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Contorni di Noir | July 25, 2017

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Intervista a E.O. Chirovici

| On 17, Mag 2017

(c) Cecilia Lavopa

A Tempo di Libri abbiamo incontrato lo scrittore rumeno E.O. Chirovici. Ha esordito nella narrativa con una raccolta di racconti, cui è seguito il primo romanzo, che ha venduto in Romania oltre 100.000 copie. Dal 2013 si dedica a tempo pieno alla scrittura.
Il libro degli specchi, il suo primo romanzo scritto in lingua inglese e tradotto in Italia da Longanesi, è diventato un vero e proprio caso editoriale. Ancor prima dell’uscita, e in soli dieci giorni, è stato venduto in 38 Paesi. Lo abbiamo intervistato per voi.

1. Benvenuto, ci racconti qualcosa di lei e del suo background.
E.O.: Sono nato nel 1964 in una piccola cittadina del sud della Transilvania, nel mezzo della Romania. Sono di discendenza rumena, ungherese e tedesca. Per due anni sono stato economista e dopo la rivoluzione mi è stato impossibile continuare a lavorare. Per 12 anni ho lavorato nel settore dell’editoria al National Courier e per una rete televisiva. Sono stato project Manager e ho contribuito alla creazione di una rete televisiva. Mi sono dedicato molto al lavoro della radio . Il primo racconto breve l’ho scritto a 9 anni, a 24 ho pubblicato il primo racconto e a 25 il primo romanzo. Non essendo stato un membro del partito comunista, questo è successo dopo la rivoluzione in quanto era molto difficile a quell’epoca avere accesso alla pubblicazione di un libro. Nel 2012 ho lasciato la Romania e ci siamo trasferiti in Gran Bretagna. Ho provato a scrivere a tempo pieno, perché sono convinto che uno scrittore debba occuparsi a tempo pieno – se può – alla scrittura. Scrivo narrativa e saggistica, mistery, libri storici, di economia e di antropologia.
Due miei libri sono stati pubblicati anche in America.

2. Ora è uscito per Longanesi “Il libro degli specchi”. Ci vuole raccontare qual è stata la scintilla?
E.O.: E’ difficile per uno scrittore spiegare perché e per come è arrivata l’ispirazione, ma seguo una regola ferrea. Forse perché sono un pittore e mi baso nel mio caso sulla prima immagine che mi salta agli occhi. Ogni singolo libro che ho scritto, la storia parte da un immagine molto vivida che mi si imprime nella mente, come un fotogramma cinematografico. Tu giri una sequenza, ti immagini una certa situazione e lo fai. Non mi siedo allo studio di casa mia per concentrarmi sul libro che scriverei.

Nel caso di questo romanzo, ho visto l’immagine di un ragazzo, uno studente universitario che tornava a casa, dove avrebbe trovato la sua nuova coinquilina, giovane bella e bionda. La incontra in cucina e lì mi si è fissato nella mente un particolare: lei cercava di versare della mostarda su un hot-dog da un barattolo sigillato. Lei non sapeva che ci fosse il sigillo e il ragazzo la aiuta. Che si innamorassero o no non lo sapevo, l’importanza era sapere che c’era una storia dietro quella scena. Se vogliamo chiamarla scintilla, è stata proprio questa. Ho riconosciuto dietro quel dettaglio il segno chiaro di una storia, un collegamento.

3. Mi ha fatto riflettere l’affermazione secondo cui “Abbiamo ricordi falsi che la nostra memoria costruisce a bella posta”. Che cosa ha scatenato in lei questa idea di fondo?
E.O.: Mi ha sempre incuriosito e preoccupato come funziona il nostro cervello, la nostra mente. Qual è la zona in cui si insinuano i dettagli che diventano parte del nostro processo di integrazione cognitiva. E’ stato provato che il nostro cervello non riconosce ciò che è realtà dalla fantasia. Se noi andiamo indietro nel tempo, gli esseri umani sono stati abituati a vivere in comunità ristrette e isolate, la maggior parte delle persone scorreva la vita in quei luoghi. Perché abbiamo bisogno di avere un cervello più sviluppato? Per immagazzinare più informazioni.
Se pensiamo a quell’epoca dove la vita media era di vent’anni, non c’era bisogno di tante informazioni, ma avveniva la rielaborazione di quelle poche notizie con la fantasia.

