Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Contorni di Noir | November 20, 2017

Torna su

Alto

Intervista a Anna Grue

| On 15, Set 2017

(c) photo Les Kaner

Anna Grue è la più nota autrice di genere danese. Giornalista e scrittrice, ha raggiunto il successo con il personaggio del Detective Calvo, diventato un beniamino del pubblico, celebrato dalla stampa per la sua arguzia e il suo calore; la serie che lo vede protagonista è stata nominata tra l’altro al Prix SNCF du Polar in Francia. Anna Grue ha tre figli e vive con il marito non lontano da Copenaghen.
www.annagrue.dk/

Marsilio Editori ha pubblicato in Italia Nessuno conosce il mio nome (2013), Il bacio del traditore (2015) e L’arte di morire (2017). L’abbiamo intervistata per voi, leggete un po’ cosa ci ha raccontato.

1. Benvenuta. Iniziamo con una domanda classica ma essenziale: Com’è nata l’idea di scrivere una serie di romanzi sul Detective Calvo?
A.: Prima di iniziare la serie sul Detective Calvo ho pubblicato due romanzi singoli mentre lavoravo come capo redattore in una casa editrice danese. Tutti i giorni a pranzo osservavo i miei colleghi maschi – editori, manager, responsabili del marketing – e ogni giorno giocavo con l’idea che qualcuno di loro sarebbe potuto essere un buon detective, intelligente, regolare e con un grande ego. Trovai l’idea molto divertente, e così è cominciata…

2. Dan e Fleming si completano per certi versi, due persone per formare un detective. Qual è il motivo dietro a questa scelta?
A.: Nel 2004 quando ho cominciato a scrivere la serie, era totalmente fuori moda scegliere un detective privato come protagonista, specialmente in Scandinavia. Tutti scrivevano romanzi gialli molto realistici e forti, i cui protagonisti principali erano o un poliziotto o una giornalista donna. Io non ho mai voluto intraprendere quella strada. Mi piacciono i gialli britannici vecchio stile, con il detective privato, ma devo ammettere che il lavoro di indagine dei nostri tempi sarebbe stato un po’ troppo complicato per Miss Marple o Lord Peter Wimsey. Un detective privato non ha accesso ai database sul DNA o a un laboratorio forense innovativo, così ho inventato un partner, che è in effetti un poliziotto. Flemming e Dan sono stati amici fin dall’infanzia e sono uno l’opposto dell’altro. Questo mi fornisce un sacco di occasioni per sviluppare conversazioni interessanti o drammi.

3. Camille Schwerin è uno dei personaggi più antipatici e nevrotici di cui mi sia capitato di leggere in un giallo. Si è ispirata a qualcuno in particolare?
A.: Si, è un bel tipo vero? A proposito, la sua è un’acuta osservazione. Camille è la sola protagonista, tra i miei romanzi, che è in effetti basata su una persona reale, che davvero detesto. Ma non le dirò il suo nome. Non credo abbia mai scoperto di far parte di un romanzo; sono piuttosto sicura che leggere un romanzo giallo non sia da lei…

4. L’idea di ambientare parte del romanzo all’interno di un reality show, con personaggi particolari e descrivendo un po’ i meccanismi di produzione e manipolazione dello show e dei telespettatori, ha un significato di critica o ironia su questo genere di programmi molto attuali e seguiti dal pubblico?
A.: Di fatto sono più favorevole ai reality shows di quanto si potrebbe pensare. Ultimamente non ne seguo nessuno, ma 15/16 anni fa quando erano una novità, li trovavo molto interessanti. Ho guardato le prime due stagioni del Grande Fratello ed ero affascinata da tutte le questioni tecniche e da dietro le quinte. Quando ho avuto l’idea per questo romanzo, ho parlato a lungo con uno dei partecipanti, ora produttore, dello show, per conoscere tutti i dettagli. Quindi si, posso ironizzare un po’, ma di fatto questa storia è più un tributo al genere che una critica.

5. Nei suoi romanzi i personaggi sono piuttosto introspettivi. Mostrano debolezze umane come l’invidia, la vendetta, l’infedeltà, è questo che le interessa raccontare piu’ di tutto?
A.: Assolutamente. Mi interessano le relazioni umane – tra amanti, familiari, colleghi e via dicendo – molto più del crimine in sé. La trama mistery è la cornice nella quale posso raccontare storie realistiche sulle persone di questa piccola comunità.

