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Contorni di Noir | February 24, 2018

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Intervista a Karin Slaughter

| On 10, Lug 2017

(c) Cecilia Lavopa

 

Karin Slaughter, autrice regolarmente ai primi posti nelle classifiche di tutto il mondo, è considerata una delle regine del crime internazionale. I suoi quindici romanzi, che sono stati tradotti in trentatré lingue e hanno venduto più di 30 milioni di copie, comprendono la fortunata serie che per protagonista Wil Trent, L’orlo del baratro, che ha ricevuto una nomination al prestigioso Edgar Award, e Quelle belle ragazze, il suo primo thriller psicologico. Nata in Georgia, attualmente vive ad Atalanta.
L’abbiamo incontrata a Milano in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, pubblicato da HarperCollins Italia, La morte è cieca.

Innanzitutto grazie per questa intervista. Non è certo normale essere in grado di stare davanti a qualcuno che ha venduto cosi tanti libri. Il nostro blog, Contorni di Noir – qualcosa che può essere tradotto come “gli estremi del Noir” – deve il suo nome al fatto che cerchiamo sempre di spingerci un po’ più in là dalla solita intervista “da-dove-prendi-ispirazione”

Bene iniziamo dal suo cosiddetto “ultimo” libro, l’ultimo ripubblicato in ordine di tempo da HarperCollins, La morte è cieca (Titolo originale Blindsighted). Con questo libro ritorniamo di colpo al principio della tua storia, dove tutto ha avuto inizio. É affascinante essere in grado di star davanti a lei a parlare di un libro che ha scritto oltre diciassette anni fa. Dunque, iniziamo:

1.La morte è cieca è il debutto della tua ambientazione in Georgia. Prima Sara, poi Will, poi loro insieme. Aveva già l’idea che si sarebbe trattato di una lunga serie di romanzi o è qualcosa che si è definito solo in seguito?
K.: Ho sempre letto serie di romanzi sin da giovane e quando ho iniziato a scrivere di Sara e Jeffrey sapevo istintivamente che si sarebbe trattato di una serie. Mi è sempre piaciuto vedere i cambiamenti che si verificavano all’interno della loro relazione e di come reagivano ai crimini. Visto che ha citato Will, entro il terzo romanzo della serie Grant County ho iniziato a lavorare all’intersezione delle due storie, su come si poteva sviluppare.

2. Mi piace molto il fatto che lei usi, come personaggi, uomini e donne normali. Sono limitati, problematici e hanno tutta quella serie di momenti buoni e cattivi come molti di noi. E’ stata una scelta studiata fin dal principio o è qualcosa che si è mostrato in corso d’opera?
K.: Lo sapevo dall’inizio, volevo scrivere un libro con personaggi di questo tipo, che peraltro non avevo mai visto in altri libri. Posso considerarla una reazione all’offerta, le donne non venivano viste come super eroine, ma gli uomini e le donne permettevano agli uomini di svolgere questo ruolo. Volevo essere realistica nei personaggi e descriverli con i loro difetti, con le varie problematiche, descrivere brave persone ma che commettono talvolta errori, quello che poi succede nella vita reale. In qualunque parte del libro, volevo che ci fosse questo realismo a partire dalla descrizione del crimine, dei rapporti, all’interno della famiglia, le tensioni che ci potevano essere, perché questo per me significa scrivere un buon romanzo.

3. Le sue donne sono sempre caratteri forti e molto decise, problematiche e spesso anche poco simpatiche. Mi sono piaciute tutte, così come le ha delineate, fuori dagli schemi della femme-fatale o quasi supereroine come accade in alte serie. Sono sempre in lotta per determinare loro stesse in relazione alla loro controparte maschile. Possiamo considerarle come il suo manifesto femminista?
K.: Sì, sono femminista. Non so se questo sia un manifesto, ma secondo me rispecchia la vita e il mondo. E’ una parte che coinvolge Jeffrey, perché rispetta Sara, la sua educazione e la sua inclinazione. Credo che le due cose più sexy in un uomo siano che capisce le donne e che legga. A partire ancora dalle Canterbury Tales, una narrazione molto antica, una delle storie principali parlava di un uomo che doveva andare alla ricerca della verità su cosa realmente volessero le donne e scoprì che si trattava del rispetto.
Quindi Jeffrey è molto interessante proprio perché ha rispetto per le donne e per Sara. Anche per lei non avrebbe potuto essere diversamente: l’esempio di relazione di coppia dato dalla madre e dal padre è sempre stato di parità e di fronte a questo possono esserci due scelte: emulare i genitori o staccarsi e andare contro questo esempio. Sara ha voluto seguire l’esempio dei genitori proprio per il rispetto che sta alla base.
Anche nei thriller, le donne vengono descritte come persone isolate, alcolizzate, salvate dall’uomo. Invece Sara si salva da sola, non ha bisogno di Jeffrey ma vuole Jeffrey.

