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Contorni di Noir | February 21, 2018

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Intervista a Marina Visentin

| On 07, Set 2017

Marina Visentin

Marina Visentin è nata a Novara ma da quasi trent’anni anni vive a Milano.
Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copywriter in un’agenzia di pubblicità.
Ha collaborato con varie testate, scrivendo di cinema e altro; attualmente collabora con il magazine online Cultweek e si interessa di scrittura autobiografica, organizzando laboratori di scrittura a Milano e dintorni.
Ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema (Asian Terror – Il cinema horror dell’estremo oriente, De Agostini, 2004; The Science Fiction Universe – Enciclopedia del cinema di fantascienza, De Agostini, 2007), libri di filosofia e psicologia (Il lungo viaggio della Filosofia, Vallardi, 2014; Psicologia Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007; Filosofia Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007), un romanzo dalle atmosfere nerissime, anche se il titolo è quello di una fiaba a lieto fine, Biancaneve (Todaro Editore, 2010).
Il suo ultimo romanzo intitolato La donna nella pioggia è uscito per Piemme e parla di Stella Romano, una donna come tante, che si divide dalla sua attività di madre, moglie, autrice di libri per bambini perennemente in ritardo con le consegne, che all’improvviso si accorge di avere dei vuoti mentali, ha momenti di nero, di oscurità. Compie gesti che poi dimentica, come se ci fosse uno sdoppiamento di se stessa. La madre è morta in un incendio e il padre si è tolto la vita in manicomio. Così almeno le hanno riportato quando lei aveva 4 anni. Decide che vuole andare a fondo, ricercare il suo passato anziché trovare conforto nelle pillole. Si sente inadeguata come moglie e come madre e vuole trovare uno spazio nel mondo.
L’ho presentata a Milano e vi riporto la nostra chiacchierata:

1. Sono passati sette anni da quando Biancaneve fu pubblicato da Todaro. Periodo di riflessione lungo e passaggio da piccolo editore alla grande distribuzione. Ci spieghi come è nato questo nuovo romanzo? E questa pausa era necessaria per crescere?
M.: Probabilmente sì. In realtà questi sette anni sono passati in modo un po’ confuso, attraverso vari progetti che per un motivo o per l’altro non sono andati in porto. Mentre questo romanzo, quando si è affacciato nella mia mente, l’ho scritto molto in fretta. Ci ho messo un anno e per me è un tempo assolutamente irrisorio. Questa immagine contenuta nel titolo, anche se è diverso da quello che ho immaginato all’inizio, cattura l’atmosfera della pioggia in quanto ho cominciato a scriverlo nella primavera di due anni fa quando sembrava la stagione monsonica a Milano, pioveva da quasi due mesi. Per me la pioggia era un sipario, qualcosa che mi impediva di uscire di casa, un senso di disagio, di claustrofobia. Tutta la prima parte del romanzo è nata da quelle suggestioni: di ansia, di chiusura, di estraneità alla città. Prima di decidere che fosse un thriller, volevo trasmettere la sensazione di suspence, di paura della pioggia che impedisce di vedere bene. Perché molte delle paure della protagonista nascono proprio dal non riuscire a mettere a fuoco cosa c’è nel suo passato e nel tempo che si perde nei momenti di black-out della sua vita.

2. Protagonista de La donna nella pioggia è anche la voce narrante, un monologo in cui non ci sono commissari misogini né tremendi omicidi, ma un malessere che sfocia in attacchi di panico, la necessità di ricercare le orme del proprio passato. Sarà un percorso lungo e doloroso, soprattutto coperto da un’omertà da parte di chi circonda Stella. Perché questa scelta? E’ una forma di protezione nei suoi confronti?
M.: In gran parte sì perché, come hai detto tu inizialmente, Stella ha perso la madre da piccola e il padre non lo ha neanche conosciuto. E’ cresciuta con un padre adottivo che per tutta la vita l’ha protetta, l’ha amata, le ha dato una famiglia, ma per una serie di ragioni ha pensato che il modo migliore per proteggere questa bambina così debole e fragile, fosse quello di raccontarle un mucchio di bugie, coprire una realtà drammatica fatta di segreti tutt’altro che facili da raccontare. Nella crisi esistenziale di Stella cominciano ad affacciarsi barlumi di ricordi e scopre di essere stata chiusa dentro una serie di scatole al cui interno c’è qualcosa che non le è stato raccontato fino in fondo. La memoria della nostra infanzia è particolare, ogni volta che te la racconti, lo fai in modo differente, soprattutto quando si parla di persone che non ci sono più. Infatti, Stella ricorda solo la voce della madre ma tutto il resto lo ha perduto. Un’esperienza che chiunque abbia perduto una persona cara potrà ritrovarsi.

