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Contorni di Noir | August 18, 2017

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Paolo Negro – Il nemico che gioca con i nomi in blogtour

| On 25, Feb 2017



Il blogtour di oggi ha già toccato le tappe di Thriller Nord e di Milano Nera prima di approdare al nostro, per parlarvi di Paolo Negro: torinese, giornalista, ha lavorato nei principali quotidiani italiani («La Stampa», «la Repubblica», «Il Giornale»). E’ stato responsabile mass media del Medals Plaza olimpico delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 e quindi responsabile mass media della cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali Torino 2006.
Dal 2008 ha pubblicato numerosi romanzi: L’ultimo dei templari, La Leggenda, Il segreto dell’arca. Nel 2011 ha pubblicato Filmgate (Editori Riuniti), libro intervista al produttore cinematografico Silvio Sardi. Nel 2014 ha pubblicato il thriller storico Spiritus Templi tradotto poi da Boveda editores – settembre 2016 – per il mercato spagnolo e sudamericano.

Dopo di noi sarà la volta di  In your eyes ezine con i personaggi del romanzo, poi su 50/50 thriller per parlare dei luoghi e infine su La tela nera per l’approfondimento: Napoleone e la massoneria. 

Tappa di oggi su Contorni di noir è l’intervista in esclusiva all’autore, buona lettura!


1. Benvenuto su Contorni di noir. Ci racconti qualcosa di lei, del suo background.
P.N.: Il mio background è fondamentalmente legato all’amore per il giornalismo, per le inchieste, per la “scoperta”. Insomma, nessuna folgorazione sulla strada di Damasco, nessun effetto speciale. Ho iniziato quando avevo 23 anni con l’assunzione all’editrice La Stampa,e poi ho proseguito con Repubblica e con il Giornale. Quindi, dopo un ventennio, ho deciso di vedere “cosa c’era dall’altra parte del muro”, pur rimanendo nell’ambito della comunicazione. Per un biennio sono stato portavoce del presidente della Regione e presidente della Conferenza delle Regioni italiane, quindi le Olimpiadi, ovviamente sempre nell’ambito mass media e che comunque hanno rappresentato un’esperienza professionale e umana indimenticabile, consulenze e via dicendo.

2. Qual è stata la scintilla che le ha fatto scattare il desiderio di scrivere? Sono stati difficili i suoi esordi?
P.N.: Più che una scintilla è stata un politrauma. Era l’epoca in cui lavoravo a Repubblica e in quel periodo stavo seguendo full time Tangentopoli a Torino. Una sera, tornando a casa in auto, un camion saltò la corsia e centrò in pieno la mia vettura. Risultato: frattura bilaterale degli acetaboli e oltre settanta giorni immobile a letto dopo l’intervento, più altri due mesi e mezzo di riabilitazione. Insomma, in un secondo sono passato da vivere ogni giorno a a duecento chilomentri orari, allo zero assoluto. Il mondo per me si era fermato, qualcuno aveva spento l’interruttore. Mi sembrava di impazzire senza poter fare nulla se non cambiare canale con il telecomando o leggere. Così, cominciai a pensare, a riflettere, a studiare il Medio evo gettando le basi per quello che sarebbe poi diventato tempo dopo “L’ultimo dei templari”

3. Tra le sue pubblicazioni, vi sono numerosi romanzi storici, ci spiega questa scelta?
P.N.: L’unione di due fattori. Il primo: il Medioevo non solo mi ha sempre affascinato, ma per scriverne ho anche dovuto approfondire e documentarmi parecchio (il che ha significato, facendolo a tempo perso anche dopo l’incidente, che ci ho impiegato quattro anni per concludere il primo romanzo). Il secondo fattore: lavorando nei quotidiani ero talmente immerso nell’attualità che probabilmente ne ero semplicemente saturo.

4. Esce ora per Imprimatur “Il nemico che gioca con i nomi”, thriller ambientato ai giorni nostri, ma con evocazioni storiche. Com’è nata l’idea?
P.N.: Una cosa che ho imparato dal Medioevo è che, ad esempio, nonostante tutti gli studi che si possano aver fatto per comprendere appieno i messaggi delle incisioni e delle sculture delle cattedrali gotiche, molto resta da capire. Consideri che il miglior libro sul linguaggio delle cattedrali continua ad essere quello di Fulcanelli, scritto il secolo scorso da questo signore che non si sa ancora chi sia, visto che Fulcanelli è uno pseudonimo. Tornado però a Il nemico che gioca con i nomi tutto è nato per caso: dopo aver concluso l’ultima stesura di Spiritus Templi e quindi fresco di tutti gli studi sulle cattedrali e sulla simbologia occulta, una domenica decisi di prendere una boccata d’aria fresca facendo una gita fuori porta. Andai, visto che era marzo e il tempo instabile, non troppo lontano, nel Biellese e capitai per puro caso a Rosazza, paese che all’epoca non avevo manco sentito nominare. Lei può immaginare il mio stupore quando trovai ovunque simboli e sculture, costruzioni arricchite con bassorilievi che molto avevano a che fare con la simbologia delle cattedrali gotiche, senza considerare quelli che richiamavano la tradizione egizia e massonica. In quel paese era chiaro che nulla era stato scolpito a caso, tutto aveva un legame, tutto seguiva un disegno. Con una precisazione: le cattedrali gotiche erano state erette e scolpite nel 1300, lì invece tutto risaliva al 1800 nascondendo una storia incredibile, per molti versi quasi assurda, che si snodava tra massoneria e Rosacroce. Risultato: affittai per quattro mesi un appartamento e iniziai a studiare, a parlare con la gente del posto, cercando di capire. Il nemico che gioca con i nomi è iniziato semplicemente così.