4. Sempre relativamente alle donne, ha sempre scritto di donne vittime, ma anche molto aggressive e forti. Continuamente lottano, i personaggi femminili, ma alla fine sono anche quelli più violenti. Ci spiega il motivo?
K.: Ho sempre scritto di donne che vedevo nella vita reale. C’è una frase che riguarda le donne degli Stati Uniti, in particolare del Sud. Si dice che siano cigni, che scivolano sulla superficie dell’acqua lente e aggraziate, mentre sotto continuano a agitarsi per restare a galla. Questo è quello che succede alle donne, hanno una vita molto complicata, lavorano, badano ai figli e cercano di essere delle buone compagne. Penso a tutto questo quando scrivo, perché voglio sempre creare delle storie verosimili. La famiglia è un altro aspetto molto importante nei miei romanzi, che voglio trattare in quanto parte integrante dei personaggi che ho creato.

5. Leggendo le sue descrizioni degli stupri e delle violenze nonché le loro dinamiche, rimango sempre basito da come risultino reali, chiare, disturbanti nella loro realtà. Non ha mai provato una sorta di paura dal tuo modo di descrivere così crudamente tali eventi?
K.: Non sono impaurita da come descrivo, ma mi tocca sicuramente da vicino. E’ molto importante nel descrivere la violenza essere realistici, perché ho visto in altri casi che è stata trattata in maniera romantica o anche sessuale, come fosse appetibile o interessante. Invece si tratta di atti orribili, brutali. Io voglio scriverne in questo modo per dare la possibilità al lettore di capire, di avere una visione più reale. In molti casi, anche se la donna vive dopo una violenza del genere, è come se fosse stato un omicidio.
Una donna muore dentro, cambia nel modo in cui interagisce col mondo o la posizione che troverà nel mondo dopo un atto di violenza; si viene a perdere la persona che la donna sarebbe potuta diventare. Molte persone non capiscono effettivamente cosa significhi una brutalità del genere. Se parliamo delle donne, si dice che fanno sesso anche quando non vogliono, quindi non è un grosso problema. Se invece se si parla dello stupro di un ragazzino, sembra molto più orribile, fa molto più clamore.
Il sesso fa parte della vita e viene vissuto in maniera diversa, che sia per gli uomini o per le donne. Ecco perché ne ho fatto la mia missione, è importante nel mio lavoro descrivere tutti questi dettagli orrendi, voglio che si capisca che è un atto violento, un atto tremendo, orribile.

6. E’ originaria della Georgia e riguardo questo ho letto che è orgogliosa delle sue origini del Sud. Pensa che nel frattempo gli USA abbiano fatto passi avanti in quanto a omofobia, misoginia e razzismo o c’è ancora molto da fare?
K.: C’è ancora molto da fare, nelle ultime elezioni abbiamo visto chiaramente quanto il maschilismo sia ancora molto in auge. La legislazione adesso è stata modificata, in parte è più restrittiva sulle donne e sui loro diritti alla riproduzione e tutto questo è sconcertante.
Ricordo quando ero in Polonia per un tour di presentazione dei miei libri ho parlato con una donna verso i cinquant’anni che parlava della differenza nel mondo della condizione femminile all’epoca del comunismo rispetto al presente e nel momento stesso in cui il comunismo aveva cessato di esistere la vita delle donne era cambiata sensibilmente: condizioni lavorative peggiori, non guadagnavano lo stesso denaro, dovevano stare in casa e tirare su i figli.
Questo cambiamento però non è avvenuto nel corso degli anni, ma nel giro di mesi, quindi possiamo dire che il governo composto di uomini stava decidendo della vita delle donne.
Sicuramente sono stati fatti passi avanti, anche se ora stiamo retrocedendo. Credo però anche nella democrazia statunitense, ritengo che nel nostro Paese si siano fatti progressi, due passi avanti e un altro indietro. Prima o poi si arriverà alla parità.

7. Quanto ha influito la famiglia sulla sua carriera di scrittrice? L’hanno supportata nella realizzazione dei suoi successi?
K.: Mio padre è l’uomo più importante della mia vita. E’ stato un padre fantastico, io sono l’ultima di tre sorelle e lui ci ha sempre ripetuto di realizzare nella vita ciò che più desideravamo, che ci avrebbe sostenute in qualunque condizione, a meno che non facessimo qualcosa di male.
Ha sempre alimentato la nostra curiosità e quando ho raggiunto la maturità, lui mi ha detto di non tornare a casa e realizzare i miei sogni. Questo mi ha spinta a lavorare sodo, a studiare molto, a diventare la scrittrice migliore che potessi diventare. Non si stanca mai di ripetermi quanto sia orgoglioso di me, anche se non è un lettore, considera la lettura una fonte di pigrizia. E’ cresciuto in un ambiente molto povero e fino all’età di dieci anni andava a raccogliere cotone d’estate nel Sud della Georgia.
E’ molto contento della vita che sto facendo e della possibilità di viaggiare, compreso il mio viaggio in Italia. Trovo difficile scrivere di sesso, non mi troverei molto a mio agio immaginare che un domani mio padre possa decidere di leggere i miei libri.

Intervista a cura di Michele Finelli