3. Sulla copertina figura una farfalla e mi è sembrato l’emblema che più rappresenta questa donna. Da sempre rifugiatasi in un bozzolo, decide di trasformarsi in farfalla, ma il processo di distacco dall’involucro è lungo e doloroso. E la Stella del principio non sarà la stessa alla fine di questo percorso. Cosa ne pensi?
M.: La storia che a me interessava raccontare era quella di trasformazione femminile, per me questo è un romanzo di formazione. La forma poi è quella di un thriller dove è più importante la psicologia dei personaggi rispetto al meccanismo o il colpo di scena. Quindi come scrittrice mi concentro sull’evoluzione psicologica dei personaggi, non solo di Stella, che rivelano varie sfaccettature.
La copertina rende bene la trasformazione che volevo trasmettere con la farfalla che sembra in procinto di uscire, ma come se ancora esitasse.

4. Stella è sola in questo cambiamento. Il primo che si oppone è suo padre adottivo. Mi è sembrato un bel passaggio sui processi di adozione, nei quali quando si viene a conoscenza di essere stati adottati, si cerca di ricostruire un legame o semplicemente avere delle risposte. Cosa ne pensi? Ci racconti di questa figura e cosa rappresenta nella vita di Stella?
M.: Una delle cose che ho pensato tratteggiando questo personaggio è stata proprio l’estrema difficoltà nell’adozione di un bambino. L’amore non basta, è una parte della relazione che stabilisci sia con il figlio naturale che adottivo. Poi si crea una relazione tra quello che dici e che non dici e la tentazione di non dire la proviamo tutti noi quando abbiamo a che fare con un bambino. Temi che la verità possa fargli male, ma è assodato dall’esperienza di qualsiasi psicoterapeuta che i malesseri più duraturi e drammatici sono legati al segreto, al non dire. A volte si fa a fin di bene, semplicemente perché vuoi proteggere qualcuno. Questa è una delle riflessioni che è mi sorta in questo padre, che per certi versi somiglia al mio!
Da alcuni anni tengo corsi di scrittura autobiografica e credo fermamente che anche nella narrativa di “finzione” come questo libro puoi metterci dentro tanto del tuo vissuto, perché le cose più autentiche e più vere della costruzione di un personaggio vengono proprio da te, anziché lavorare sugli stereotipi.

5. A proposito di persone che ruotano intorno a Stella c’è poi suo marito, mai presente ma ugualmente capace di farla sentire fuori posto, inadatta. La costringe a vivere in una casa in cui non si sente a suo agio, anche se prestigiosa. Il silenzio la spaventava, aveva una natura vischiosa, come una sostanza densa che diffonde piano nelle stanze, occupa lo spazio, si mangia l’aria. Sospiri rauchi dalle pareti fredde. Può essere così invadente la solitudine?
M.: Soprattutto se vivi in una casa che non ti sei scelta. L’effetto nido di una casa che senti tuo può essere confortante. Al contrario, in una casa che senti di qualcun altro, prova un disagio di insicurezza e di inadeguatezza, percepisce le pareti della casa come qualcosa di freddo e di ostile.

6. Mi è piaciuto molto un passaggio in cui scrivi: “Il mondo lo subisci, non si conquista. Se va molto bene e sei piuttosto bravo, o magari soltanto fortunato, nel mondo puoi ricavare uno spazio piccolo, ma confortevole. Alle soglie dei quarant’anni dove sono andati tutti i sogni? La musica è finita, la serata si sta esaurendo.” Mi sembra un riquadro molto deludente, o forse soltanto molto reale?
M.: Probabilmente entrambi. La protagonista guarda dalla finestra un gruppo di ventenni che festeggia, ascolta musica, balla nella casa di fronte. Lei che non ha neanche quarant’anni si sente vecchissima e percepisce il cambiamento rispetto al futuro. Quello che volevo trasmettere non era tanto di sentirsi vecchi, ma che il futuro si accorcia, mentre quello che è magico è che a vent’anni si pensi che sia infinito. Questa idea crescendo ce l’hai sempre di meno. All’interno di un momento di disagio come quello che vive Stella ha un effetto ancora più deflagrante.

