenimenti storici ancora molto sentiti, oltre ad aver inserito anche dei links in fondo al libro per invogliate il lettore a proseguire nella ricerca di informazioni. Raccontare storie per fare luce su eventi oscuri del nostro passato recente può essere considerato un modo per fare informazione. Non va in contrasto con il mondo editoriale del mordi e fuggi a cui ci siamo abituati?
S.: Non mi pongo l’obiettivo di fare informazione, anzi. Nel giallo italiano, nel noir, una grossa fetta dei miei colleghi si propone di costruire delle storie attinenti alla realtà e poi romanzarle in modo tale che diventino di largo consumo.
Ad esempio Carlotto o Lucarelli hanno attinto dalla cronaca per questo. Io cerco di raccontare non come fossi un giornalista e senza modificare il presente.
Mi interessa raccontare la mia esperienza e la mia percezione del presente. Quindi per me il dato storico serve per supportare la mia ispirazione iniziale. In questo periodo storico, in cui succede di tutto, questa è l’epoca della post verità. Come cittadino, credo che il mio compito sia andare a cercare le mie verità e cerco di mettere il lettore all’interno della stessa situazione psicologica. Costruisco un attentato, plausibile. Faccio partire la canea dell’informazione classica e contemporaneamente metto un personaggio che mi rappresenta. Esploro le differenti percezioni, del Gorilla prima, di Dante e Colomba e altri personaggi di adesso, ognuno con il proprio di vedere il mondo.
Nello stesso tempo, racconto delle cose che fanno paura: il controllo dell’uomo sull’uomo – come avrebbe detto un marxista una volta – il controllo delle informazioni ma anche delle menti.

2. Scegliere di raccontare storie di personaggi scissi tra loro rientra nel fatto di non avere risposte o verità?
S.: Mi affascinano, mi sento più a mio agio con persone neuro-diverse che neuro-tipiche. Mi sento più vicino ai neuro-diversi. Questi personaggi, feriti e con traumi tali che li fa comportare e vedere diversamente le cose diverse da noi, vedono cose che noi non notiamo più, abbiamo una cecità selettiva. Il pesce non vede l’acqua (cit.) ma se sei stato preso da piccolo come Dante e messo in un altro posto dove non c’è l’acqua ma sopravvivi ugualmente, quando ti mettono nell’acqua, la vedi e vivi lo stesso.

Il Gorilla invece passava il tempo a nascondersi per paura di essere scoperto ed essere messo in manicomio. Quindi si sentiva molto vicino a chi scappava, a chi era vittima. Persino il personaggio più cinico, Santo Denti (E’ stato un attimo, Mondadori 2006), spacciatore di cocaina che si rende conto di aver dimenticato gli ultimi 15 anni della sua vita, vede il nostro mondo con gli occhi di uno che non ci ha vissuto, come avesse usato la macchina del tempo. Mi permette di mettere in evidenza alcune cose che forse non notiamo più.

I miei personaggi hanno sempre fratture o ferite che li portano a non essere integrati del tutto e consente loro di essere più sensibili, a vedere le cose diversamente dal poliziotto classico. Come Colomba, che in questo secondo romanzo torna in servizio dopo un periodo di convalescenza, ma si rende conto di non essere più adatta al lavoro in cui vengono chiesti obbedienza e rispetto formale delle gerarchie. E’ cambiata.

3. Quando tu pensi a una storia, costruisci il personaggio e poi la trama o il contrario?
S.: In realtà dipende dalle storie… Ora sto proseguendo con il seguito de L’angelo e vi sono all’interno passaggi che mi sono venuti in mente, o storie da collegare mentre scrivevo Uccidi il padre. Essendo una trilogia, ci sono tre personaggi: il Padre, l’Angelo e X e orizzontalmente attraverserà i tre romanzi un tema portante, che già dal primo si capisce con l’identità di Dante. Non è solo una storia che si chiude e ricomincia del tutto, cambiano i personaggi dalle esperienze del libro precedente.
Nel caso della trilogia, sono nati prima i personaggi. Mentre andavo al Festival della Letteratura di Mantova, vidi un silo e pensai che in un luogo del genere sarebbe potuto accadere di tutto. Così è nato Dante. Colomba Caselli – il nome l’ho letto sulla tomba del cimitero di un’Abbazia e mi piaceva l’allitterazione CC – invece l’ho creata per fare da contraltare, ovviamente anche lei con un problema, altrimenti non si sarebbe potuta avvicinare a lui. Poi tutti i supereroi hanno la stessa iniziale, no? Pensiamo a Peter Parker, Matt Murdock, Bruce Banner, Nathan Never, Dylan Dog.