5. John Demichelis, protagonista inconsapevole di un intrigo che non ha confini. Ce ne vuole parlare?
P.N.: John, fondamentalmente, è uno che, per dirla alla Guareschi, “non muore neppure se l’ammazzano”. Non è cinico, ma si fida ciecamente della sua intelligenza e non sopporta di voltarsi dall’altra parte per non vedere, soprattutto se comprende che invece qualcosa da vedere c’è, eccome se c’è. Lui inciampa nella storia, ma a quel punto non è uno di quelli che tira indietro la gamba. Certo, ha un lato fanciullesco e nei rapporti interpersonali fa qualche casino, ma ha soprattutto un senso dell’ironia dissacrante. Ecco, diciamo che la sua ironia, non è mai fine a stessa o cattiva, semplicemente è tagliente e arriva dritta al punto.

6. Personaggi femminili che abbiamo apprezzato molto sono Natalie e Lidia, la prima una macchina schiacciasassi e l’altra testarda e forse rassegnata di non avere risposte. Ci hanno ricordato donne del presente che hanno fatto battaglie per giungere alla verità. A chi si è ispirato?
P.N.: Mi piacerebbe stupire con qualche risposta ad effetto, ma Natalie, in fondo, l’ha creata John. E’ il suo alter ego. Fa da contrappunto – anche in saggezza – quando è troppo innamorato delle sue teorie per accorgersi che sta sbagliando. E lui lo sa. Natalie è pratica, molto pratica, molto più di John. Lidia, invece, è l’ambasciatrice inconsapevole di una storia che né John, né Natalie potevano conoscere. Collabora, è istintiva ma anche razionale, non si fida troppo degli uomini. Il suo modo di vedere il mondo è più lineare e semplice di come lo vedono John e Natalie. Ama molto il bianco e il nero, le sfumature non fanno per lei.

7. In un passaggio del romanzo cita: “Che il terrorismo sventolasse la bandiera di Al Qaeda o quella dell’Isis, in fondo gli era sempre apparso un dettaglio: a cambiare infatti erano solo le auto, non le cariche d’esplosivo nascoste al loro interno.” Cambiano i nomi ma non gli obiettivi, è questo il messaggio che vuole trasmettere?
P.N.: Sì, ma non solo. Quello è semplicemente un dato obiettivo, visto che stiamo parlando di qualcuno che fa saltare in aria chiunque si trovi in quel dato posto e a quell’ora. E’ la strategia del terrore, non quella della rivendicazione – in un modo orribilmente sbagliato – di un diritto che si sente negato, di un territorio, di un’ideologia. Senza dimenticare che molte domande rimangono ancora senza risposte e vanno fatte alcune considerazioni. La prima, la più importante: Al Qaeda, con la morte di Bin Laden, era facilmente presumibile si sarebbe trovata in difficoltà. Un leader, non importa in questo discorso se pazzo o saggio, se terrorista o pacifista, non lo si costruisce in un giorno. Eppure, dopo pochi mesi dalla morte di Bin Laden inizia l’ascesa cruenta dell’Isis, una sigla che pochissimi fino ad allora avevano mai sentito. Con tante differenze rispetto ad Al Qaeda: rarissime le rivendicazioni di natura religiosa, ascesa del terrore con filmati a dir poco raccapriccianti, ampliamento del raggio d’azione senza obiettivi mirati ma preferendo sparare nel gruppo. E a spiegare la comparsa dirompente dell’Isis non basta dire: l’Isis ha “ereditato” la struttura orfana di Bin Laden. Prima di tutto perché non è molto credibile che, dall’oggi al domani, chi faceva parte di Al Qaeda sia approdato all’Isis come se avesse dovuto semplicemente cambiar maglietta perchè quella precedente si era strappata. Oltretutto, in certi ambiti, quelle che ad un osservatore esterno possono apparire semplici sfumature tra due componenti di un”esercito” che vuole raggiungere l’identico obiettivo, in realtà per chi ne fa parte sono questioni dirimenti. Bisogna poi considerare che per creare una struttura del genere serve una rete efficiente, quindi servono soldi, tanti soldi con flussi di denaro costanti e protetti. E questo senza dimenticare che il mastice per tenere tutto insieme non può essere la motivazione storica di riportare in vita il Califfato: il Califfato semplicemente non è mai esistito. Non è un caso che sempre più studiosi mettano in dubbio la natura pseudo religiosa dell’Isis e quale sia la sua origine. Anche se è evidente che una regia c’è, il punto resta infatti uno: capire a chi fa davvero comodo la comparsa dell’Isis. Ci sono i burattini che seminano morte e terrore, non si vede il burattinaio.

