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Contorni di Noir | August 18, 2017

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Intervista a Paola Barbato

| On 19, Giu 2017

 

(foto Walter Tenio)

Paola Barbato, classe 1971, ha cominciato nel 1999 a lavorare come sceneggiatrice di fumetti e proprio per questa peculiarità inizia la sua collaborazione con Tiziano Sclavi per sceneggiare dei numeri fondamentali di Dylan Dog.
Nel 2006 scrive Bilico per Rizzoli, nel 2008 Mani nude, sempre per Rizzoli, che vince il Premio Scerbanenco. Poi “Filo rosso” nel 2010, ancora con Rizzoli.
Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male con Fabrizio Bentivoglio e per la regia di Alex Infascelli.
L’abbiamo presentata in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Non ti faccio niente, edito da Piemme, alla libreria Open di Milano il 13 giugno 2017.
L’affluenza del pubblico è stata massiccia e qualche copia in più del romanzo non sarebbe guastata, visto che la presentazione non era ancora cominciata e già c’era il tutto esaurito.

1. Benvenuta, Paola. Esce oggi il tuo nuovo thriller “Non ti faccio niente” per Piemme Editore. Com’è nata l’idea?
P.: L’idea mi è rimasta dall’infanzia. Sono del 1971 e ho avuto gli anni di pre-adolescenza nei primi anni 80, anni di leggerezza da parte dei genitori, anni in cui la TV cercava di essere più frivola, così come il cinema dopo aver avuto gli anni ’70 così grevi di significato. Anni in cui i genitori tendevano a ritrovare una dimensione estetica di persona, madri più curate, padri più frivoli ed era frivolo anche gestire i bambini: “Esci, gioca, vai, divertiti e torna per cena.” Ad esempio, la tragedia di Vermicino colpì tutti e nessuno si chiedeva come fosse possibile che un bambino cadesse in un pozzo artesiano, ma i bambini andavano dovunque. E’ stato un periodo di grandi rapimenti, di scomparse inspiegabili, catalogate come una bravata, un incidente, o non si sa. Si parlava poco o in maniera poco circostanziata e la sensazione di pericolo intorno a me a quell’epoca la sentivo molto presente, dalla macchina che si affiancava quando andavo a scuola, o i parchi nei quali attorno ai bambini c’era gente che girava e nessuno sapeva chi fosse.
Se fosse successa veramente una cosa grave allora, forse i genitori avrebbero fatto un passo indietro. Lasciamo perdere che ora siamo passati alla paranoia più totale, ma gli anni ’80 sono stati quelli delle grandi molestie non dette da parte dei bambini, poiché nelle famiglie non si parlava. Io sentivo l’esigenza di parlarne.

2. Dicesti in un’altra intervista: “Se chiudi gli occhi e allunghi una mano, pensando a Superman, non accade niente. Ma se pensi a Dylan, lui è lì a distanza di braccio. Vero, limitato, umano. Dylan è stato creato da un uomo che non si sognava di rappresentare un’icona ma che voleva semplicemente dare vita a una persona in cui rispecchiarsi.” Ora parliamo di Vincenzo, il rapitore dei bambini. Pensi di aver dato vita a una persona in cui rispecchiarsi?
P.: Per certi versi sì, non tanto per l’atto eroico che ha compiuto in maniera distorta, quanto negli altri aspetti del carattere. Vincenzo è un uomo debole, una creatura fragile, viene ferito da tutto. Soffre di tantissime cose, rimane chiuso in casa e non guarda la televisione perché ha paura delle notizie, non usa internet perché non saprebbe proteggersi. Io credo che la fragilità di questo tipo di eroe – in questo caso indotta da una vita difficile – è molto più comprensibile dal punto di vista del lettore. Eroe è quello che riesce a fare dopo, l’eroismo non è una cosa costruita, ma qualcosa che accade quando scatta da una figura da chi non ci saremmo mai aspettati. Vuol dire che è alla portata di tutti, anche mia.