4. In una precedente intervista, dicesti che ti interessava il punto di vista di una persona cresciuta in isolamento, come il personaggio di Dante e del suo modo di vedere le cose. Quanto pensi che i fattori esterni di qualsiasi tipo essi siano, possano influenzare il modo di vedere le cose? Isolamento equivale a obiettività? E ora che Dante è uscito – ne L’Angelo – quanto pensi possa cambiare? O potrebbe restare un disadattato, alla fine?
S.: Non ho fatto studi particolari di psicologia anche se mi appassiona e la cosa che ho imparato non è tanto l’isolamento, ma che quello che siamo è fatto dall’80% nei primi anni di vita e delle nostre interazioni. Il periodo della socializzazione in cui diventi membro della società Dante non lo ha fatto. E’ qualcuno che non ha avuto tutti i passaggi naturali della crescita, non ha avuto risposte, è il Padre che gliele ha insegnate a modo suo.
E’ chiaro che volevo una persona che vedesse l’umanità come gli stormi che ci sono in cielo, volano in gruppo ma non sanno cosa c’è oltre il culo di chi gli sta davanti. Invece Dante vede lo stormo dal di fuori. Migliorerà? Si. Resterà un disadattato? Si.

5. I primi due libri sono un viaggio catartico per Dante e Colomba. C’è un’evoluzione? Hai in mente come andranno a finire? Ci sorprenderai ancora con un diversivo finale?
S.: C’è una vena romantica nel secondo romanzo e Colomba sta uscendo dai binari e sempre più difficile da contenere. Dopo aver letto il primo romanzo, mi hanno chiesto in tanti se i due personaggi si sarebbero messi insieme, ma un personaggio come Dante e come Colomba difficile che finiscano per creare una coppia, lui anarchico e lei uno sbirro di destra. Lei però ama la sua gentilezza, visto che si è sempre mossa in un ambiente maschile – e maschilista – e Dante è un uomo che non cerca di sopraffare la donna. L’ex fidanzato di Colomba era affascinante ma una carogna.
La letteratura è una materia duttile, non a compartimenti stagni. Quando entri nei personaggi te li giochi come vuoi.

6. Non hai un rimorso di coscienza nei confronti di Colomba? C’è da meravigliarsi che sia arrivata al secondo romanzo. Non ti sei accanito troppo nei suoi confronti?
S.: E’ diventata una persona migliore con tutte quello che le è accaduto. La prima volta che si è incontrata con Dante aveva quasi ribrezzo ad averci a che fare. Ora si fida solo di lui.
E’ sopravvissuta a drammi incredibili, ma è stato un percorso necessario, anche se doloroso. Devono cambiare entrambi ed hanno bisogno di diventare qualcos’altro.
Poi, se al protagonista non succede nulla, la trama diventa noiosa, no? C’è stato molto più spazio per Colomba in questo romanzo, rispetto al precedente. Dante non si potrebbe muovere senza di lei. Come – e se – la ritroveremo nel terzo libro? Chissà… Dovrete attendere il terzo romanzo.