8. Vecchia massoneria e nuovo terrorismo: sono poi così diversi?
P.N.: Epoche diverse, storie diverse. Almeno all’apparenza. Anche perché la storia la fanno gli uomini, non le sigle. Anche la loggia P2 era massoneria, ma ciò che faceva o voleva fare non era certo quello che facevano le altre logge. Se invece si considera come punto d’unione tra un certo modo di intendere la vecchia massoneria e il nuovo terrorismo, quello di “creare le condizioni per cambiare in qualsiasi modo gli equilibri esistenti”, allora la risposta è Sì. La loggia Isis a cui aderì Napoleone in Egitto aveva tra i suoi scopi principali cambiare gli equilibri politici in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Esattamente come altre due logge segrete fondate in quello stesso periodo a Alessandria d’Egitto e a Il Cario da Bernardino Drovetti, in fondatore del Museo egizio di Torino, e tenute sotto stretta osservazione dalla polizia segreta austriaca. Davvero non sono scopi simili a quelli dell’Isis, seppure quest’ultima abbia ampliato il raggio d’azione usando metodi orribilmente diversi?

9. Abbiamo visto il booktrailer del romanzo e si fa riferimento alle stragi del passato quali l’Achille Lauro, le Torri gemelle, Parigi, l’assalto a Fiumicino. Quale filo conduttore pensa ci sia fra questi accadimenti?
P.N.: Tutti hanno ampie zone d’ombra. A partire dall’Achille Lauro con il ritardo con cui la Cia trasmise le intercettazioni all’Italia che dimostravano chiaramente il ruolo nella preparazione del dirottamento dei due mediatori dell’Olp. Per non parlare delle Torri Gemelle. Tutti avvenimenti così drammatici e catalizzanti che, comprensibilmente, han fatto perdere di vista il quadro d’insieme e il contesto in cui sono avvenuti. E questo non è secondario.

10. Come ha vissuto da giornalista queste notizie – professione in cui l’obiettività è fondamentale – rispetto allo scrittore, attività nella quale forse la libertà di pensiero è maggiore?
P.N.: Al di là dell’aspetto creativo di un romanzo che ovviamente ha la sua importanza, l’ho vissuta allo stesso identico modo. Perché la storia è in pratica un puzzle di fatti. Ecco, io ho semplicemente montato i tasselli del puzzle in un modo diverso, ma non ho cambiato o alterato i fatti. Diciamo che mi sono limitato ad alzarmi sulla scrivania come insegnava il professore de L’attimo fuggente e ho guardato le cose osservandole da una prospettiva diversa. Tutto qui. Di fatto il giornalista avrebbe fatto la stessa cosa: semplicemente avrebbe tolto la trama, John, Natalie e Lidia, i colpi di scena e invece che scrivere un romanzo di 400 pagine avrebbe scritto un lungo articolo.

11. Karl Marx diceva: “La religione è l’oppio dei popoli.” E’ ancora così? Se la verità è così visibile, sotto gli occhi di tutti, perché viene ignorata?
P.N.: La religiosità o spiritualità è insita nell’uomo, nel suo disperato bisogno di dare un senso a questa vita e non credo sia l’oppio dei popoli, non offusca la mente, anzi la apre. Attenzione, però: la religione, invece, è tutt’altra cosa, che molto ha a che fare con gli uomini e non sempre con dio, qualunque nome gli si dia. E’ nel nome della religione, qualunque essa sia, che da sempre si sono compiute guerre e create divisioni nel mondo. Ma questa è storia di uomini, non è la storia di dio. Lui ha nulla a che fare con questo. Ripeto: sono decisioni e scelte di coloro che usano o hanno usato solo un dio come scudo per legittimare scelte aberranti che nessun dio, in nessuna parte del mondo e nessuna epoca, ha mai messo tra le opzioni.

Se poi rispondessi al perché la realtà sia visibile ma venga spesso ignorata, significherebbe implicitamente sostenere che io ce l’ho in tasca. Ed è esattamente quello che credo ognuno di noi non debba mai pensare. Non ci sono tasche così grandi per metterci la verità assoluta. Penso semplicemente che forse, ponendosi domande, con obiettività e senza preconcetti, si potrà perlomeno avvicinarsi ad essa. Sarà per questo che la vera domanda è: quante volte non si preferisce invece spegnere il cervello per ingoiare piatti e soluzioni già preparati?

Intervista a cura di Cecilia Lavopa

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