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Contorni di Noir | February 20, 2018

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Intervista a Ian Manook

| On 03, Giu 2017

Ian Manook non scrive in silenzio, ma in mezzo al caos. Altrimenti, dice lui, non funziona.

Ha scelto di ambientare la trilogia di Yeruldelgger in Mongolia perché di quel paese non scrive nessuno. “L’ho scelta per difetto”, confessa con il sorriso, confermando che scrivere di un paese che non sia il proprio permette allo scrittore di sentirsi più libero di esprimersi e di avere un punto di vista diverso da chi ci vive.
Lo abbiamo incontrato in occasione della sua visita in Italia al Salone del libro di Torino e abbiamo avuto dieci minuti a disposizione per intervistarlo, ma sarà sicuramente nostra premura attenderlo nuovamente per l’ultimo romanzo della trilogia pubblicato da Fazi Editore!

1. Com’è stato il tuo primo impatto con la Mongolia?
I.: La prima cosa che colpisce è che uno pensa di trovarsi in una cartolina. Invece è un Paese stravolto dalle occupazioni. I turisti cercano di trovare ciò che è rimasto della cultura coloniale. Ci fu Gengis Khan che da solo uccise un terzo della popolazione, poi la rivoluzione sovietica che ancora oggi fa sentire la sua influenza. Vi dico solo che un dirigente mongolo venne ucciso solo per aver interpretato il ruolo di Stalin.
Vi è un abitante ogni km quadrato e il nomadismo è una tecnica di sopravvivenza in un paese ostile. Se la gente si sposta è perché l’ambiente non è affidabile e cerca un equilibrio. La steppa, quando viene distrutta, non ricresce più. E’ un popolo che ricerca ancora la propria identità.
A Ulan Bator molti nomadi che vivevano nella steppa, passavano da un caldo canicolare a inverni a -40°, così sono andati a vivere nelle bidonville. Molti non avevano più il gregge – fonte di sostentamento della propria vita, sia per la carne ma anche per il trasporto – e sono finiti in miseria.

2. La Mongolia è un personaggio chiave dei tuoi romanzi. Quanto è difficile scrivere in maniera tanto approfondita di una nazione che non hai sotto gli occhi ogni giorno? E’ per questo che in Tempi selvaggi ci sono alcuni capitoli ambientati nella tua Francia?
I.: Scrivo sempre di un paese in cui ho amato viaggiare. La Mongola, il prossimo sarà il Brasile, poi l’Islanda. Tutti paesi che ho amato. La Mongolia la conosco da quasi 15 anni, mia figlia più giovane ha un ragazzo che vive là. Nel 2008 nostra figlia ha visto un documentario in televisione che non parlava molto bene della gestione dell’organizzazione umanitaria. Allora ha voluto verificare che i soldi che mandava ogni mese fossero utilizzati al meglio, andandoci di persona.
E Siamo stati via per 5 settimane, fuori dai siti turistici. Sono stato un hippy e dai primi anni 60 ho viaggiato tanto e assorbito come una spugna usi e costumi degli altri Paesi.

3. Il terzo volume della trilogia è già uscito in francese. Vuoi restare in questo genere letterario o vuoi cambiare?
I.: Il prossimo romanzo – già terminato – uscirà in ottobre. Ancora un giallo, più letterario e si svolge in Brasile, a Pantanal, al sud del Mato Grosso, un luogo che diventa con la stagione delle piogge il mare calo più grande al mondo. Un posto meraviglioso. Un tipo di confrontazione intimista, in ambiente più aperto.
Quello dopo sarà un noir sull’Islanda, ma quello dopo ancora – che scriverò per dicembre 2018 – sarà una saga storica durata cento anni dal 1915 al 2015: la storia sulla diaspora armena.

4. In Tempi selvaggi vediamo succedere cose che sembrano “soprannaturali”, in particolare per quanto riguarda i lupi, chi ha letto il romanzo. Come hai deciso di inserire questo aspetto finora ancorata alla realtà?
I.: I lupi sono uno dei simboli della cultura sciamanica. Ho conosciuto lo sciamanismo nel Nord America, in Brasile e anche in Mongolia. Quello che ho scritto, non l’ho visto, ma i lupi sono sempre presenti nelle leggende. Sono appassionato di lupi.

5. A Yeruldelgger e Oyun tra questo romanzo e quello prima capita davvero di tutto! Li odii davvero così tanto? Raccontaci qualcosa dei personaggi che hai creato.
I.: Quando parlo di Yeruldelgger è la Mongolia tradizionale, mentre Oyun è la Mongolia di oggi. Diaciamo che Yeruldelgger è un tipo “orizzontale” come la steppa, come la storia e le tradizioni. Oyun è “verticale”, non gli importa del passato, del secolo di Gengis Khan. Quello che gli interessa è la possibilità della crescita sociale.
Nel primo libro, Yeruldelgger è il personaggio antipatico, nel secondo è Oyun. Yeruldelgger è un uomo che prova a sistemare le cose di oggi con il rispetto e la tradizione di ieri. E visto che non ci riesce, prevale la violenza e la rabbia. Attraverso il secondo libro, passa il tempo ad avere contrasti.

6. Rispetto al romanzo precedente, Tempi selvaggi è più cupo e disperato. Cosa dobbiamo aspettarci nell’ultimo volume?
I.: Una conclusione magnifica (ride)!

7. I tuoi romanzi sono stati tradotti in lingua mongola? Ti è mai capitato che qualche mongolo ti contattasse?
I.: Non ancora. Ci sono molti mongoli che vivono in Francia e che parlano francese. Ho verificato con loro che hanno letto il romanzo e tutto quello che ho scritto sulla Mongolia era giusto. Ma anche molti francesi mi hanno ringraziato di aver trasmesso un’atmosfera particolare.

8. Com’è stato passare dalla cultura giornalistica e quella del polar?
I.: Da tre anni frequento altri autori e il mio stile è atipico. Scrivo senza struttura e annoto tutti i miei ricordi senza fermarmi. Inserisco poi delle note in rosso per trasformare lo stile e verificare le informazioni. Scrivo sempre i primi due capitoli, anche senza sapere se mi serviranno.

Intervista a cura di Marco A. Piva