7. Quanto è difficile per un autore decidere la sorte dei personaggi? Di farli vivere o ucciderli? D’altronde, sono le tue creature.
S.: Sono più affezionati i lettori, sono loro quelli che se la menano di più. Io i personaggi non li abbandono mai, perché rimangono nella mia testa. Il bello della fiction è proprio questo, puoi inventarti qualsiasi cosa. Io mi sento davvero libero di inventare nell’universo, purché all’interno di questo universo io sia coerente.
Nessuno di quelli che ha letto il libro ha ricollegato a un fatto accaduto una parte che ho raccontato. Il gioco di questo romanzo non è chi è l’assassino, ma perché lo sta facendo, perché ha vissuto una certa esperienza che lo ha cambiato.

8. In un’altra intervista, rispondevi che ti piacciono le storie create come scatole cinesi in cui ogni volta che ne apri una, scopri un pezzettino. Anche in questo romanzo a un certo punto si parla di una “Scatola”. E allora penso che queste scatole siano dei contenitori dove le sofferenze o le sorprese possono essere presenti all’interno e finché non le apri non sai cosa potrai aspettarti. Anche l’Angelo in fondo mi sembra rappresentare una di queste scatole, è così?
S.: Si, è così. La mia vita è raccogliere spunti per avere idee sui romanzi che vorrei scrivere. Ho cercato di guardare tutto ciò che riguarda la morte. Passo la vita ad ammazzare la gente nei miei libri e devo capire come, ovviamente. Il mio stile è questo, io voglio che i lettori diventino i personaggi che indagano, quindi li lancio dentro le situazioni e quello che scoprono è esattamente quello che incontrano nella loro strada. Ogni pezzo di strada che fanno – come fossero scatole cinesi – devono scoprire qualcosa altrimenti non vanno avanti.
L’altra scatola rappresenta l’Angelo, senza dare spiegazioni. Per capirlo devi andare avanti e lentamente scopri la verità. E’ il bello di leggere un thriller.

9. In entrambi i romanzi, c’è la privazione dell’infanzia come tema. Come ti sei preparato?
S.: E’ una cosa a cui penso da quando feci un viaggio anni fa in Somalia. Dovevo fare il testimonial per scrivere una storia, eravamo sei o sette scrittori in giro per il mondo e io ho chiesto un posto pericoloso per una settimana. Mi hanno preso in parola: Somalia. Ci stetti tre giorni. Ero in un campo profughi fatto di tende fra due regioni e mi colpì la quantità immensa di bambini.
Ho molte foto fatte anche con loro e pensavo che questi bambini erano stati privati dell’infanzia, ma tanti forse non sono neanche sopravvissuti – lì si muore ancora di varicella – tutto quello che è il sottoprodotto della guerra va a colpire principalmente i bambini.
Il bambino è perfetto per essere manipolato facilmente, costa poco, puoi piazzargli un’arma in mano, tutte le società totalitarie hanno lavorato sui bambini, proprio per renderli carne da cannone. Pensate ai pionieri sovietici, alla Cambogia, al Congo. La privazione dell’infanzia è un tema forte, io lo vivo, lo sento. Avendo anch’io avuto un’infanzia difficile, mi viene anche naturale.

10. Parliamo di serialità. Il fatto di scrivere romanzi seriali non è un’arma a doppio taglio per uno scrittore? Sicuramente si acquisiscono i lettori, ma se esce il quarto o il quinto libro, un lettore va in libreria e se non ha letto i precedenti, non lo compra. Si fidelizzano dei lettori, ma forse se ne perdono altri. Cosa ne pensi?
S.: La storia italiana dell’editoria dice ben altro. La categoria dei giallisti tende a replicare il modello all’infinito con lo stampino, diventa un’abitudine. Cambia il morto, ma la trama è simile. La serialità di oggi somiglia molto a Maigret di una volta. Quello che faccio io per non perdere i lettori è ripresentare nuovamente i personaggi, così che si può leggere L’Angelo senza aver letto Uccidi il padre, quindi i romanzi possono essere slegati fra loro.
E’ stata la cosa più difficile quando ho cominciato a scrivere il secondo volume. C’è una teoria che alcuni scrittori seriali a volte ti ripresentano il personaggio in ogni romanzo e ai lettori infastidisce, proprio perché somigliandosi i romanzi tra di loro diventa più ripetitivo.
La storia del Padre inizia e si conclude, così come la storia dell’Angelo, nasce e finisce. Lo stesso sarà anche nel terzo volume. Anch’io mi devo emozionare quando scrivo, per cui sono il primo ad essere attendo a non essere seriale. Ho scelto la via più complicata, scrivessi con lo stampino ci impiegherei molto meno a scrivere. Al limite è proprio questo che mi fa perdere dei lettori.

