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Contorni di Noir | October 23, 2017

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Intervista a Flavio Santi

| On 04, Mag 2017

fonte: www.ilgiornale.it

Flavio Santi (15/03/1973, Alessandria, residente ad Albuzzano). Oltre alla presenza in antologie (Nuovissima poesia italiana, Mondadori, 2004; Parola plurale, Sossella, 2005), ha scritto alcuni libri di poesia, tra cui Rimis te sachete (Marsilio, 2001), Asêt(Barca di Babele, 2003), Mappe del genere umano (Scheiwiller, 2012); i romanzi Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999), L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), Aspetta primavera, Lucky (Socrates, 2011, candidato al Premio Strega 2011), Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta (Laterza, 2011); i racconti La guerra civile in Italia(Sartorio, 2008). È tradotto in molte lingue, dall’inglese al coreano. Lo abbiamo intervistato e sentite un po’ cosa ci ha raccontato.

1. Benvenuto, Flavio. Raccontaci qualcosa di te, del tuo background.
F.: Ciao a tutti. Tengo molto alle mie radici contadine, mio nonno paterno coltivava la terra, per me il contatto con la natura è fondamentale. Del resto, se spesso il gesto della scrittura viene paragonato a quello dell’arare, ci sarà un motivo, no?

2. Leggo dalla tua biografia che sei laureato in Filologia medievale ed umanistica. Una laurea interessante e sicuramente di notevole spessore. Quanto tali studi hanno influenzato il tuo stile narrativo?
F.: La filologia ti dà un metodo rigoroso, ti insegna a mettere in dubbio ogni cosa, ad analizzare attentamente ogni cosa, anche la più banale (un grande filologo diceva che la filologia ti insegna anche a farti la barba, per dire!), e a mettere ogni cosa in una prospettiva storica. Ti insegna che dietro ogni cosa c’è sempre dell’altro che l’ha generato in qualche modo. Insomma, una disciplina perfetta per chi voglia scrivere dei gialli!

3. Sei anche un traduttore e la tua produzione è rilevante. Qual è la traduzione che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
F.: Forse Bartleby lo scrivano di Melville. Ricordo ancora cosa mi dissi al termine della traduzione: “Se domani mi cade una tegola in testa e ci resto secco, mi posso ritenere soddisfatto come traduttore, ho avuto la fortuna di tradurre Melville”. Quel racconto è meraviglioso, scritto con una sapienza e un gusto impressionanti, modernissimi. È tutto basato su variazioni di registri. Una goduria – e una gran bella sfida!

4. E sei anche un poeta. La tua anima quindi esprime la bellezza attraverso diverse sfaccettature.
F.: La poesia ti insegna la cura maniacale del lessico. In poesia non ti puoi permettere di essere banale: non puoi scrivere “Il cielo è azzurro” o “la montagna è bianca di neve”. In poesia conta il “come”, più che il “cosa”. La poesia è una grande scuola di parole. Continuo a leggere molta poesia, e a tradurla appena possibile. Uno dei miei poeti preferiti, l’americano William Carlos Williams, è diventato famoso in questi mesi grazie a un film di Jim Jarmusch, Paterson.

5. A proposito di bellezza, arte e descrizioni paesaggistiche fanno bella mostra tra le pagine dei due libri che hanno per protagonista l’ispettore Drago Furlan. Mi sembra di capire che la bellezza occupa una parte molto importante della tua vita personale e professionale.
F.: Soprattutto la bellezza della natura. In Friuli ci sono paesaggi mozzafiato, si passa dalla montagna alla collina, dal fiume al mare, con una grande e insospettabile varietà. Drago Furlan abita in un vero e proprio Paradiso terrestre che sono le Valli del Natisone, vallate incontaminate, dolci e decise a un tempo, luminose e ombrose, un po’ come l’animo del friulano.

6. E’ uscito ora il tuo romanzo con Mondadori, “L’estate non perdona”. Com’è nata l’idea?
F.: È la seconda indagine del mio ispettore-contadino: l’idea è di mettere questo uomo “comune”, che vive felice con poco, di fronte a problemi enormi, dei veri e propri macigni. Stavolta volevo che sudasse parecchio e avesse un bel sole accecante di fronte. Un sole giallo per… un giallo, mi sembrava perfetto. L’ambientazione al mare a Lignano è poi un omaggio al grandissimo Giorgio Scerbanenco, maestro di tutti noi giallisti.

