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Contorni di Noir | July 26, 2017

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Intervista a Marco Ciriello

| On 27, Feb 2017

(fonte Baldini&Castoldi)


Michela Martignoni ha intervistato per noi Marco Ciriello: scrittore e giornalista, ha pubblicato In corsa (2004), Qualcuno era venuto a turbare il nostro cuore (2006), Tutti i nomi dell’estate (2009), Grande Atlantico. Cargo ship stories (con Maria Vittoria Trovato, 2010), Pace alle acque (2010), SanGennaroBomb (2011), Il vangelo a benzina (2012), Per favore non dite niente (2014), Il più maldestro dei tiri (2015). Scrive per «Il Mattino» e «Il Messaggero». Ha due blog, Herzog, sul sito del mattino, e Mexicanjournalist.
Il romanzo di cui parliamo oggi è Assassinio sulla Palmiro Togliatti (Baldini&Castoldi, 2016):

Smontare l’epica del noir
Finalmente un noir originale.

Marco Ciriello ci racconta una Roma nera, in cui diverse fazioni di malavita (nigeriani contro russi) si contendono il mercato della droga servendosi di pedine da sacrificare senza pietà. Nella lotta selvaggia finisce anche il leader di un gruppo musicale in voga, e, a sottolineare il grottesco di certe situazioni, anche una scimmia, trovata sul terrazzo del thailandese, un giovane spacciatore assassinato, appunto, in via Palmiro Togliatti. 

Non è tutto qui. I personaggi sono molti, e ognuno ha il suo canto e una storia da raccontare. Ho trovato geniale l’inserimento dei post del blog pissy pissy e quello degli articoli di Tommaso de Marzio, lo stereotipo dello scrittore di gialli di successo, pieno di sè. Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo.

Ecco qui alcune domande che ho posto all’autore.

1. Assassinio sulla Pamiro Togliatti è un mosaico di vita e personaggi romani. Come mai hai scelto questa città, che non è la tua, per ambientarlo?
M.: Perché fa parte di un progetto che da Napoli arriva a Stoccolma. Ogni volta cambio città, lingua e personaggi. E anche editore. Il primo era il “Vangelo a benzina” (Bompiani), ora ho scritto “Assassinio sulla Palmiro Togliatti”, il prossimo potrebbe essere a Genova o Milano o forse direttamente Marsiglia, poi Zurigo, Berlino, e Stoccolma. Dal noir mediterraneo a quello nordico, in un processo di riscrittura e irrisione, capovolgimento e comicità in aggiunta. Infatti, in molte recensioni, mi rimproverano di aver abbandonato il personaggio del commissario Valenzi per quello della commissaria Salieri, perché non lo fa nessuno, a me piace questo tipo di stupore, credo allo sperpero, e a un progetto ampio, che si capisce dopo anni.

2. Il tuo romanzo è una citazione continua, alcune palesi altre da cogliere. Ad esempio: la scimmia. Raccontaci come ti è venuta l’idea di metterne una nel terrazzino del thailandese.
M.: Ora con la canzone di Gabbani che suona in ogni radio è ancora più divertente, ma come per la scelta delle città, in ogni romanzo c’è un animale dominante, che ne racconta il carattere. Nel Vangelo c’era la tigre per la ferocia, qua la scimmia per la bizzarria e anche per una certa perfidia. E anche nei prossimi ci saranno animali come protagonisti.

3. Rispondici come Tommaso de Marzio: secondo te perché solo pochi giallisti italiani hanno respiro internazionale? Perché si traduce così poco della nostra produzione interna e invece si importa così tanto?
M.: Prima di risponderti con De Marzio ti dico che la risposta è complessa, e ha due grandi motivi – e la faccio breve -: l’assenza di una politica culturale, per me è assurdo che Arbasino non abbia a Francoforte una gigantografia durante la fiera, per dire è lui la nostra parte migliore, è lui che è andato più avanti di tutti, è lui il nostro Totti. L’altro motivo è che la maggior parte dei giallisti italiani scrive male, non ha lingua, ma solo trama, se togli le pistole non rimane nulla, e mentre noi ci accontentiamo gli altri no, mentre noi crediamo che solo il mercato debba decidere cosa è meglio e cosa no, gli altri hanno una idea più complessa e col tempo hanno avuto ragione. Penso alla scrittura come alla ricerca in laboratorio, occorre tempo e pazienza, tentativi e curiosità. Vedi queste caratteristiche nei gialli italiani? Che fine ha fatto la lezione di Fruttero e Lucentini?
De Marzio invece ti direbbe: il mio “Buio a Centocelle” è stato tradotto in 34 paesi, che mi accingo a visitare, e per ognuno di loro sto preparando un racconto da accludere come introduzione o postfazione o come quarta, sto anche imparando a salutare e ringraziare in ognuna di quelle lingue, e sto studiando la cucina di questi paesi che mi hanno scelto, la cucina è cultura. Ricordo quando citofonavo il grande maestro Fellini per portargli i Simenon – che pensate leggeva in lingua originale – e lui mi diceva: Tommasino, sali. E io capii che il successo stava nella corsa che facevo per accorciare la distanza tra le sue parole e il mio farmi trovare pronto.