6. Diversi critici l’hanno paragonata ad Agatha Christie, quali sono secondo lei i parallelismi e i punti di divergenza, a parte l’ovvia ambientazione moderna?
A.: Sono molto lusingata. Amo i gialli britannici; Christie, Sayers, Rendel, James. In effetti questo romanzo è un tributo al romanzo di Agatha Christie “Dieci piccoli indiani”, perciò ho riprodotto una grande festa in una villa su un’isola semideserta. Tutti gli appassionati della Christie lo riconosceranno, o almeno lo spero.
Comunque si, in generale i miei romanzi hanno delle somiglianze con i vecchi gialli britannici. Non mi concentro mai sui dettagli sanguinosi, nei miei libri c’è pochissimo sangue, poche armi, non c’è tortura, stupro o assassini sadici. Solo in alcune occasioni ci può essere una caccia emozionante all’assassino, una sparatoria o una scazzottata. Per me, il lavoro del perfetto detective avviene nella sua testa. Parla con le persone, legge rapporti e soprattutto pensa. Come il detective di Agatha Christie, Hercule Poirot dice spesso: “Le piccole cellule grigie amico mio, le piccole cellule grigie”.
Ovviamente ci sono anche delle differenze. Gli aspetti psicologici mi interessano maggiormente rispetto alla Christie, e di solito scelgo ambientazioni diverse rispetto alle grandi case di campagna o ai vicariati. Mi piace scrivere di persone normali: infermieri, insegnanti, carpentieri e così via. Poi c’è anche l’umorismo, l’ironia e il sesso. Diciamo che le cose sono un po’ cambiate rispetto ai giorni di Agatha Christie.

7. I suoi romanzi, più di altri del genere, in qualche modo coinvolgono il lettore nelle indagini stimolandolo a cogliere gli indizi e formulare ipotesi. Come avviene il processo di ricerca, stesura e controllo degli eventi narrati nel romanzo?
A.: È un importante aspetto della tradizione Britannica, il lettore deve essere in grado di fare ipotesi, cogliere gli indizi e in qualche modo interagire con l’autore. Si potrebbe pensare che questa specie di puzzle richieda un’attenta pianificazione, ma in realtà io non preparo mai una storia. Per quanto mi riguarda un aspetto importante del divertimento è raccontarmi la storia mentre la scrivo; sorprendermi ad ogni nuovo indizio, ogni nuovo personaggio, ogni nuova svolta. Comincio da pagina 1 e mi immergo nella storia, senza sapere mai in anticipo cosa succederà. Se sento il bisogno di fare ricerche su alcuni dettagli lo faccio, e dopo la prima stesura chiedo a persone esperte (poliziotti, dottori, avvocati, periti) di leggerla ed evidenziare eventuali errori, ma non discuto quasi mai il romanzo mentre lo sto scrivendo. In qualche modo funziona. La storia evolve organicamente, i personaggi vivono la loro vita, le idee alla fine si sommano. So di essere fortunata a lavorare in questo modo, è così.

8. Le donne giocano un ruolo fondamentale nei suoi romanzi. sono vittime o eroine?
A.: Qualche volta vittime, qualche volta eroine, non credo ci sia un disegno. Può darsi che tenda a renderle un po’ più intelligenti rispetto agli uomini. Di fatto lo siamo, vero?

9. In molti romanzi nordici che ho letto, l’ambientazione è piuttosto drammatica, mentre nei suoi libri prevale l’aspetto giocoso, anche i crimini non sono mai apertamente descritti, vi è la totale mancanza di scene crude o violente. Quali sono gli aspetti più simili ai suoi colleghi nordici e quali invece se ne discostano?
A.: Sì, mi sento un po’ al di fuori dal panorama scandinavo dei romanzi gialli. Scrivo romanzi del mistero su piccole cittadine di fantasia, detective vecchio stile, mentre i miei colleghi nordici – molte donne sono croniste – scrivono del coraggioso lavoro della polizia nelle città reali, usando spesso dettagli sanguinosi e assassini seriali per creare suspense. Quindi sì, sono diversa. I miei libri però, sono scandinavi sotto altri punti di vista. L’atmosfera, le relazioni anticonformiste, le bici e le barche, la totale mancanza di corruzione pubblica, la sicurezza economica, la fiducia nelle autorità e in generale il senso di sicurezza. Penso che tutto questo sia molto Scandinavo.

10. I suoi romanzi si prestano benissimo ad una trasposizione cinematografica o televisiva. Vedremo mai il detective Calvo sullo schermo?
A.: Se tutto va bene sì. I diritti cinematografici della Universal sono stati venduti a una casa di produzione tedesca, e stanno lavorando duramente al momento per finanziare un progetto internazionale. Se andrà in porto, i libri su Dan Sommerdhal diventeranno una serie di episodi da 90 minuti.

11. Sta lavorando a progetti paralleli rispetto alla saga del Detective Calvo? Se si, quali sono?
A.: Ho scritto diversi altri libri che non hanno a che fare con Dan Sommerdhal. Il più famoso è “Italiensvej” nel quale una donna italiana vola a Copenaghen con suo figlio nel 1958. Il romanzo parla delle differenze nello stile di vita tra l’Italia e la Danimarca, negli anni Cinquanta. Ora sto scrivendo il seguito, con gli stessi personaggi ma nel 1964, mi diverte moltissimo.

12. Gli autori italiani del genere sono piuttosto produttivi. Ne conosce qualcuno?
Mi piacciono molto i romanzi di Gianrico Carofiglio. Scrive splendidamente e leggendo il suo lavoro conosco un po’ l’Italia. L’ho conosciuto ad un festival del giallo in Danimarca la scorsa primavera, era un po’ in cerca di fama. Ammiro molto anche Leonardo Sciascia, anzi …. farei meglio a leggere uno dei suoi libri molto presto, è passato molto tempo dall’ultima volta.

Intervista a cura di Barbara Gambarini

Tag