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Contorni di Noir | May 23, 2017

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Elizabeth Brundage – L’apparenza delle cose

| On 01, Mar 2017

Editore Bollati Boringhieri Collana Varianti
Anno 2017
Genere Thriller
514 pagine – brossura e ebook
Traduzione di C. Prinetti

Un tardo pomeriggio d’inverno nello stato di New York, George Clare torna a casa e trova la moglie assassinata e la figlia di tre anni sola – da quante ore? – in camera sua. Da poco ha accettato un posto di insegnante di Storia dell’arte in un college locale, e si è trasferito con la famiglia in una fattoria che le voci di paese vogliono «stregata»: pochi anni prima, è stata al centro di un altro fatto di sangue, la morte di una coppia di agricoltori, che ha lasciato tre figli adolescenti. George diventa subito il sospettato numero uno, e mentre i suoi genitori tentano di salvarlo dalle accuse, e lo sceriffo cerca prove di colpevolezza, la cittadina opta per un intervento soprannaturale, che sembra confermato da strane apparizioni di oggetti, gelide folate di vento.

Una donna assassinata con un’ascia da legna. L’inizio de “L’apparenza delle cose” può far prevedere un thriller a tinte forti, anche un po’ pulp. Invece, proseguendo nella lettura, ci si trova di fronte a un noir con forti venature gotiche. Sleepy Hollow di Washington Irving. Leggendo “L’apparenza delle cose”, analizzando la costruzione delle vicende, viene alla mente questo libro e anche la trasposizione cinematografica di Tim Burton, Il mistero di Sleepy Hollow. Non soltanto per la natura gotica della storia, ma sopratuttto per le due famiglie. Van Tassel e Archer nel testo di Irving, Clare e Hale nell’opera di Elisabeth Brundage.

Perchè “L’apparenza delle cose” non è una vera e propria investigazione classica su un delitto, ma è uno scoprire movente e assassino attraverso due saghe familiari, come nel libro di Irving, anche se in quest’ultimo l’indagine è presente e le vicende familiari restano sottotraccia. Due famiglie raccontate con il linguaggio del cinema, perchè Elisabeth Brundage scrive un film.

Leggendo le pagine, si ha la sensazione di seguire i movimenti di una macchina da presa. La storia si dipana per inquadrature. Si passa dalle panoramiche, alle carrellate, alla macchina a mano – nel senso che è come se la scrittrice stringesse e compattasse le proprie parole sulla carta nella mano, muovendosi in ogni direzione, in maniera irregolare, per cogliere e amplificare le vibrazioni dei sentimenti dentro ciascuno dei personaggi, accennati dolly.

La scrittura è essenziale, scarna, una radiografia netta delle parole. L’autrice narra quello che l’obiettivo del suo metodo coglie e nel modo in cui lo coglie. C’è una netta classificazione di procedura e di attuazione nel suo modo di scrivere. Per ogni situazione, sentimento, la Brundage ha la giusta e corretta visione, senza troppi tentennamenti, senza far pesare il dettaglio nel suo specifico.

La Brundage è attenta al dettaglio, ai colori, agli odori, a tutto quello che ruota intorno ai personaggi, visibile e non visibile, a tutto ciò che può servire per descrivere un determinato stato d’animo improvviso o un sentimento radicato nell’abitudine. E in questo suo lavoro dei “cinque sensi”, la Brundage presta molta attenzione a quello che sono i suoni, i rumori.

Assai spesso, nelle oltre cinquecento pagine, il senso dell’udito è sollecitato, sfruttato, usurato, con gli occhi del lettore che finiscono col sentire e, soltanto dopo, vedere. I rumori sono importanti per gli stessi personaggi, sono le cornici dei loro movimenti, delle loro azioni. Delle loro paure. A volte i rumori si mangiano le parole, cancellano i pensieri, rimangono inalterati mentre intorno a essi qualcosa cambia, qualcosa non è più come prima. Una vita intera passa per i suoni, ogni genere di suono. Naturale, meccanico, musicale.

“L’apparenza delle cose” è alla fine una lunga ballad, disperata e maledetta, dove gli strumenti sono le anime, dove le parole sono i suoni. La ballata di chi ha un nome, una stirpe, ma lo sta perdendo in una difficoltà finanziaria, in una difficoltà di sopravvivere che ricorda a tratti anche Furore di Steinbeck, la Grande Depressione degli Anni Trenta. È la ballata in cui l’omicidio è quasi un sussurro dolce, un bisogno astruso, come nelle Murder Ballads di Nick Cave. Quasi una conseguenziale attrazione verso l’orrore dentro un ambiente infernale edificato e modellato dalla vita stessa, dai suoi sconvolgimenti, privazioni.

La Brundage sa riunire perfettamente dolore, rivalsa, vendetta, odio, narcisismo su di un pentagramma fatto di poche righe e spazi e minimi accordi necessari. La sua scrittura asciutta è uno script di assoluto valore, un film in suoni, in paure, in sconfitte.

Il suo libro è un gioco mutevole, quasi arrogante a tratti nella sua sicurezza e intraprendenza, nel suo incedere d’esperienza e di cervello, ma non per questo non trasuda in egual misura frammenti di uno specchio d’umanità andato in frantumi, con i quali ci si è tagliati in profondità, al punto che le ferite sono impossibili da rimarginare.

Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini

La scrittrice:
Elizabeth Brundage è laureata all’Hampshire College e ha frequentato la NYU Film School, l’American Film Institute di Los Angeles e il laboratorio di scrittura dell’University of Iowa. Ha insegnato alla University of Hartford e al Rochester Institute of Technology.
In Italia ha pubblicato nel 2017 L’apparenza delle cose, uscito per Bollati Boringhieri.