7. Rispetto ad altri ispettori e commissari che per un motivo o un altro devono lasciare i loro luoghi d’origine e sono destinati ad altra sedi, Furlan vive e svolge il suo lavoro nei suoi luoghi di nascita. E’ un vantaggio o no svantaggio? Aiuta di più allontanarsi o restare ancorati alle proprie origini?
F.: Io non vivo abitualmente in Friuli, perciò mi creo dei personaggi che vivano il Friuli e in Friuli per me. Karl Kraus dice una cosa che condivido, e penso condivida anche Drago: “L’origine è la tua meta finale”. La terra, le tue radici (non è un caso che si dica proprio così, attingendo al mondo della natura) sono tutto, alla fine. Attraverso Furlan racconto le luci e le ombre del Friuli, e dunque dell’Italia.

8. Nella vita di Furlan ci sono tanti particolari che mettono in evidenza l’importanza della semplicità e della vita il più possibile libera dalla frenesia. Gli amici in osteria, il tifare Udinese, le grigliate, le passeggiate in moto immersi nella bellezza della natura. Basterebbe davvero poco per conciliarsi con la vita.
F.: Abbiamo troppa fretta, dannazione! La natura ti insegna a essere meno “stressato” ed esigente, ad avere un rapporto “umano” con il tempo. Quando semini che so dei cetrioli o delle zucchine devi avere molta pazienza, molta costanza, molta disciplina. Devi essere molto filologico anche! Ricordo il rigore con cui il cugino di mio padre, Gino, suddivideva l’orto: una vera e propria opera architettonica!

9. Sia ne “La primavera tarda ad arrivare” che ne”L’estate non perdona” , ho apprezzato tantissimo l’amore per l’uso della parola scritta e la ricerca della parola giusta al posto giusto, credo frutto anche dei tuoi studi. In un mondo dove le parole vengono “buttate” spesso a caso e a sproposito, quanto è importante ritrovare l’importanza dell’uso delle parole?
F.: Per chi scrive la parola è tutto. Croce e delizia. L’italiano ha una ricchezza immensa, è bello attingerne a piene mani. Non limitarsi a usare mille, duemila parole, ma usarne molte di più. Inserendo anche qualche elemento di friulano, se capita. Parole che contengono dei mondi: ad es. palûd che compare in “L’estate non perdona” indica tante cose, la palude, l’aria stagnante, la sensazione di vischiosità, insomma è quasi intraducibile. Amo molto il dettaglio, il particolare, la precisione. Del resto quando descrivi un’autopsia o parli della traiettoria di un proiettile non puoi barare, devi essere documentato e… filologico.

10. Furlan non ama particolarmente la tecnologia, o meglio, le riconosce l’importanza che merita ma nello stesso tempo ritiene che l’intelligenza umana debba essere utilizzata di più e meglio. Che rapporto hai tu con la tecnologia?
F.: Sono un po’ più evoluto di Furlan, sono su Facebook e Twitter per dire (anche se da poco più di un anno), però da buon contadino vedo sempre con una certa diffidenza un eccesso di tecnica e tecnologia. Di fatto stiamo perdendo l’uso della manualità, non sappiamo riparare un elettrodomestico – mio padre invece è in grado – e io di questo ne soffro sinceramente. Poi ciclicamente vengo preso da quella che chiamo la “solitudine dell’anacoreta”, la voglia cioè di isolarmi in campagna, in mezzo alla natura. Spesso mi dico che sarebbe bello vivere in modo autosufficiente, coltivando la terra ecc.

11. Dalle traduzione e dalle poesie come sei arrivato proprio ai gialli?
F.: Da sempre sono un gran lettore di gialli, soprattutto dei classici, Simenon, Stout, Agatha Christie. Ho scoperto che i miei poeti preferiti, Attilio Bertolucci e W.H. Auden, erano dei lettori fanatici di gialli, e in effetti la poesia ti insegna il senso del ritmo, che nel giallo diventa suspense. Un altro grande poeta a cui sono molto affezionato, l’inglese Cecil Day Lewis, padre dell’attore Daniel, era anche un ottimo giallista. Dunque vedete che c’è un profondo legame tra giallo e poesia! Come traduttore ho avuto poi modo di confrontarmi con Ian Fleming, il padre di 007, e ho imparato molto.

12. Cosa stai leggendo in questo periodo?
F.: Due libri “apparentemente” distanti: La casa a Nord-Est di Sergio Maldini (che è una specie di grande romanzo sul Friuli e i friulani) e una biografia del sultano turco Abdulhamit II (per il quale però lavorò un grande architetto friulano, Raimondo d’Aronco, padre del liberty italiano, dunque tutto torna…). Invece come gialli sto rileggendo un po’ Stout e la trilogia esotica di Poirot-Christie. I maestri sono loro.

Intervista a cura di Cecilia Dilorenzo