7. Stella nella sua ricerca della verità, parte per l’Argentina e si trova a doversi confrontare con le madri dei desaparecidos, che dopo quasi quarant’anni, si ritrovano ogni settimana e camminano in silenzio, hanno fatto della lotta contro l’oblio la loro ragione di vita. E’ uno spaccato molto doloroso di un Paese in cui ancora oggi ci sono molti misteri. Come ti sei approcciata a questo argomento? Ho letto dei dati terrificanti che tra il 1976 e il 1983, in Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali…
M.: Sono argomenti che seguo da sempre, è un pezzo di storia che mi ha coinvolta. Quando ho voluto inserirlo all’interno del romanzo era collegato al discorso della memoria, dell’adozione. Oltre alle atrocità che sono state commesse, l’intera generazione di bambini è stata strappata alle persone che sono state uccise e sono state date in adozione, spesso ai propri carnefici. Ciò che mi ha colpito è stato il destino di questi bambini, ora adulti, cresciuti con i carnefici dei propri genitori. Però un padre adottivo, anche se è un mostro, è la persona che ti ha cresciuto, che ti è stata vicina. Quindi il momento di rifiuto di riavvicinamento con la famiglia originaria l’ho immaginato di un’atrocità assoluta.
In Argentina, i nipoti delle nonne in Plaza De Mayo, in alcuni casi si sono rifiutati di fare l’esame del DNA per sapere se erano stati adottati. Può sembrare atroce, ma è comprensibile preferire una menzogna anziché una verità che potrebbe distruggere la propria vita. Mi interessava parlare della memoria, di come si costruisce l’identità attraverso i propri ricordi e quelli condivisi insieme ai familiari.

8. La nostra memoria è qualcosa di inspiegabile. Siamo capaci di crearci ricordi che non sempre corrispondono a quanto è realmente successo. Ne è prova il fatto che, quando parliamo con gli altri, ti accorgi che sono diversi. Ci creiamo dei falsi passati o, semplicemente, li selezioniamo e rielaboriamo fino a costruirci quello che la nostra mente crede di aver vissuto? Stella si è costruita i propri ricordi o sono gli altri ad averglieli creati?
M.: Entrambe le cose, gli altri ci raccontano bugie e noi le raccontiamo a noi stessi. Le bugie fino a un certo punto sono come un’aspirina, ne hai bisogno. La verità pura e semplice come qualcosa di perfettamente luminoso è inumana, gli esseri umani hanno bisogno di qualcosa che sia più variegato, chiaro scuro, sfumato.

9. Quasi ogni personaggio di questo romanzo si porta addosso un fardello pesante: il padre adottivo di Stella che si ritrova vedovo e con una bambina piccola da accudire, la zia di Stella, Lea, con un passato non proprio meraviglioso. Il marito stesso, senza fare spoiler, più preoccupato del suo lavoro che di altro. I rapporti familiari comunque al centro della storia. Sono importanti per te?
M.: Assolutamente, perché prediligo come lettrice, prima che come scrittrice, i thriller che hanno come fulcro la famiglia, state tranquilli che non scriverò mai una storia di serial killer. Trovo infinitamente più affascinante quello che c’è all’interno delle famiglie.

10. Mi piace trovare delle similitudini nei personaggi delle tue storie. Biancaneve e Stella: entrambe donne quasi banali, senza imporsi e senza opporsi, che a un certo punto cercano un proprio riscatto dalla vita, dal proprio angolo in cui si sono rifugiate. Cosa si direbbero se si trovassero una di fronte all’altra?
M.: Che domanda! Biancaneve è nata in opposizione, quando ho cominciato a immaginare il personaggio il gioco era quello di descrivere anche fisicamente una donna che non mi somigliasse affatto. Ha fatto nel romanzo tutta una serie di scelte che io mai avrei mai fatto nella vita. Poi, invece, qualcuno a bassa voce mi ha detto: “Ma questa sei tu, qui hai descritto qualcosa che hai fatto tu.”
Stella invece è nata con un procedimento opposto, da subito me la sono vissuta come alter ego, come controfigura. Mi sono data il permesso di mettere dentro tutta una serie di dettagli e di ricordi che mi appartengono. Non tanto nella descrizione fisica, ma come colori, il senso di estraneità, la pelle chiara. Anche se poi alla fine non sono io. Cosa diavolo potrebbero mai dirsi (sorride)? Non lo so, hanno fatto un percorso totalmente diverso, Biancaneve più nichilista, più disperato. Quello di Stella l’ho immaginato più positivo, nonostante il dolore, la difficoltà e la paura.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa