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Contorni di Noir | October 23, 2017

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Thriller Ambassador (II Manche). Donne e thriller: le grandi autrici del genere

| On 18, Mag 2017

Bette Davis - Che fine ha fatto Baby Jane

Bette Davis in “Che Fine ha fatto Baby Jane” – Immagine da www.totalfilm.com

 


Un’interessante iniziativa coinvolge noi bloggers il 15 giugno ad Amsterdam i migliori blog di thriller scelti da HarperCollins Italia e HarperCollins Nordic prenderanno parte al primo esclusivo thriller bloggers meeting con l’autrice, durante il quale potranno intervistare Karin Slaughter e scoprire in anteprima The Good Daughter, thriller psicologico in uscita in Italia a novembre 2017.
Volete mandare Contorni di noir e farci diventare il primo Thriller Ambassador Italiano? E noi ci proveremo!

La traccia per questo articolo sembra come quella che ti davano alle medie: tema libero. Selezionare “grandi autrici del genere” è come voler farsi violenza e lasciare indietro tanti nomi. È stato necessario pensare un bel po’ prima di mettersi a scrivere perché il rischio di iniziare e dover fare un articolo a puntate era più che certo. Abbiamo dovuto scremare, sfrondare e ricancellare l’elenco delle scrittrici che hanno portato il thriller ad alti livelli. Quindi, direte voi, da chi cominciamo? L’onnipresente Agatha Christie e i suoi “Dieci Piccoli Indiani (o “Ten Little Soldiers”, la ballata gotica del libro originale “And Then There Where None”, titolo decisamente più raccapricciante, n.d.r.) da cui tutto promana? L’incredibile Patricia Highsmith e il suo “Il Talento di Mr Ripley” (personaggio anche lui seriale poi, ma qui al suo esordio), ipnotico ed amorale con l’uso più creativo in fatto di oggetti per uccidere la gente? Mi viene in mente anche Shilrey Jackson e il suo “Incubo di Hills House” a metà strada tra l’horror e il giallo psicologico che esplora la follia, potente e terribile anche dopo oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione… Qualcuno là in fondo dice P.D. James, altri Ruth Rendell, ma se usciamo dal mondo anglosassone troviamo Fred Vargas e Dominique Manotti, poi la caliente Alicia Gimenez Bartlett; arriviamo in casa nostra troviamo, su tutte, Paola Barbato e Barbara Baraldi. Finiamo con un rapido volo verso il nord ed includiamo Anna Grue, Liza Marklund, Viveca Stern e Yrsa Sigurðardóttir… Lo sappiamo. Ne mancano a manciate, ma lo spazio è tiranno, e – soprattutto – rischieremo di fare elenchi e di dimenticare qualcuna per strada.

Una delle cose migliori, o meglio, una delle sensazioni migliori che si prova quando si legge un thriller d’alta qualità è quel senso di paura sotto pelle e la insaziabile necessità di girare pagina. Il tempo che passa in un lampo e le ore che si trascorrono sulla pagina sembrano attimi.
Nessuno, in questo senso, è stato più capace di trasmettere sensazioni simili se non le scrittrici di thriller. Ha aperto la porta a questo mondo al maschile Anna Katharine Green, colei che ha scritto “Il Caso Lavenworth” (o “Il mistero delle due cugine“) che introduce Ebenezer Gryce, il primo detective nato da penna femminile e grande fonte d’ispirazione per Monsieur Poirot di Christie. Se ci soffermiamo un momento, e guardiamo allo stato dell’arte in fatto di gialli e thriller, siamo di certo in un momento particolarmente fiorente per quanto riguarda le crime-novel a mano femminea. Sembra proprio che anche le case editrici puntino maggiormente sulle scrittrici poiché paiono essere più in gamba nell’esplorare e portare alla luce il lato oscuro e le paure ancestrali delle donne stesse.

Ariana Gorini in una scena del thriller “Sei donne per l’assassino” – immagine da www.movieplayer.com


Questo hanno saputo fare Christie, Highsmith, Jackson, Reichs, e tutte quelle scrittrici che si sono ritagliate un posto nel pantheon del giallo. Esplorare la natura femminile, esporre le terribili situazioni che le vedono protagoniste (il femminicidio, lo stupro, la follia…), associandole ad una denuncia sociale, forgiando protagoniste ed anti-eroine, spesso andando contro corrente: non descrivono protagoniste “cool”, ma imperfette, comportamentali, non allineate; ed è per questo che ci piacciono. Le scrittrici non hanno bisogno di eroi, ma di brutale normalità. Le donne pensano alle azioni criminali in modo molto diverso perché vivono nella coscienza di essere prede. Sanno cosa vuol dire camminare da sole di sera in una strada poco illuminata o ritrovarsi a tu per tu in un ascensore con un estraneo. Il mondo maschile è lontano anni luce da questi pensieri; per le donne sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare.

Ed eccoci qui, a ragionare e a renderci conto che non si possono lasciare indietro altri esempi di thriller femminili e di personaggi particolari. Mo Hayder, ad esempio, protagonista del suo stesso romanzo “Tokyo”, ovvero rendersi conto come sia diverso il modo di reagire tra un uomo e una donna quando accade qualcosa di brutto: gli uomini cercano il colpevole altrove, le donne puniscono loro stesse (poi, se avete voglia di qualcosa di terrificante, andatevi a leggere anche “Il Trattamento”…). A proposito di personaggi spiacevoli, leggetevi “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn: tutto sembra normale stereotipo, poi, d’un tratto…

Bene, abbiamo tenuto per ultima, un po’ come si fa con il dolce, con la portata più prelibata, Karin Slaughter. Con un nome così non avrebbe potuto fare altro che la scrittrice di thriller (Slaughter = Massacro) anche se certe volte le definizioni vanno troppo strette. Karin, seguendo questo filone di scrittrici d’alto livello ha creato personaggi complicati, complessi e deficitari (pensiamo a Will Trent, alla sua dislessia) e proprio per questo più umani e reali. I suoi racconti sono disturbanti e trattano argomenti a volte molto forti. A chi le ha fatto notare la cosa lei stessa ha risposto: “La questione è questa: le donne sono capaci di scrivere cose veramente raccapriccianti. Quando scrivono di un bambino in difficoltà, sarà di certo molto crudo. Perché è questo quello che accade: molti uomini pensano, quando tu donna dici loro “io scrivo thriller”, che si tratti di libri con una suspense romantica ed un morto. Assolutamente no. Sono libri tosti, parlano di crimine in modo realistico“.

Allora, siete pronti per l’arrivo del prossimo libro di Karin? Noi si…

Michele Finelli