11. Scrivendo ti trovi mai a trovare qualcosa di cui hai già parlato?
S.: Il vantaggio che si ha cambiando i protagonisti sono le sfumature differenti. Certo, di base restano i temi come la malattia mentale, la differenza di percezione del mondo, la sofferenza, le vittime, non solo l’indagine sui morti come giallista.
Si possono però declinare diversificando anche il linguaggio dei romanzi. Lavoro molto sulla parola, scrivo utilizzando metodi differenti nella sintassi e nella grammatica. Il Gorilla racconta attraverso la propria esperienza soggettiva, quindi il lettore legge quello che il Gorilla racconta. Mentre nella trilogia è oggettiva. Tu lettore vedi quello che io narratore ti voglio far vedere. Non ti spiego tutto, però ti faccio leggere un mondo più complesso anche se non ti do la soluzione.

12. Lo sviluppo del personaggio in un romanzo da cosa si differisce dal personaggio in una serie TV?
S.: Teoricamente niente. Col romanzo hai un vantaggio in più: puoi tenere conto del processo interiore del personaggio. Il cinema invece è una pelle, tu vedi quello che è in superficie e il personaggio, il conflitto interiore si rivelano attraverso le azioni e i dialoghi. In un romanzo posso dare conto di mille sfumature emotive, ovviamente ci sono difficoltà in più ad approfondire un’immagine. Muovendo sull’azione ci sono sfumature che non hai possibilità di esprimere. Lo spettatore non vede la didascalia.
In un libro puoi raccontare tutte le percezioni e i personaggi di cui tu scrivi sei totalmente il padrone, al cinema chi indossa i panni del personaggio li deforma e cambiano le caratteristiche a seconda di chi mette la “pelle”.
Ognuno di noi in un libro si immagina il protagonista; pensiamo che Montalbano corrisponda a Zingaretti, ma in realtà è il contrario: siamo stati portati ad abituarci a Zingaretti nei panni di Montalbano, dopo averlo visto in televisione, immaginiamo lui anche mentre leggiamo. Questa è la potenza della letteratura.

13. Accennavi prima alla stesura del romanzo in cui devi decidere di lasciare o togliere pezzi in un romanzo. Come decidi ciò che togli? Lo fai magari per una questione di ritmo o perché le immagini ti servono in altri romanzi?
S.: Alcuni approfondimenti che mi sembravano necessari rischiano spesso di appesantire la trama. Non servono, interrompono troppo il percorso, il modo in cui lo fai è che bisogna avere un po’ di tempo. Si scrive di getto, poi con calma torni indietro e rileggendo ti accorgi di quello che non è necessario. Non bisogna mai innamorarsi troppo della trama. Sono totalmente cinico, ma anche perché so che posso riutilizzare i passaggi che elimino.

14. Sei metodico nella scrittura?
Non riesco, io tutti i giorni comprese le domeniche e le feste io scrivo. La mattina è dedicata a convincere me stesso a portarmi davanti al pc. Il mio ritmo parte dalle 14 fino alle 21, poi se ho dei pensieri in mente, continuo anche dopo cena.
Per tre giorni sono capace di fermarmi se ho in ballo una sceneggiatura. Lavoro per la televisione e quindi non posso avere sempre gli stessi ritmi.
Quando non scrivo è perché sono bloccato. Sono stato fermo per cinque anni, tra La bellezza del malinteso e Uccidi il padre. “La pillola sticazzi”, un pezzo che ho scritto sul mio blog vi spiega la mia esperienza sulle difficoltà di scrittura che ho avuto in passato.
La mia capacità di produrre e scrivere al computer è anche quella di gestire le mie problematiche.