3. Nel 2015 iniziano gli omicidi. I figli dei rapiti vengono a loro volta prelevati ma restituiti privi di vita. Vincenzo inizia a dubitare delle sue azioni, che sembrano ritorcersi contro di lui. Tanto che c’è un passaggio che dice:
– “Non è colpa tua. La gente muore. Non è colpa tua.”
– “Io volevo fare del bene.”
– “Questo non è un mondo in cui fare del bene.”
Protagonista è la colpa, che diventa trasversale,verticale, orizzontale. Cos’è per te la colpa?

P.: La colpa è un cappotto molto scomodo, facile da ritrovarsi addosso senza rendersi conto. La definizione di ciò che è colpa – che non è uguale per tutti, abbiamo percezioni diverse – non arriva mai da noi, ma sempre da fuori. La colpa per me è derivata dalla mia paura infantile di essere abbandonata, di essere lasciata sola. Io oggi sono incapace di trascurare anche il peggiore degli haters su Facebook. Perché non voglio trascurarlo. Magari lo insulto, ma ignorarlo mi costa una fatica tremenda. Nessuno deve essere lasciato indietro, su di me non lo avrei tollerato proprio perché è successo anche a me.
Tu commetti delle azioni di cui non ti vergogni ma agli occhi di un altro non sono accettabili. La colpa è una sensazione molto intima e personale.

(foto Walter Tenio)

4. Hai scritto qualche giorno fa su Facebook:”Sono giornate in cui passa la voglia di stare al mondo. Vicino a casa mia c’è un uomo che canta, ci si aggrappa a quello che c’è.” Proprio negli stessi giorni al Tg si parlava di una bambina dimenticata in auto. Lasciamo perdere i commenti feroci e ingiustificati che hanno colpito la madre… Ma è una generazione di bambini dimenticati, secondo te?
P.: No, però è una generazione in cui è facile che questo succeda. Quando ero piccola, c’erano pochi nidi e i genitori non portavano i figli al nido con la macchina, c’erano le madri in casa. Questo non vuol dire che si dovrebbe tornare indietro, ma bisognerebbe adeguare la vita odierna a questi drammi che sono alla portata di tutti. Perché dimenticare un bambino in auto è come un colpo di sonno, tu non sai che sta arrivando. Lo devi prevedere prima che succede, vuoi attraverso sensori in auto, o la borsa lasciata di fianco al bambino. Partiamo dal presupposto che succedano pochi casi, ma anche solo un caso dovrebbe essere evitato. Abbiamo macchine che suonano se dimentichiamo i fari accesi, possibile che non si possa prevedere un sensore che riconosce di avere un carico di 4 kg. di peso in più? Non possiamo dire che una persona stanca si è addormentata schiantandosi contro un innocente, la prevenzione deve essere a 360°, è cambiata la vita.

5. Parliamo di Nives, o meglio la Nives, modo di dire tipicamente milanese e articolo davanti al nome che viene destinato solo a questo personaggio. Ce ne vuoi parlare? Prende a cuore questo gigante buono. Perché a un certo punto decide di aiutarlo?
P.: La Nives è una creatura totalmente amorale e egoista. A lei importa di quell’uomo che ha deciso che fosse suo, sunto tra marito, figlio, qualcuno di cui occuparsi. Un po’ più giovane di lei, fragile, una specie di cuccia in cui lei ama accomodarsi. Un nido che lei ama tenere in ordine e siccome glielo voglio scompigliare, lei non è d’accordo. Per difendere Vincenzo e il suo nido, è disposta a passare su qualsiasi cosa con montanara praticità, con scorza e cipiglio. E’ un personaggio molto amato perché non è paradigmatico in positivo. Per fare un paragone cinofilo, Vincenzo è la sua ciotola e lei è un cane. Chi si avvicina alla sua ciotola, attenzione!