Chi paragona il cervello umano a quello del computer, sbaglia. Nel Medioevo, si pensava che il cuore fosse il centro del pensiero dell’uomo, ma secondo me bisogna pensare al cervello come a un fiume che scorre, all’interno del quale c’è di tutto. Cose che non sai, che presumi, che sia immaginazione, che vanno a sommarsi. Abbiamo sviluppato la capacità di anticipare una narrazione. Se prende i tarocchi c’è la carta del pazzo, che si associa all’idea del viaggiatore, perché le persone non si muovevano dagli stessi luoghi dalla nascita alla morte. Il viaggiatore era il personaggio più importante, perché portava le notizie, ti dava le storie.

Prendiamo i greci che credevano che gli déi vivessero sull’Olimpo. Ma in fondo l’Olimpo era una montagna, avrebbero potuto scalarla e scoprire che non c’era nessuno. Ma per loro non aveva importanza, loro volevano crederci. Anche i prigionieri si creano delle immagini fantastiche per non impazzire all’interno del carcere. Dei richiami al ricordo.

4. Ci racconti un aneddoto a tale proposito.
E.O.: Con mia madre parlavamo della mia infanzia e io le dissi: “Ti ricordi quando ero piccolo – due o tre anni – e ci fu quel calciatore molto giovane che morì? Io venni al funerale e lo vidi dentro la bara aperta. Era vestito di bianco e nero e aveva il pallone sul petto, il modo che gli altri avevano pensato di ricordare quanto famoso fosse.” E mia madre si mise a ridere e mi disse: “Ma guarda che tu non c’eri, forse te lo ha raccontato tuo padre.”
Io ero assolutamente convinto dii esserci stato, ma questo la dice lunga quanto fallace sia la nostra memoria. Infatti io ero talmente piccolo che non avrei neanche potuto partecipare al funerale di quel calciatore. La civiltà italiana è la prima che ha suddiviso la realtà dalla fantasia, ai tempi dell’Impero Romano perché, mentre i greci si inventavano degli déi, i romani molto più pragmatici hanno impiegato il tempo a costruire strade, a creare l’esercito, a mettere a punto dei princìpi di legge che governano ancora il nostro diritto odierno.

5. Come in altri libri, ma nel suo in modo particolare, la narrazione è concentrata più sul “perché” anziché sul “chi”. In questo modo il suo romanzo diventa più difficile da categorizzare, ma credo la scelta sia stata voluta. Ci spiega la ragione di tale scelta?
E.O.: Ha ragione, l’ho fatto in modo del tutto istintivo. Sono d’accordo con lei che sia più difficile parlare del perché che non del chi. Ecco perché molti redattori a seconda che sia in Francia, in Italia o in Inghilterra definiscono il mio libro o narrativa letteraria, o giallo, o thriller psicologico. Non ha mai la stessa collocazione, ma parlando del chi (o, come dicono in Inghilterra, chi lo ha fatto), prenda il caso dell’Italia e vada in qualsiasi commissariato di polizia, c’è un’anagrafica incredibile di criminali e sanno benissimo chi ha perpetrato i reati, hanno ogni dettaglio del singolo delitto.

Ma si ha sempre bisogno di menti brillanti nel settore forense o meramente scientifico che studiano il perché, per capire come mai in certe circostanze una persona riesca ad avere l’istinto omicida e a portarlo a termine mentre un’altra si ferma un attimo prima, indipendentemente dal chi. Questa prospettiva mi sembra particolarmente interessante.

Intervista a cura di Michele Finelli