4. Rispondici dal blog pissy pissy: ma il complesso ‘Terra matta’ fa buona musica, o ne sono convinti solo loro? Nel romanzo è presente una tagliente ironia su  un ambiente culturale italiano piuttosto squallido, composto da sé dicenti artisti… ma il pubblico dimostra di gradire di più il blog pissy pissy rispetto ai roboanti articoli del giallista De Marzio. E’ così?
M.: I “Terra Matta” vorrebbero essere i Baustelle – che son bravi, almeno per me – diciamo che ci riescono a metà. “Pissy Pissy” potrebbe essere un D’Agostino di Dagospia più giovane e più cattivo che scrive in romanesco senza preoccuparsi del pubblico, è questo che lo separa da De Marzio, che è un accumulatore di lettori, uno che scrive ovunque e sempre male, non preoccupandosi mai della lingua, né della verità.
Gronchi – si chiama così il blogger di Pissy Pissy – è un ferito a morte dalla superficialità giornalistica ed editoriale italiana, e allora si vendica, scrive in romanesco come un Pasquino che dai muri è saltato al web, e ha come imperativo la verità, ha pochi esempi: un vecchio senatore del Pci che potrebbe essere Lucio Magri, e un vecchio regista di genere che sta a Ostia un po’ Lenzi e molto Caligari; e ti direbbe: ‘A Miche’ er monno nostro è morto, i De Marzio hanno vinto, io ce provo, ma nun me pare che ce sia molto da ride.

5. Forse lo hai già fatto, ma io avrei mandato una copia del romanzo a Francesco Totti! Ho trovato struggente la figura di Stecca e dei suoi scarpini. Tu conosci molto bene il mondo del calcio, visto che gestisci il blog Mexican Journalist: sono molti i ragazzi che abbandonano il sogno e ai quali rimangono solo gli scarpini?
M.: Ti confesso che dopo una trattativa estenuante con l’ufficio stampa della Roma mi sono annoiato e ho smesso. Volevo incontrarlo per dieci minuti, raccontargli la storia, ma oggi è tutto complicato persino per me che racconto il calcio da anni. Devi avere a che fare con queste strane figure metà uomo metà tablet, e la mia richiesta era anomala, quindi pericolosa, non portando soldi.
Sì, le storie come quelle di Stecca sono tantissime, il salto da giovane promessa a solito balordo è facilissimo, qualche settimana fa a Napoli un ragazzo, Renato Di Giovanni, di 21 anni – che giocava con la Primavera del Napoli, e aveva segnato al torneo più importante per le promesse – quello di Viareggio – era finito a fare lo spacciatore come e più di Stecca, ed è stato ucciso. Come vedi è molto comune, il calcio – come è gestito in Italia – è il più grande dei reality.
E molto viene dal disprezzo per le serie inferiori, a me l’idea è venuta guardando Moggi in un processo che cercava di umiliare Zeman perché non aveva vinto nulla.

6. Il tuo commissario è una donna, e una donna particolare. Una cattolica integralista dotata di grande sensibilità e intelligenza. Una figura completamente fuori dal contesto che descrivi, eppure ci sta benissimo. Parlaci di lei.
M.: Ho una grande passione per il mondo cattolico, pur essendo ateo, mi piacciono i riti, studio le storie, i santi e i papi come se fossero supereroi della Marvel, e mi son chiesto è mai possibile che dal discorso di Giovanni Paolo II ad Agrigento contro la mafia, non sia nato niente? E così mi son immaginato questa ragazza, Rosa Salieri, che ascoltando il papa capisce come può rendersi utile, un incrocio tra Giovanna D’Arco e la Binetti, bella: ma col cilicio, che usa la polizia come missione, scegliendo di arruolarsi e agire piuttosto che fare la suora. Volevo un personaggio estraneo, nella guerra tra russi e nigeriani che si prendono Roma.

7. Ti faccio i miei complimenti per la lingua. Un inizio dialettale, e poi una lingua diversa per ogni personaggio, la SUA lingua. Questa caratteristica, così apprezzabile in un genere che tende a usare un’unica lingua universale per tutti (forse gli autori,come De Marzio, pensano che ciò aiuti le traduzioni e sia un passaporto per migrare nelle librerie mondiali?) denota la tua professionalità. Ti è venuto naturale scegliere la voce di ognuno dei tuoi protagonisti? Si percepisce che ti sei divertito a farli parlare.
M.: Per me la lingua è tutto, è la lezione di Gadda. Ovviamente questo per l’editoria italiana è un problema, la disparità di linguaggio destabilizza il lettore, direbbero editori ed editor. I lettori normali non mi interessano, mi piacciono quelli disposti a salire le scale. L’offerta è così varia da potermi ignorare, io faccio queste cose qua, credo di farle bene e purtroppo anche in solitudine, ma l’ho scelto e sì mi diverto, non mi struggo, scrivendo rido e questo per me viene prima di tutto, prima della trama e dell’editore.

8. E io mi sono molto divertita a leggerti. Un riso amaro, in certi punti crudo, quando dipingi una brutta malavita, la durezza della lotta per accaparrarsi il mercato della droga in città, la debolezza di chi deve subire, l’inconsapevolezza di chi ci casca. Qual è l’aspetto che più ti intriga, quando scrivi un romanzo come questo: la denuncia, la parodia, il dramma, il noir delle vite spezzate, il noir del degrado?
M.: Uno scrittore è sempre prima un lettore e tutte queste cose che dici le ho imparate da Manuel Vázquez Montalbán, con il genere si può dire tantissimo, entrare nel quotidiano, attraversare la città per inseguire qualcuno, per andare in un posto assurdo avendo un ottimo motivo, o far incontrare mondi lontanissimi attraverso un investigatore. Poi, aggiungo a tutto questo una comicità – almeno ci provo – che smonta l’epica che il genere si porta dietro. Il risultato è questo libro qua con un mucchio di personaggi, lingue, posti, e una leggerezza diversa non quella superficiale dei romanzi uguali alle fiction, ma che fa dire al lettore: ma tu guarda questo!

Intervista a cura di Michela Martignoni