6. Leggendo il tuo romanzo, mi hai fatto ripensare a It di Stephen King, nel quale un manipolo di ragazzini molto differenti tra loro si unisce per combattere il mostro. Chi è il mostro nel tuo romanzo? E’ una figura che i bambini rapiti non hanno mai percepito o qualcosa che hanno dimenticato?
P.: Il mostro è ciò che si annida nei luoghi sicuri, quello che non vedi. Tutto ciò che viene temuto nel romanzo – che poi si rivela essere pericoloso – proviene proprio da un luogo tranquillo o tranquillizzante. Un luogo da cui non ci si aspetterebbe il peggio. E credo che tante volte il peggio sia davvero molto vicino ai punti in cui ci sentiamo sicuri. Veniamo quasi sempre attaccati quando non ci guardiamo intorno e ormai intorno ci guardiamo ben poco.

7. Il plot narrativo è incalzante, spinge all’azione seguente, al passo successivo. Senza spoilerare, ci troviamo a un certo punto ad affrontare varie situazioni parallele, una sorta di battute di caccia. Come ti sei organizzata nella stesura e come si fa a non perdersi nelle storie?
P.: Quando si scrivono storie come questa è in effetti un rischio. Non ho mai tenuto schemi, solo per quelle cose in cui mi confondo: date, nomi, luoghi, distanze, tempi, non ho una mente matematica. Il resto, bizzarramente o per fortuna, lo tengo a mente. E’ come se io vedessi l’intera sequenza dall’inizio alla fine e ovunque io mi fermi so sempre dove sono. E’ come se facessi sempre la stessa strada e a un certo punto la percorri in automatico. Una volta che so qual è la storia posso fermarmi in qualsiasi momento. Credo che sia una fortuna, miei colleghi mi dicono che hanno bisogno di una scaletta o uno schema, io invece mi confonderei di più. Preferisco andare fluente da sola.

8) Parliamo della paperella. Spieghiamo cosa rappresenta?
P.: Nel romanzo ha un significato che parte in maniera accidentale: Vincenzo, quando vuole rapire il primo bambino, non sa come attirarlo per non spaventarlo e non dirgli bugie. La prima idea è di fargli vedere un giocattolo e decide che sia una paperella di gomma. Poi cambia espediente ma casualmente, quando rapisce il primo bambino, gli cade la paperella sull’asfalto quando si allontana e nella sua mente gli sembra di avere fatto una sostituzione laddove c’era un bambino abbandonato. Parte un meccanismo per cui gli scatta la speranza – neanche troppo nascosta – che questo venga interpretato, che venga colto dalla polizia e dai familiari come un segnale. In realtà, il collegamento avverrà trent’anni dopo.

9. Qual è stato l’input che ti ha fatto riprendere in mano il romanzo?
P.: Una mia amica un giorno espresse il desiderio di scrivere delle poesie di sua madre e pubblicarle da qualche parte perché venissero lette. Mi chiese consiglio su quale piattaforma usare, Whattpad o WordPress. Io non sapevo cosa fossero né una né l’altra. Sono andata a curiosare e ho scoperto l’esistenza di Whattpad. Così mi venne l’idea di fare l’album degli incipit perduti, perché negli anni ho cominciato tantissime storie, poi abbandonate.
Non lo trovavo più, l’avevo salvato con l’acronimo NPFN. Alla fine l’ho scovato cercando “Nives”, l’ho letto e mi sono chiesta perché mi fossi fermata. Sono andata avanti, ho pubblicato 12 pagine e ho deciso di continuare. Mi piaceva scriverlo, è stato liberatorio e non potevo più farne a meno. Il romanzo è venuto fuori da solo, non lo sapevo ma era lì nascosto che mi aspettava da quattro anni.

10. Mi piace molto il titolo, Non ti faccio niente. Io stessa, da piccola, mi sentivo ripetere la stessa frase dai miei genitori, quando ne combinavo qualcuna…
P.: In effetti è una delle frasi che incutono più paura ai bambini, molto ingannevole. Viene sempre detta con l’intenzione opposta. La cosa bizzarra è che in questo romanzo viene ripetuta due volte dallo stesso protagonista e per entrambe le volte non era una menzogna per lui. Forse è proprio questo il paradosso, una frase che palesemente è una minaccia, per Vincenzo è la verità, è l’unico essere umano ingenuo che pensa che la frase sia rassicurante.

11. Ho letto Bilico e ho trovato delle similitudini fra i romanzi: ti piace creare rivalità fra le donne. Come mai questa scelta?
P.: Credo sia vera, la solidarietà fra donne è molto bella ma rara. Sussiste finché non ci sia un oggetto del contendere. Ho trovato molta ferocia tra donne per ragioni futili. Tra uomini è più blanda, ci deve essere una ragione, mentre tra donne basta un pretesto molto piccolo. Negli ultimi dieci anni, avendo tre bambine sono stata spesso in gruppi di madri e c’è una tensione molto forte e facile da scattare, non credo sia lontano dalla realtà. Ho lavorato anche in uffici comunali e l’ho riscontrato nuovamente. La tendenza tra donne a guardarsi in cagnesco è molto più forte. Si dice: “Due galli nel pollaio.”, ma guarda le galline!

12. Scrivere un romanzo su bambini rapiti ed essere madre di tre figlie. E’ cambiato il tuo rapporto con loro?
P.: No, non è cambiato. La difficoltà nasce dal fatto che io visualizzo molto ed è molto utile nel mio lavoro di sceneggiatrice, ma se leggo dei fatti di cronaca, tendo a visualizzarli, non posso farci niente. Un po’ come Vincenzo, se vedo che dal titolo mi può toccare evito di guardare i dettagli. Ho paura, certo, per le mie figlie, ma o vivo dominata dalla paura o ci convivo. Non è scrivendone che la esorcizzo o la affronto. Te la devi tenere, un po’ come la psoriasi!

13. Come si sono modificate la tua scrittura e Paola Barbato nel tempo?
P.: Come non ci si accorge di essere cambiati di carattere, lo stesso accade nella scrittura. Penso sempre di meno, questo si, soprattutto nella stesura. In fase di correzione, sono ancor molto razionale e critica. Finché non ho finito di scrivere, non mi guardo indietro, vado avanti. Credo di essere diventata una persona più serena, anche se questo non incide nei miei romanzi. Sono cambiata nel quotidiano rispetto alle cose che prima mi avrebbero messo in difficoltà. Sono stata tanto infelice in vita mia da accorgermi che ora non lo sono più, ma un velo di tristezza rimane, non ci pensi, non la guardi, ma è latente e devi tenerla sotto controllo. Mai abbassare la guardia.

14. Scrivi di serial killer ma non scrivi romanzi seriali. Qual è il motivo della tua scelta?
P.: Non credo nei sequel, non ci ho mai creduto. Credo molto nei personaggi, ma se me ne scappa uno interessante, non significa che se io racconto una cosa che è avvenuta a quel personaggio sia legata alla storia nella quale l’ho mostrato. Sono più d’accordo agli sceriffi bannerman, che trasversalmente attraverso vari libri ricompare derivato da un’altra storia lontanissima. Non ho la forma mentis per pensarci, ma questo non significa che non lo farò. Deve venirmi da solo come ragionamento, visto che non mi appartiene. Quello che scrivo per ora deve essere una storia piena, rotonda, inizia e finisce.

15. Scrivi: “Se parti dal presupposto che quello è un cattivo e tu sei un buono, è meglio che lasci perdere e apri un negozio di frutta e verdura. Un killer è solo una pietanza con un ingrediente in eccesso. Un santo è la stessa pietanza con un altro ingrediente in eccesso. Ma siamo tutti la stessa pietanza.” Chi sono, metaforicamente parlando, i buoni e i cattivi di questo romanzo?
P.: Di buono c’è Vincenzo, anche Daniele che è un po’ limitato e non ha nerbo né voglia. Semi di cattiveria ci sono in tanti, Mariangela in primis, per esempio, ha delle acredini e delle rabbie che potrebbero svilupparsi.
Qualsiasi persona ha una carica esplosiva e ciò che la innesca è totalmente casuale. Tolto Vincenzo, intimamente incapace di fare violenza, gli altri sono tutti potenzialmente buoni come cattivi. In questo le gradazioni di grigio sono varie. Quello che ti cade addosso può aumentarle o diminuirle.

Intervista e presentazione a cura di Cecilia Lavopa